La Commissione europea dopo l’estate presenterà una proposta per limitare l’accesso ai social ai minori. È uno dei tanti provvedimenti, per lo più allo stato ancora embrionale, che vengono adombrati in varie parti del mondo per rispondere ai pericoli che l’uso smodato, e il maluso, del digitale comportano per i più giovani, tema su cui si spendono ormai fiumi d’inchiostro (per lo più virtuale…), e fioccano proposte che vanno dal proibizionismo più spinto, come in Australia, a strategie maggiormente meditate di buona educazione.
Poca attenzione tuttavia finora è stata rivolta agli atteggiamenti degli adulti (o presunti tali) nell’utilizzo dello smartphone, e sulle conseguenze che tali atteggiamenti possono avere nei confronti dei figli presenti in casa.
Già il giudizio sull’uso del digitale diverge in modo inequivoco fra genitori e figli. L’ultima rilevazione ufficiale della Commissione Europea (per leggerla clicca qui) su cosa pensano le famiglie dell’uso degli smartphone rivela una netta contrapposizione generazionale: il 51% degli adulti ritiene che i dispositivi digitali abbiano conseguenze dannose sulla vita dei giovani, mentre il 40% degli adolescenti valuta positivamente l’effetto della tecnologia sulla propria quotidianità. C’è comunque una minoranza consapevole dei pericoli: il 29% dei ragazzi ammette di subire influenze avverse dal web.
Uno studio statunitense recentemente pubblicato su Frontiers in Psychology (per vederlo clicca qui) ha focalizzato invece l’attenzione sugli atteggiamenti tenuti nei confronti del digitale dalle figure di riferimento familiare, suggerendo che l’uso pervasivo dello smartphone da parte di tali figure durante l’infanzia dei figli possa influenzare negativamente la formazione del legame affettivo primario, con ripercussioni che emergono con chiarezza solo molti anni dopo, durante l’adolescenza.
L’osservazione fa riferimento alla teoria dell’attaccamento, caposaldo della psicologia dello sviluppo: secondo questo modello, la qualità del rapporto che il bambino instaura con chi si prende cura di lui – in particolare nei primi anni di vita – getta le fondamenta della sua futura vita emotiva e relazionale. Quando questa relazione viene costantemente interrotta e frammentata da distrazioni esterne, come lo schermo che chiama e interrompe (fenomeni noti sotto il nome di “technoference” e “phubbing” *), il bambino può interiorizzare un senso di inaffidabilità del legame, il che può condurre in età adolescenziale ad atteggiamenti evitanti nei confronti degli altri, a non fare affidamento sugli adulti, non chiedere sostegno e tenere le distanze emotive; oppure a sviluppare ansia, vivendo ogni relazione con il timore di essere costantemente trascurati.
Lo studio in questione ha coinvolto seicento ragazzi tra i 12 e i 17 anni, a cui è stato chiesto di raccontare il proprio punto di vista sul comportamento dei genitori riguardo all’uso dello smartphone con valutazioni su frasi del tipo: “Questa persona non mi dedica abbastanza tempo a causa del telefono”, “Sembra assente quando è attaccata allo schermo” o “Mi ignora quando usa il dispositivo”.
I risultati, emersi tramite incrocio con questionari standardizzati sulla sicurezza dell’attaccamento in adolescenza, mostrano una correlazione netta: i ragazzi che descrivono i propri genitori come costantemente “sintonizzati” sul cellulare ottengono punteggi più alti sia nella scala dell’ansia relazionale che in quella dell’evitamento.
I dati mostrano tra le altre cose che la “dipendenza” dagli schermi è trasversale: non solo un pericolo per i nativi digitali, ma anche per gli adulti. Anche tra i pensionati, i social convolgono ormai il 74% delle persone, di cui la metà trascorre almeno sessanta minuti al giorno online.
Insomma, non andrebbe mai dimenticato che i bambini leggono il mondo attraverso gli occhi dei loro adulti: la percezione di “essere visti” è l’elemento emotivo più prezioso.
