A proposito di… neurodivergenze

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RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI

Con il termine neurodivergenza si intende un modo di funzionare della mente che si discosta da ciò che, statisticamente, viene considerato nella media, vale a dire tipico. In altre parole, con tale termine ci si riferisce a differenze, rispetto alla “massa”, del modo di pensare, di comportarsi, di apprendere, di leggere le emozioni e di stare in relazione con gli altri.

È un termine, più che altro, descrittivo che indica una diversità rispetto a ciò che sio pensa essere “normale”.

Secondo Stefano Vicari, direttore dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore che, di recente, ha pubblicato un libro dal titolo Diversamente intelligenti. Vivere la neurodivergenza in un mondo omologato (Feltrinelli), il concetto di neurodivergenza deve essere sottratto agli stereotipi e ai falsi miti, come quello dell’autistico geniale, precisando che non tutto ciò che si discosta dalla media deve essere automaticamente letto come patologia.

Per cui, vi possono essere adolescenti che si collocano al di sopra o al di sotto della media in alcune aree del funzionamento, senza che questo comporti necessariamente un disturbo. Oppure vi possono essere persone anche di giovane età molto distraibili, impulsive, irrequiete, che fanno fatica a restare ferme o a mantenere l’attenzione, senza che ciò arrivare ad una compromissione tale da giustificare una diagnosi di Adhd. Lo stesso vale per alcune difficoltà sociocomunicative. Ci sono persone che fanno più fatica a entrare in relazione con altre, che hanno interessi molto circoscritti, modalità un po’ eccentriche, e tuttavia conducono una vita piena ed hanno relazioni significative…

«Per capirci», prosegue Vicari nell’intervista rilasciata a Veronica Rossi che qui segnaliamo, «penso a un ragazzo di sedici anni che, mentre i coetanei cercano il gruppo, la festa, la discoteca, preferisce stare in garage a smontare e rimontare la sua moto, trovando in quella attività una soddisfazione profonda. Questo, da solo, non significa essere autistico. Significa avere un modo di funzionare diverso da quello più comune»…

«Il problema nasce quando la persona sente di dover aderire a modelli di comportamento che non le appartengono, solo per sembrare normale agli occhi degli altri. Quel ragazzo che starebbe bene in garage capisce che, se continua a seguire la sua inclinazione, rischia di essere percepito come strano, e allora si forza a fare altro. Questo sforzo continuo di adattamento può produrre un costo emotivo molto alto. Nel tempo può generare stress, affaticamento, senso di inadeguatezza, fino a favorire la comparsa di una sofferenza psicologica vera e propria.
Questo fenomeno oggi viene spesso indicato con il termine camouflage, o camuffamento. È il tentativo di nascondere il proprio modo autentico di funzionare per aderire a uno stile relazionale e comportamentale considerato più accettabile. Succede soprattutto nelle condizioni del neurosviluppo, come autismo, Adhd o disturbi specifici dell’apprendimento, ma non solo. Ci sono ragazzi che funzionano bene a scuola o nella vita quotidiana, ma al prezzo di uno sforzo enorme, molto maggiore rispetto a quello richiesto ai coetanei»…

Occorre essere prudenti, quindi, sul piano diagnostico e ricordare che i disturbi del neurosviluppo hanno radici precoci: i loro segnali compaiono presto, ma questo non significa che vengano riconosciuti presto.

«Mi è capitato, per esempio, di visitare un ragazzo di tredici anni e mezzo che per anni era stato considerato semplicemente un ragazzo con difficoltà di apprendimento e funzionamento cognitivo borderline. In realtà presentava da tempo caratteristiche chiaramente riconducibili a un disturbo dello spettro autistico. La diagnosi non era mai stata posta. Quando successivamente è comparso un disturbo ossessivo-compulsivo, quel quadro si è innestato su una vulnerabilità di base che non era stata riconosciuta. Questo ci ricorda una cosa importante: non avere una disabilità intellettiva o una compromissione del linguaggio non significa non soffrire. La difficoltà sociocomunicativa, anche da sola, può incidere profondamente sulla qualità della vita e richiedere supporto»…

A parere di Vicari, quindi, occorre in estrema sintesi:

  • accogliere le specificità della persona, senza trasformarle subito in motivo di giudizio o di correzione;
  • bisogna provare a capire come funziona quella persona e non pretendere necessariamente che funzioni come noi;
  • capire se quella persona vive con sofferenza e disagio importante la propria differenza oppure no;
  • intervenire in maniera adeguata, quando è proprio necessario, poiché la neurodivergenza, in quanto tale, non è qualcosa da medicalizzare o da correggere in quanto non è una malattia


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