Adolescenze – Rivista Transdisciplinare –
Fascicolo 2
Registrazione presso il Tribunale di Milano al n. 52 del 27 aprile 2023.
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«Anche se si dispone di tutti i mezzi di comunicazione immaginabili, nulla – assolutamente nulla – può sostituire lo sguardo dell’essere umano»
Paolo Coelho
Abstract Italiano
L’autore fa un breve excursus sull’evoluzione della comunicazione fino a giungere a quella tecnologica ed in particolare ai social media, partendo dall’esperienza personale e professionale – che inquadra una dimensione che non dovrebbe essere ignorata – per comprendere fino in fondo tutti i passaggi evolutivi che hanno condotto allo stato attuale. Quindi offre una lettura sul processo evolutivo dell’adolescenza soffermandosi sulla plasmabilità della struttura personologica del minore. Propone inoltre una visione dell’approccio dell’adolescente alla tecnologia dei media ed all’apprendimento della violenza attraverso tali strumenti. Infine si chiede quale possa essere il miglior uso di tale tecnologia da parte degli adolescenti ed anche se esistano degli strumenti educativi per trasformare i social in strumenti positivi per la crescita sociale dei giovani e porre un freno all’emergere sempre maggiore di una dimensione violenta degli stessi.
Abstract English
The author makes a brief excursus on the evolution of communication up to the technological one and in particular to social media, starting from personal and professional experience that frames a dimension that should not be ignored to fully understand all the evolutionary steps that have led to the current state. He then offers a reading on the evolutionary process of adolescence, focusing on the malleability of the personological structure of the minor. It therefore offers an insight into the adolescent’s approach to media technology and learning about violence through these tools. Finally, he asks what could be the best use of this technology by adolescents and also if there are educational tools to transform social networks into positive tools for the social growth of adolescents and put a stop to the emergence of an increasingly violent dimension of adolescents.
Abstract Français
L’auteur fait un bref excursus sur l’évolution de la communication jusqu’à la technologie et en particulier aux médias sociaux, à partir d’une expérience personnelle et professionnelle qui encadre une dimension qu’il ne faut pas négliger pour comprendre pleinement toutes les étapes de l’évolution qui ont conduit à l’état actuel. Il propose ensuite une lecture sur le processus évolutif de l’adolescence, en s’intéressant à la malléabilité de la structure personologique du mineur. Il offre donc un aperçu de l’approche de l’adolescent face à la technologie des médias et de l’apprentissage de la violence à travers ces outils. Enfin, il s’interroge sur quelle pourrait être la meilleure utilisation de cette technologie par les adolescents et aussi s’il existe des outils pédagogiques pour transformer les réseaux sociaux en outils positifs pour l’épanouissement social des adolescents et stopper l’émergence d’une dimension de plus en plus violente des adolescents.
Abstract Español
El autor hace un breve excursus sobre la evolución de la comunicación hasta la tecnológica y en particular hacia las redes sociales, partiendo de la experiencia personal y profesional que enmarca una dimensión que no debe ser ignorada para comprender a cabalidad todos los pasos evolutivos que han llevado al estado actual. A continuación, ofrece una lectura sobre el proceso evolutivo de la adolescencia, centrándose en la maleabilidad de la estructura personológica del menor. Por lo tanto, ofrece una visión del enfoque del adolescente hacia la tecnología de los medios y el aprendizaje sobre la violencia a través de estas herramientas. Por último, se pregunta cuál podría ser el mejor uso de esta tecnología por parte de los adolescentes y también si existen herramientas educativas para transformar las redes sociales en herramientas positivas para el crecimiento social de los adolescentes y poner freno a la emergencia de una dimensión cada vez más violenta de los adolescentes.
SOMMARIO:
1. Un inizio – 2. La comunicazione – 3. I social media – 4. L’adolescente e la sua plasmabilità sociale – 5. L’approccio e l’uso dei social media degli adolescenti
1. Un inizio
Un semplice sguardo retrospettivo alla storia dell’homo sapiens ci può informare che quell’homo per evolversi e raggiungere l’attuale condizione sociale abbia avuto bisogno anche e soprattutto di comunicare con il proprio simile. In particolare, il nostro progenitore è stato piuttosto abile nel pensare e quindi utilizzare sistemi di comunicazione per scambiare le proprie idee con quelle del suo simile più prossimo, in maniera tale da creare rudimentali consessi sociali che, gradualmente, sono divenuti sempre più estesi e coordinati ed a mano a mano sono divenuti gruppi autonomi con proprie regole e rituali (come gli Stati).
