Social media: la questione delle fonti

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RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI

Il processo apertosi davanti alla Corte Superiore di Los Angeles il 18 febbraio e conclusosi il 25 marzo 2026 con la sentenza di condanna di Meta e Google (You Tube) a risarcire i danni ad una ragazza per i danni psicologici provocati dalla dipendenza digitale dall’uso continuato e intensivo delle piattaforme social – di cui abbiamo dato notizia (clicca qui) ­–, ha destato scalpore al pari di quanto storicamente accaduto in passato negli USA alle lobby del tabacco e dell’alcool. In particolare, i vulnus della colpevolezza sono stati evidenziati nelle omesse azioni di responsabilità e vigilanza rispetto allo scrolling infinito, al tipo e alla qualità delle notifiche e ai suggerimenti mirati che prescindono dalla considerazione dell’età degli utenti. Ad ogni modo, nel merito, oltre il dato tecnico la condanna ha assunto il significato di una presa di coscienza riguardo alle conseguenze che possono essere provocate specialmente in danno di bambini e adolescenti dalla navigazione incontrollata e senza una rete di protezione rispetto al discernimento dei contenuti visionati – per i quali non esistono filtri o limiti di fruizione –  e alla immedesimazione emotiva – con evidenti conseguenze comportamentali – che i giovani utenti metabolizzano a seguito di una sovresposizione intensiva e perdurante nel tempo fino a creare una sorta di dipendenza virale, con distonie e patologie da malassorbimento. Una vera e propria overdose di un mix pernicioso, fino a diventare letale, tra virtuale e digitale che allontana e separa dalla coscienza del mondo reale.

Il fatto che la sentenza abbia provocato un’ondata planetaria di reazioni e abbia stimolato una presa di coscienza sulla consapevolezza delle conseguenze derivanti dalla full-immersion nelle piattaforme social va considerato positivamente anche se non ci si può esimere dall’osservare come solo il pronunciamento deciso e severo di una Corte di giustizia abbia indotto autorità e addetti ai lavori ma anche lo stesso generale e prevalente pensiero condiviso (finora ovattato in una specie di torpore indifferente, come se l’abitudine e la consuetudine dilagante non fossero meritevoli di maggiore attenzione e discernimento) ad una problematizzazione del fenomeno rimarcato e sancito in tutta la sua nociva e colpevole evidenza per la via giudiziaria, fino ad ipotizzare l’adozione di misure di controllo e contenimento e di veri e propri limiti cogenti adottabili in via normativa.

Nello specifico, la questione dell’adozione di misure restrittive all’accesso ai social sta interessando molti Paesi a livello mondiale: ad esempio l’Australia è stata “pioniera ante-litteram” in questo campo, infatti dal 10 dicembre 2025, quindi prima della sentenza USA, i minori di 16 anni non possono più creare o mantenere account su piattaforme come Facebook, X, Threads, Snapchat, Instagram, TikTok, Twitch, Reddit e YouTube di Google. I provider che violano la legge rischiano sanzioni fino a 50 milioni di dollari australiani (28 milioni di euro).

In Europa, la Danimarca sta predisponendo un provvedimento legislativo che vieti l’accesso ai minori di 15 anni attraverso l’accertamento dell’identità elettronica, allo stesso modo intende comportarsi la Francia che sta mettendo a punto un progetto denominato France Identité, insistendo sul concetto di identità digitale che verrà collegata ai profili social personali. L’intenzione di Macron è quella di puntare l’indice contro la navigazione in incognito (“«Le piattaforme possono verificare l’età, lo facciano») e di creare una sorta di barriera di controllo già sotto il compimento della maggiore età. Analogamente si sta orientando l’Estonia mentre in Spagna  una proposta di legge prevede che i minori di 16 anni possano accedere a social network, forum, piattaforme di comunicazione o altre frequentazioni virtuali che comportino l’uso dell’intelligenza artificiale generativa solo con il consenso esplicito dei genitori, ma ci si sta orientando verso un’età minima di fruizione di 14 anni, considerate le devianze comportamentali negative negli adolescenti che stanno dilagando ovunque. Austria, Germania e Grecia stanno studiando misure analoghe ispirandosi al modello australiano, un vero apripista in materia. Anche in Italia un disegno di legge prevede il divieto di accesso alle piattaforme social per gli adolescenti sotto i 15 anni, come ribadito di recente dal Ministro dell’Istruzione e Merito Sen. Valditara.

Insomma, il volano del ripensamento e delle contromisure rispetto ai danni provocati dai social ha preso l’abbrivio: non è solo una reazione al dilagare dell’utilizzo incontrollato delle piattaforme poiché si sta constatando l’incidenza di questa deriva rispetto all’aumento dei casi di comportamenti dissociativi negli adolescenti (con una caduta vertiginosa verso il basso, quanto all’età dei protagonisti) che agiscono individualmente o in gruppo con un devastante innalzamento della gravità dei reati, dal cyberbullismo, al revenge porn, dall’utilizzo improprio di dati e immagini personali, all’uso di armi e coltelli per colpire, ferire o uccidere.

