Storica sentenza: i social colpevoli di creare dipendenze e danni alla salute mentale tra i giovani utenti

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RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

Due anni dopo l’audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato USA – nella quale erano comparsi i Ceo dei cinque principali network USA da Mark Zuckerberg (Meta) a Linda Yaccarino (X), Shou Chew (Tik-Tok), Evan Spiegel (Snap) e Jason Citron (Discord) –, META (Facebook, Instagram, WhatsApp) e YouTube di Google si sono presentati come imputati davanti ad una giuria popolare in un vero e proprio processo che si è concluso con una sentenza di condanna. Già il 31 gennaio 2024 non si era trattato di una messinscena, vista la durezza delle accuse dei senatori peraltro debordate anche sul coté della politica: di fatto, la campagna elettorale per le presidenziali era virtualmente aperta, ma l’argomento era troppo ghiotto per trasformare la conferenza in una burletta di simulazioni e domande concordate. Davanti ai Senatori, i grandi capi dei social erano stati messi sotto torchio (Le vostre mani sono sporche di sangue”) e l’accusa non era certo lieve: “Big Tech and the Online Child Sexual Exploitation Crisis, vale a dire sfruttamento sessuale e pericoli per minori”.

Ma il processo andato in scena in California, a Los Angeles il 18 febbraio 2026 è stato un duro colpo per gli imputati che dovevano rispondere alle accuse elevate nei loro confronti dai legali patrocinanti della causa promossa da una ragazza di 20 anni, Kaley G.M querelante, che in aula ha riferito di essere diventata dipendente dai social fin da bambina (a partire dai 6 anni di età), trascorrendo fino a 16 ore al giorno sulle piattaforme social, in particolare sui servizi di Meta e su YouTube di Google, aggravando in tal modo i suoi problemi di salute mentale.

I due colossi della Silicon Valley – Meta e YouTube –  sono stati giudicati negligenti nel modo in cui hanno progettato le rispettive piattaforme e questa incuria ha causato danni a Kaley G.M. che sono stati quantificati dalla giuria in 6 milioni di dollari di cui 3 per il risarcimento vero e proprio e ulteriori 3 milioni di dollari a titolo di danni punitivi, dopo aver stabilito che le società hanno agito con “malizia, oppressione o frode nel danneggiare i minori attraverso le loro piattaforme”.

Ogni società sapeva che le sue piattaforme potevano essere pericolose se utilizzate da minori, ma non ha avvertito l’utenza in modo adeguato di questo rischio, hanno aggiunto i giurati.

Meta è stata ritenuta maggiormente responsabile del danno subito da Kaley G.M. e dovrà farsi carico del 70% dei 6 milioni di dollari, mentre YouTube pagherà il restante 30%.

La giuria, composta da sette donne e cinque uomini, ha raggiunto la sentenza dopo aver ascoltato testimoni per oltre 40 ore di audizione in sei settimane di svolgimento del processo: Meta e Google sono stati giudicati colpevoli di negligenza per aver gestito un prodotto che ha arrecato danni a bambini e adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli.

Inutilmente, Mark Zuckerberg si è scusato davanti alla Corte e alle famiglie presenti di altri minori danneggiati dall’uso compulsivo dei social (con casi di disagi psicologici e comportamentali, fino a vittime di cyberbullismo ove non di vere e proprie azioni di violenza o autolesionismo, adescamenti sessuali, giochi pericolosi, istigazione al suicidio), giustificandosi per il fatto che il filtro di Instagram per limitare l’accesso ai minori di 13 anni non abbia funzionato, ammettendo: “avrei voluto che ci fossimo riusciti prima”.

Quello di Los Angeles (che è venuto subito dopo un analogo procedimento giudiziario davanti ad una giuria del New Mexico che ha inflitto al gruppo META  una sanzione da 375 milioni di dollari dopo aver stabilito che la piattaforma ha danneggiato consapevolmente la salute mentale dei minori e ha nascosto informazioni sullo sfruttamento sessuale dei bambini) può essere considerato un fatto storico per la punizione esemplare e contemporaneamente un evento apripista per altri casi analoghi negli USA ma anche a livello planetario.

La motivazione di questa deduzione risiede principalmente in due aspetti: i social utilizzano piattaforme che invitano esplicitamente ad un uso intensivo, sconsiderato e continuativo creando situazioni di dipendenza a motivo del fatto che le applicazioni possono causare danni alla persona.

La seconda argomentazione a sostegno del danno causato alla ricorrente ma in via generale potenzialmente a tutti i fruitori dei social si riferisce al target dei destinatari, molto spesso minori non adeguatamente istruiti sui pericoli di un utilizzo compulsivo delle piattaforme, soggetti quindi pregiudizialmente indifesi e gettati allo sbaraglio nella pratica di strumenti e soprattutto di contenuti che non dovrebbero essere destinati ad utenti della loro età.

Sintomatico di questa trascuratezza colpevole il fatto che, durante la sua testimonianza, a Zuckerberg siano stati mostrati documenti aziendali di META che contraddicevano la sua difesa (che addebitava ad origini familiari la causa del vulnus), valga per tutti quello in cui era testualmente scritto: “se vogliamo avere successo con gli adolescenti, dobbiamo coinvolgerli prima, da quando sono preadolescenti”.

