Il dibattito sui rischi e presunti benefici delle bevande alcoliche dura da sempre, intrecciando crescenti allarmi scientifici con interessi di parte e tradizioni popolari.
Negli anni gli studi condotti hanno prodotto conclusioni spesso contraddittorie, contrapponendo chi attribuisce a moderate quantità di alcol possibili benefici a chi sostiene che non esista alcuna soglia davvero sicura per la salute.
Intanto va sgombrato il campo da un eterno equivoco: il dibattito riguarda i rischi/benefici per la Salute, non il principio del Piacere, che sta alla base dei consumi di alcol, così come di tutte le altre droghe o dei comportamenti di potenziale dipendenza. Il vero nodo sarebbe definire con maggior precisione il labile confine fra un piacere che determina salute, e un piacere che porta danni, al di là, anzi al di qua, dei problemi di eventuale addiction. In altre parole, sarebbe bello se i concetti di piacere e salute potessero sempre coincidere, ma ben sappiamo come ciò che gratifica i sensi non sempre sia salutare per il nostro organismo, benchè senza piaceri non possa sopravvivere nemmeno una salute, o un ben-essere, soddisfacenti.
L’alcol sarebbe un perfetto paradigma per indagare un po’ meglio questo paradosso. La discussione in merito invece ha preso finora in considerazione essenzialmente le conseguenze per la salute, senza riuscire invero a risolvere in modo definitivo la questione.
Nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una dichiarazione su The Lancet Public Health, affermando perentoriamente che “quando si tratta di consumo di alcol, non esiste una quantità sicura che non influisca sulla salute”.
Il piano d’azione globale sull’alcol 2022-2030, approvato dagli Stati membri dell’OMS, mira a ridurre l’uso “dannoso” di alcol, definizione alquanto ambigua perché, se prendiamo per buona la dichiarazione precedente da parte dello stesso Organismo, ci si dovrebbe riferire all’uso tout court, visto che, come detto, non esistono “quantità sicure che non influiscano sulla salute”.
La contraddizione è spia della confusione culturale e mediatica che sta alla base di quasi tutti i ragionamenti e i moniti sui danni da alcol, una su tutte il tentativo di fare “distinzione” fra le diverse bevande alcoliche: in Italia, ad esempio, per evidenti motivi economici e di tradizione si tende, anche da posizioni istituzionali, a “salvare” il vino a scapito degli “altri” prodotti contenenti alcol. Andrebbe ricordato che la legge definisce “bevande alcoliche” TUTTE quelle che contengono più di 1,2% di alcol etilico, e che proprio l’alcol etilico è il principio attivo di tali bevande, esattamente come il THC lo è per la cannabis. Lo ha bene evidenziato di recente Claudia Gandin, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità, a commento del tragico incidente di Senago dove hanno sciaguratamente perso la vita giovani ragazzi: “Il tipo di drink è ininfluente (per la determinazione della pericolosità: l’alcol) resta una sostanza tossica e pericolosa”.
Già. Ma appunto: “quanto” tossica e pericolosa? E per chi?
A queste controverse domande hanno provato a rispondere recentemente Sinclair Carr, dottorando presso il Dipartimento di Epidemiologia della Harvard T.H. Chan School of Public Health, e Jürgen Rehm, dell’Institute for Mental Health Policy Research del Center for Addiction and Mental Health, aggiornando una serie di analisi utilizzate anche per valutazioni globali come il Global Burden of Disease Study e i report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si tratta di una revisione di meta-analisi di studi di coorte sul consumo medio di alcol e sugli esiti sanitari (56 revisioni), una revisione sistematica di studi di randomizzazione mendeliana sull’alcol e la cardiopatia ischemica (20 studi), con una sintesi narrativa su lesioni, percorsi biologici e reversibilità degli effetti.
La domanda alla base dello studio era appunto perché la letteratura scientifica sull’alcol abbia spesso generato messaggi confusi.
Una parte del problema riguarda il modo in cui viene misurato il consumo: non è soltanto la quantità media di alcol bevuta in un giorno o in una settimana che conta, ma anche il modello di consumo: quando, quanto e in quali occasioni si beve. E noi aggiungeremmo anche il contesto sociale e culturale: non è la stessa cosa bere in un paese anglosassone o in uno mediterraneo. In ogni caso, come notano gli autori, un consumo regolare e moderato non produce necessariamente gli stessi effetti rispetto a episodi concentrati di forte assunzione, anche a parità di quantità complessiva. Per esempio, nei più giovani, gli episodi di binge drinking = abbuffate alcoliche.