Qualcuno non vuole che le si chiami baby-gang perché il fenomeno associativo è più indotto e spontaneo che aggregato secondo uno statuto malavitoso: le bravate dei maranza ricordano molto bene – tuttavia – le maras sudamericane, importate come modelli di riferimento comportamentale negativo e orientato alla commissione di azioni delittuose e di violenza, sopraffazione, devianza criminale. Le evidenze riscontrate nei sempre più frequenti casi che finiscono nelle aule giudiziarie minorili per le quali si oscilla tra l’applicare la giustizia riparativa e l’infliggere pene più severe non sempre possono essere prevenute con la narrazione sul lettino dello psicanalista, poiché esplodono in maniera incontrollata e senza remore. Quanto la frequentazione intensiva, ossessiva e compulsiva delle piattaforme social possa incidere su questi comportamenti devianti lo si può riscontrare scandagliando i modelli esistenziali negativi che si rinvengono in queste navigazioni allo sbaraglio.

In quasi tutti i Paesi che stanno adottando misure restrittive l’incipit ad una presa di coscienza più consapevole dei danni provocati dai social è stato generato da frequenti casi di azioni delittuose o di suicidi tra giovani e giovanissimi. Analizzando il fenomeno e risalendo alle “fonti generative” delle devianze si riscontrano almeno tre concause:
1) l’impostazione delle piattaforme, i loro contenuti e l’accesso facilitato e senza limiti;
2) la dimensione sociale e lata della frequentazione dei social che interessa in primis gli adulti con una smisurata produzione di esempi negativi e inappropriati per i minori;
3) il ruolo della famiglia, spesso disattenta ove non colpevole nel controllo dei propri figli e delle loro abitudini.

In questa sede si vogliono considerare le restrizioni principali che le piattaforme social dovrebbero introdurre per ottenere misure efficaci e orientate ad una netta inversione di tendenza.

È di tutta evidenza che devono essere i singoli governi e i parlamenti nazionali, le istituzioni internazionali, le autorità di controllo e tutela (si pensi al ruolo che potrebbe esercitare la figura del Garante per l’infanzia e l’adolescenza qualora fosse strutturalmente dotato di competenze certe nell’area delle tecnologie e del web, oltre che legittimato nell’ emanazione di misure restrittive, di censura o di divieto) a stabilire le regole dell’uso dei social, i limiti di età nell’accesso, i contenuti consentiti e quelli non ammessi, facendo opera di prevenzione e stabilendo i paletti oltre i quali scattano le sanzioni. Si pone, quindi, un problema delle fonti per capire fino a quando il concetto di libero mercato e libera informazione non si ripercuotano negativamente in una sorta di pedagogia del male: le piattaforme social non possono essere più generate e gestite senza un controllo preventivo e di merito, pena per i loro gestori il dover finire davanti all’ennesima corte di giustizia per rispondere di reati che devono essere prevenuti.

Chiaramente, la questione tocca anche il nodo degli interessi commerciali che tuttavia non devono prevalere sui principi etici di tutela dei bambini e degli adolescenti, nella veste di fruitori inconsapevoli e danneggiati. Prevenzione e sanzione sono i due strumenti che gli Stati dovranno adottare senza indugi per fronteggiare e possibilmente fermare un fenomeno che sta diventando il prevalente ubi consistam negativo di una intera generazione a livello planetario.

C’è il preciso dovere di intervenire, legiferare, correggere, punire.

Le principali aree di intervento preventivo e restrittivo da adottare in via normativa, con riguardo alle fonti di produzione dei social dovrebbero riguardare i seguenti aspetti.

Innanzitutto l’età di accesso, con divieto assoluto sotto i 13 anni e restrizioni sotto i 16 anni, con limitazioni correlate all’età, considerando le potenziali devianze.

Le piattaforme dovranno pertanto realizzare rigorose metodologie di controllo e accertamento dell’età effettiva dei fruitori.

Occorre puntare sul rafforzamento dell’azione preventiva e di monitoraggio delle famiglie, potenziando il cd. “parental control”, collegando ad es. l’account del figlio a quello di un genitore.

Naturalmente, è parimenti necessaria una consapevole e fattiva collaborazione a livello domestico.

Introdurre misure di contenimento alle dipendenze algoritmiche come l’infinite scroll (lo scorrimento infinito) e l’autoplay automatico dei video per i minori, per evitare importazione/esportazione di immagini e foto non consentite.

I cookie di profilazione e gli strumenti di tracciamento utilizzati a scopi pubblicitari non possono essere installati prima che l’utente abbia espresso il proprio consenso esplicito e informato: e qui si rinnovano i compiti di collaborazione dei genitori poiché esercitano per i figli minori il dovere della responsabilità genitoriale. Le impostazioni predefinite devono essere le più restrittive possibile. Ciò in applicazione delle regole in materia di tutela dei dati personali come stabilito dal GDPR 679/2016, normativa europea talmente avanzata da essere fonte di ispirazione in materia di privacy anche in altre parti del mondo.

Le tre concause distorsive sopra evidenziate richiamano la necessità di adottare misure adeguate sul piano legislativo e non possono essere affidate alla buona volontà o a generiche e non verificabili dichiarazioni di intenti. Ma come richiamato la fonte primaria su cui intervenire riguarda le piattaforme social, i loro contenuti, i tempi di accesso e le modalità di fruizione poiché è giunto il tempo di una radicale inversione di tendenza rispetto alla globalizzazione massimalista del “tutto è consentito”.

Se vogliamo che famiglia e scuola siano messe in condizione di esercitare i loro compiti di collaborazione, educazione, controllo dobbiamo responsabilizzare le aziende tecnologiche che agiscono a livello mondiale affinché modifichino le attuali piattaforme e tutte le connesse applicazioni, per evitare il pernicioso perdurare di una “torre di babele” dove si sta purtroppo esplicitando una deriva di doping digitale.

Francesco Provinciali