Analisti sociali, pedagogisti, psicologi, psichiatri da tempo puntano il dito contro i social e i loro effetti talora devastanti per la mente dei bambini e degli adolescenti, indotti a stili di vita insani e sedentari, trasformati in internauti senza controlli, limiti, semafori in una navigazione pregiudizialmente incognita, stimolando in loro atteggiamenti aggressivi che sfociano in comportamenti di violenza crescente. Più che di gogna mediatica i social sono identificabili come “fogna mediatica”, poiché trasmettono esempi malsani e diseducativi, erodendo l’opera educativa della scuola e sfuggendo al controllo dei genitori, peraltro troppo spesso essi stessi principali fruitori di queste scorribande nel web e di fatto pessimi esempi per i propri figli.

Da alcuni anni a questa parte la diffusione delle tecnologie, la dilagante digitalizzazione, gli scenari aperti dal metaverso e gli iniziali esperimenti di intelligenza artificiale hanno imposto un’area tematica che sta rivoluzionando il mondo delle comunicazioni e prelude a scenari persino sconvolgenti negli stili di vita degli “umani” che ne saranno inevitabilmente coinvolti. Fermare questa deriva equivarrebbe a tentare di arrestare uno tsunami con l’uso delle mani, ma certamente la facilità con cui hardware e software si sono diffusi, algoritmi e stilemi linguistici hanno sostituito gli alfabeti tradizionali, il fatto che questo universo in gran parte inesplorato e sconosciuto ai più, ma gestito con disinvoltura e poco senso etico e della misura da poche mani sapienti per finalità commerciali e con profitti stellari, sia frequentato in prevalenza da giovani o giovanissimi, senza una guida orientativa e senza confini tematici, ha costituito una vera e propria rivoluzione culturale che la scuola non è riuscita a controllare, per sdoganare e limitarne gli effetti distorsivi.

Da tempo ci si interroga sull’uso dei social poiché, lungi dal favorire un supporto all’impegno educativo delle famiglie e più specificatamente didattico e pedagogico dei sistemi formativi, hanno favorito da un lato una diffusione massiva incontrollata, dall’altro non hanno posto tutele e ripari alla fruizione solipsistica e fuorviante delle tecnologie. Navigare senza rete non ha quasi mai favorito approdi rassicuranti, scomparsi agli orizzonti degli esploratori.

Il fenomeno delle devianze prodotte dalla tecnologia incontrollata nell’uso fino a normalizzare una serie infinita di abusi e comportamenti distorsivi è presente da molto tempo: ma la globalizzazione ha rapidamente esportato tutti gli aspetti più deleteri e deteriori di questa dilagante deriva.

Dobbiamo porci anche qui, in Italia e in Europa, più di un interrogativo sul da farsi ricordando il “non fatto”. Sono innumerevoli gli episodi che già da diversi anni si sono verificati con crescente intensità e perniciosa creatività: l’emulazione, l’indifferenza degli adulti ammantata da un’assenza di regole e norme di comportamento che rasenta l’incoscienza hanno consentito una sovraesposizione al pericolo nella frequentazione dei social, fino a farli diventare una sorta di cloaca maxima dove affogare senza tornare a galla. E insieme a questo la diffusione della pornografia, della prostituzione minorile agganciata in rete e tutte le raffinate distorsioni che ne sono via via derivate, a cominciare dal revenge porn, la trasgressione più odiosa, la “vendetta” realizzata attraverso la diffusione di immagini intime carpite a insaputa delle vittime. Sono temi che ci riguardano da vicino poiché attraverso gli interessi commerciali delle grandi si innescano gigantesche campagne diseducative, né va dimenticato come i social siano spesso i megafoni dell’omologazione culturale: la negazione della loro essenza poiché falsificano e distorcono la comunicazione fino a diventare la causa più diffusa delle solitudini siderali e spesso disperate del nostro tempo.

La storica sentenza di Los Angeles ha già prodotto conseguenze che si immaginano adeguate sul piano giudiziario e delle azioni dei soggetti istituzionali di ogni Paese.

La Commissione Europea, ad esempio, ha stabilito che i siti per adulti Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos violano la normativa sui servizi digitali “per non aver protetto i minori” dal loro utilizzo e dalla sovraesposizione a contenuti esplicitamente pornografici. Prevedendo pertanto sanzioni a carico dei trasgressori fino al 6% del fatturato annuo globale.

Secondo l’U.E., in una indagine avviata a maggio 2025, le piattaforme citate non avrebbero identificato e valutato con diligenza e accortezza i rischi di una esposizione diretta dei minori all’accesso dei siti, non impedendo quindi loro di accedere a contenuti esplicitamente dannosi.

Le piattaforme devono quindi mettere in atto accorgimenti atti a precludere ai minori ogni via di accesso ai rispettivi siti.

La posta in gioco è troppo alta e la cronaca quotidiana racconta quanto la frequentazione incontrollata dei social da parte di bambini e adolescenti possa provocare in loro danni incalcolabili, stimolando agìti di violenza di ogni tipo, abbassando esponenzialmente il target di età di accesso.

Si tratta di una deriva perniciosa che deve essere fermata dagli adulti e a livello normativo, con sanzioni esemplari a carico di chi se ne fa colpevole promotore, promuovendo l’opera educativa della scuola e recuperando una smarrita responsabilità genitoriale che fa dell’ambiente domestico il primo contesto distratto e inconsapevole di consuetudini e comportamenti sbagliati che non sempre il semplice scorrere del tempo potrebbe rimuovere.

Francesco Provinciali