Ci sono poi fattori inerenti all’architettura degli studi, che consistono in due varietà: studi osservazionali tradizionali e studi di randomizzazione mendeliana. Questi ultimi utilizzano informazioni genetiche per stimare gli effetti causali, e proprio così facendo hanno messo in discussione alcune conclusioni storiche, per esempio sul possibile effetto protettivo dell’alcol nei confronti di malattie cardiovascolari e ictus ischemico: che un “bicchiere di vino rosso al giorno fa bene al cuore” scaturisce in gran parte da studi osservazionali, i quali trascurano però fattori vitali per gli esiti delle ricerche: chi beve moderatamente può avere anche reddito più alto, dieta migliore, maggiore accesso alle cure o altri fattori favorevoli alla salute (la morte del cosiddetto “paradosso francese”*).
Per alcune condizioni cardiovascolari, piccole quantità di alcol continuano a essere associate in alcuni studi a possibili effetti protettivi, ma il dato resta decisamente controverso; non vi sono dubbi invece sul fatto che anche piccole quantità di alcol aumentino il rischio (attenzione, si parla di rischio!) di contrarre un numero indefinito di tumori a carico di molti organi.
Nel grado di concretizzazione di tali rischi non si può poi mai trascurare il fattore individuale: una familiarità o meno per sviluppo di tumori o per il manifestarsi di patologie cardiovascolari può fare tutta la differenza del mondo.
La conclusione degli autori è che comunque non sia corretto presentare l’alcol come una sostanza innocua, soprattutto perché molte persone ignorano il legame con diversi tipi di cancro, anche se poi – come detto – la valutazione del rischio (in ogni caso presente) non è sempre uguale per ogni individuo e per ogni malattia. Lo studio ribadisce anche che, come riportava la ricercatrice dell’ISS, il tipo di bevanda non cambia sostanzialmente il quadro: vino, birra o superalcolici contengono comunque alcol. Non ci sono prove solide che il vino rosso sia intrinsecamente più “salutare” del whisky o di altre bevande.
Non bere alcolici è in ogni caso associato a benefici per la salute.
Alcuni rischi acuti scompaiono quasi immediatamente: è ovvio che se non si beve quando si guida, si elimina il rischio di incidente legato alla guida in stato di ebbrezza. E le cronache sono piene di tragiche testimonianze contrarie in merito. Anche le abbuffate alcoliche sono un grave pericolo per i più giovani, spesso minorenni e quindi meno capaci rispetto all’adulto di metabolizzare l’alcol etilico: “farsi” in questo modo di alcol comporta rischi di intossicazioni acute, fino alla morte, incidenti, nonché significative alterazioni nello sviluppo neuropsichico in caso di comportamenti ripetuti. La riduzione dei consumi di alcol negli adulti può contribuire ad abbassare la pressione arteriosa, e ci sono indicazioni secondo cui smettere di bere possa favorire un parziale recupero della riduzione del volume cerebrale osservata in alcuni casi di bevitori cronici. Anche il rischio di cancro può diminuire dopo la cessazione. Purtroppo non tutti i danni sono reversibili: alcune lesioni croniche, in particolare a carico del fegato, possono non regredire completamente. In ogni caso, smettendo di bere se ne evita l’ulteriore aggravamento e se ne favorisce la gestione.
Il modello ideale di una ricerca su alcol&salute sarebbe quello degli studi randomizzati; tuttavia, non sarebbe etico chiedere a persone astemie o a basso consumo di iniziare a bere di più per misurare gli effetti. Più realistico, secondo Carr, è progettare studi in cui i partecipanti riducano o interrompano il consumo, per osservare cosa cambia nel tempo, e provare a costruire ricerche osservazionali più rigorose, capaci di simulare meglio le domande causali ed evitare i bias che hanno condizionato parte della letteratura fino ad ora.
E per il rapporto fra piaceri e salute aspettiamo ulteriori approfondimenti…
NOTA:
- Il paradosso francese è una teoria scientifica degli anni ’90 secondo cui la popolazione francese registra una bassa incidenza di malattie cardiovascolari nonostante una dieta ricca di grassi saturi, un fenomeno storicamente attribuito al consumo regolare e moderato di vino rosso. Soffriva appunto dei difetti metodologici suindicati.
Alberto Arnaudo