In questa ottica è interessante per metodo e per contenuti il progetto messo in atto dall’ASL CN1 di Cuneo in collaborazione con i pediatri di libera scelta del territorio (v. Notiziario n. 1 2025, pag 54), una iniziativa nata quasi per caso durante un incontro che l’ACAT (Associazione Club Alcologici Territoriali) di Cuneo aveva realizzato con l’équipe dei pediatri nel 2024 per sensibilizzare sui problemi alcolcorrelati e sulle altre dipendenze. Durante la riunione era emersa da parte dei medici la necessità di approfondire le tematiche riguardanti l’uso del cellulare da parte dei neogenitori, percepito come spesso disfunzionale e disturbante perfino nel corso delle visite periodiche od occasionali.
Al fine di approfondire la questione, l’ACAT mise in contatto i pediatri con gli operatori del Cantiere adolescenti dell’ASL CN1, un servizio intersettoriale gratuito attivo da anni sul territorio rivolto ai giovani dai 14 ai 24 anni, ai loro genitori e agli educatori, comprendente fra l’altro uno spazio di ascolto e consulenza psicologica e sociale volto a intercettare precocemente il disagio giovanile denominato “Al 34” attivo in città fin dalla fine degli anni Novanta.
Ne è nato un lavoro di rete che ha coinvolto, oltre all’ACAT, tutti i servizi sanitari che si occupano di età evolutiva (Pediatri di libera scelta, Dipartimento Interaziendale Materno Infantile comprendente i consultori, i reparti ospedalieri di Ostetricia, Neonatologia e Pediatria, la Neuropsichiatria Infantile, il Dipartimento di Salute Mentale con il Ser.D, il Cantiere Adolescenti e il servizio di Promozione della Salute).
Il lavoro congiunto ha portato alla creazione di uno strumento, denominato “phon’o’meter”, che permette di fare una fotografia del proprio modo di utilizzare i device (al di là dell’uso per motivi di lavoro o necessità urgenti) in relazione a sei aree di interesse e criticità (tempo, luoghi di utilizzo, modalità di consultazione, privacy, analisi dei contenuti e uso dello smartphone in presenza di minori), sollecitando una attenzione particolare rispetto alla relazione con i bambini. Non è presente un punteggio finale perché il test proposto vuole essere uno strumento di consapevolezza che permetta a ognuno di valutare il proprio grado di “salute digitale”.
L’aspetto qualificante del progetto è che lo strumento phon’o’meter, varato a metà del 2025, disponibile in formato cartaceo e tradotto in lingua inglese e francese tramite Qr code indicato sul volantino, dalla fine del medesimo 2025 viene inserito nelle Agende di gravidanza presso i Consultori e nelle Agende della Salute presso i punti nascita del territorio. In occasione dei Bilanci di Salute (BDS) dei nuovi nati, presso gli ambulatori dei pediatri viene effettuata una verifica rispetto alla conoscenza dello strumento e all’uso dei device da parte dei genitori in relazione ai loro bambini.
Uno sviluppo recente scaturito da una collaborazione del Gruppo di progetto con un istituto scolastico di scuola primaria e secondaria di primo grado della città è l’attivazione del sito phonometer.org attraverso il quale chiunque può misurarsi direttamente online con lo strumento e ricavarne una fotografia della propria “salute digitale”, ricevendo per di più consigli da mettere in atto per l’eventuale miglioramento delle aree più critiche, consigli elaborati dai ragazzi della scuola in un lavoro effettuato in classe e con le famiglie durante l’anno scolastico 2025/26.
Un piccolo esempio di cosa si può fare quando istituzioni diverse e terzo settore uniscono le proprie forze verso un obiettivo condiviso, facendosi comunità educante nell’unico intento di apportare qualche miglioramento alla società di cui ci si sente parte attiva.
NOTA:
- La technoference (fusione di technology e interference) indica le interruzioni quotidiane nelle interazioni umane causate dai dispositivi tecnologici. Il phubbing (parola nata dall’unione di phone, telefono, e snubbing, snobbare) è l’atto concreto di ignorare la persona di fronte a sé per guardare il cellulare.
Alberto Arnaudo