Droghe e dipendenze: problema di ordine pubblico, o problema sanitario e sociale?

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RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

Tutti siamo perfettamente consapevoli che nessuna droga, illegale o legale, sia innocua, e ogni settimana si scoprono nuovi danni indotti da sostanze, come anche nuove forme di dipendenza senza sostanze che coinvolgono persino le “nuove” generazioni. Per esempio…

  1. Un’ampia meta-analisi internazionale (vedi qui) pubblicata di recente sul Journal of Psychiatric Research, che ha analizzato i dati provenienti da 55 ricerche indipendenti, coinvolgendo complessivamente oltre 3 milioni di individui, rispetto alla relazione tra disturbo da uso di cannabis (CUD) e disturbo depressivo maggiore (MDD), ha evidenziato una sovrapposizione significativa tra le due condizioni: circa il 31% delle persone con CUD presenta anche una diagnosi di depressione maggiore, mentre il disturbo da uso di cannabis è stato riscontrato nel 10% degli individui con MDD. Secondo gli autori, questi dati rafforzano l’ipotesi di una relazione bidirezionale, in cui la depressione può favorire il ricorso alla cannabis e, allo stesso tempo, l’uso problematico della sostanza può contribuire allo sviluppo o al peggioramento dei sintomi depressivi.
  • Dal 57° Congresso Nazionale di Cardiologia dell’ANMCO arriva invece un messaggio sui rischi cardiovascolari che l’uso di stupefacenti, cannabis compresa, comporta. Secondo i cardiologi, in alcuni contesti si potrebbe formulare una vera e propria diagnosi di “malattia cardiovascolare da sostanze d’abuso”, riconoscendo quindi un rapporto diretto tra uso di droghe e sviluppo di patologie cardiovascolari (alterazioni della pressione arteriosa, ictus, infarto miocardico, insufficienza cardiaca, dissezione aortica e aritmie anche fatali). La stessa cannabis aumenta di 6 volte il rischio di infarto del miocardio, di aritmie e fino al 40% il rischio di ictus (vedi qui).
  • Rispetto alle nuove dipendenze, è emblematica poi la presa in carico di una ventenne da parte del Serd dell’Ulss 3 Serenissima di Venezia per una dipendenza comportamentale legata all’IA, primo caso emerso pubblicamente di questo tipo in un servizio territoriale. Secondo quanto descritto, i criteri per la diagnosi stanno nell’aver trasformato il dialogo con l’IA in una presenza quotidiana difficile da interrompere, con quasi totalitario coinvolgimento emotivo e sostituzione progressiva del confronto in presenza. Nel caso dell’IA, il meccanismo con cui si può instaurare la dipendenza consiste nel rinforzo che nasce dalla combinazione fra disponibilità continua e adattamento progressivo: il sistema usa il materiale fornito dall’utente per calibrare tono, lessico, priorità apparenti e ritmo della risposta; quando la persona è fragile, questa coerenza può essere scambiata per comprensione personale. Ad un certo punto la macchina smette di essere un supporto occasionale e diventa il luogo in cui cercare conferma prima di ogni scelta emotiva. Una vera e propria dipendenza patologica. D’altronde, un nuovo studio britannico suggerisce che i chatbot basati sull’intelligenza artificiale, convalidando e amplificando spesso ciò che gli utenti dicono, può rendere ricordi distorti, teorie del complotto o deliri più credibili ed emotivamente reali. Ciò diventa particolarmente rischioso per le persone isolate o vulnerabili in cerca di rassicurazione e connessione (vedi qui).

Appunto…

Di fronte a questi fenomeni, il problema è capire quali possano essere le politiche di prevenzione e di contrasto più efficaci. E qui, purtroppo, le crescenti evidenze scientifiche si scontrano con un persistente atteggiamento diffuso, che da un lato non riesce a vedere il problema delle dipendenze in maniera unitaria, scotomizzando quelle da sostanze da tutte le altre, come se nei meccanismi di induzione di questi disturbi non esistessero invece denominatori comuni; e dall’altro, fra quelle da sostanze separa ciecamente le droghe illegali da quelle legali, considerando male assoluto le prime, e trattando invece le seconde con eccessiva e superficiale indulgenza.

Da questo atteggiamento generale discende, rafforzandolo a sua volta, il fatto che – da sempre – la maggior parte dei governi mondiali affronta il problema “droga” (declinato surrettiziamente al singolare) prevalentemente come lotta alle sostanze fuori legge; e trattandosi appunto di prodotti illegali, lo affronta in modo preminente dal punto di vista dell’ordine pubblico, anziché da quello sanitario e sociale.

Ultimi esempi, la posizione assunta dal presidente USA Trump, al cui centro c’è addirittura il concetto di “narcoterrorismo” (posizione che – en passant – trascura il fatto che il diritto internazionale distingue chiaramente tra criminalità organizzata, motivata da profitto, e terrorismo, che ha natura politica o ideologica; ma tant’è…), che segna un cambio di rotta abbandonando le politiche di riduzione del danno e salute pubblica costruite negli anni precedenti per abbracciare un approccio punitivo e militarizzato; e la dichiarazione emessa il 4 maggio dalla Coalizione europea contro la droga, promossa da Italia e Francia, e presieduta da Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, nella quale si ribadisce un impegno comune nella lotta al traffico di stupefacenti via mare, ma in cui temi come per esempio ridurre la prevalenza e l’incidenza delle infezioni legate all’uso di droghe, prevenire i casi di overdose e i decessi connessi alla droga, fornire alternative a sanzioni coercitive e sviluppare interventi personalizzati e integrati per le persone con comorbilità, non sono mai citati (vedi qui) .

Forse dovremmo sommessamente ricordare che in Italia, a fronte di qualche centinaio di morti da droghe illegali, ogni anno muoiono dalle 30.000 alle 40.000 persone a causa dell’alcol, e 90.000 per il fumo di tabacco. Ma nessun personaggio politico si straccia le vesti per questi numeri da capogiro (anzi, in Italia i vari governi succedutisi negli anni hanno fattivamente e ciecamente contribuito alla diffusione selvaggia del gioco d’azzardo legale, tanto per parlare di un’altra letale dipendenza che miete vittime anche in assenza di sostanze, ed è arrivata a sottrarre all’economia reale nel 2025 ben 165 miliardi di euro, tanto è stato il giro d’affari da essa raggiunto). E in ogni caso, le politiche di stampo prevalentemente punitivo finora adottate nei confronti dei consumi di sostanze illegali non hanno portato ad alcun apprezzabile risultato in fatto di riduzione dei consumi, né a maggiori tutele dell’ordine pubblico. Anzi!

Urge davvero che, a partire dalle evidenze scientifiche, si diffonda un cambiamento di paradigma nell’interpretazione dei fenomeni legati alle dipendenze patologiche. Perché questi problemi non si possono contenere solo con le armi, o con incalzanti ma sostanzialmente improduttivi decreti sicurezza, ma debbono essere ricompresi in una ben più vasta prospettiva di ordine sociale a sanitario, dove l’ordine pubblico non è che un tassello di un mosaico molto più ampio e complesso.

Alberto Arnaudo