Oggi viviamo in una realtà multi mediatica che ci coinvolge in modo totalizzante, una realtà che sembra sfuggire al controllo del singolo ma anche della comunità cui egli appartiene. Sembriamo aver perso la capacità di rendere concretamente le nostre azioni espressione di scelte autonome, individuali, finalizzate verso un progetto esistenziale che sia nostro e non controllato o da adeguare alla filosofia del “grande fratello”.
Perché tutto ciò? È possibile immaginare una spiegazione lontana da afflati ideologici e basata sull’attenta osservazione della realtà che ci circonda? È possibile tracciare un percorso critico in cui non intervengano costrutti stereotipati ma solo registrazioni oggettive della società “due punto zero” o meglio quella della Generazione Zeta?
Un tentativo di rispondere a tali interrogativi mi è parso opportuno al fine di poter analizzare in maniera corretta, anche se non del tutto esaustiva, l’attuale invasività dei social media soprattutto nel mondo adolescenziale; di domandarsi il perché del prevalere delle tecnologie mediatiche in un mondo dinamico ed in continua evoluzione come quello dell’adolescenza ed, infine, di riconoscere le specifiche ricadute sullo stile di vita di questi giovani attori della scena sociale ed in cui, almeno all’apparenza, sembra prevalere la violenza declinata in tutte le sue sfumature fisiche e psichiche..
Naturalmente le riflessioni che seguiranno discendono non solo da una attenta lettura dell’evoluzione del sistema comunicativo fino a quello utilizzato attualmente dalla gran parte di noi ma soprattutto dall’esperienza professionale ed esistenziale di chi scrive; di chi, come me, ha dovuto imparare un nuovo linguaggio comunicativo, talora gradito per la facilità dell’approccio ad alcuni argomenti, talaltra abbastanza ostico da divenire un vero e proprio ostacolo nell’apprendimento di una tecnica, quella informatica, certamente non nelle corde di chi si è nutrito di letture su supporti cartacei, di chi ha affrontato l’apprendimento prevalentemente in maniera oggi ritenuta senza alcun dubbio obsoleta ovvero attraverso la diretta interlocuzione tra individui o meglio “in presenza” come oggi è più comune dire.
Si potrebbe ritenere inutile un simile approccio avendo la comunicazione massmediale raggiunto modalità di scrittura e di approccio inter e transpersonale talmente sofisticate e raffinate da rendere una riflessione sulla sua evoluzione più che superata ma anche inutile.
Se una tale osservazione ha la sua ragion d’essere per chi accetta lo status quo, secondo il mio modesto parere essa potrebbe essere ritenuta come una censura perché renderebbe la “costruzione storica” della comunicazione monca della conoscenza delle sue radici e priverebbe lo studioso di una base reale dalla quale partire per le proprie deduzioni.
Ritengo allora che la mia riflessione non possa che partire dalla definizione di comunicazione nel contesto umano per poi giungere alla registrazione corretta delle finalità, evidenti e nascoste, della medialità sociale. Naturalmente in questa premessa non sarà necessario analizzare in maniera esaustiva tutto ciò che significhi comunicare e quali e quanti processi evolutivi abbiano portato alla comunicazione fonetica e grafica; sarà sufficiente, a mio avviso, soffermarsi a delineare ciò che questa modalità di approccio sociale sia riuscita e riesca a generare in un contesto umano in formazione come è appunto l’adolescenza.
2. La comunicazione
Già l’etimologia della parola potrebbe spiegare la sua finalità. Dal latino communico ovvero mettere in comune qualcosa, rendere partecipe [cum (insieme)] e munis (ufficio, incarico)]. Si tratta di una modalità con cui si scambiano informazioni e l’uomo (appartenente al genere homo alla famiglia degli ominidi ed all’ordine dei primati secondo la visione di C. Linneo[1]) l’ha da sempre utilizzata per condividere necessità, sentimenti e idee nonché come un mezzo per rafforzare il senso di appartenenza ad un gruppo.
Il funzionamento di base di questo processo è la reciprocità.
Per rendere possibile la comunicazione, ogni individuo utilizza, o meglio sviluppa, tecniche che servono a rendere più facile lo scambio delle informazioni apportando anche varianti nel suo funzionamento al fine di rendere possibili strategie tecniche utili all’evoluzione del gruppo sociale che la utilizza.
È noto che l’uomo sia un “animale sociale”[2] perché tende ad aggregarsi ai suoi simili per assicurarsi la sopravvivenza, per confrontarsi e per crescere, facendo ricorso anche e soprattutto al processo comunicativo che, in ultima analisi, appare come il solo modo per smarcarsi da un isolamento improduttivo. Naturalmente è anche noto che una tale modalità di confronto non sia tipica solo dell’uomo ma anche di altri esseri viventi.
Tuttavia nel mondo dell’homo sapiens la comunicazione si è evoluta nel tempo contribuendo a formare i gruppi sociali ed a renderli coesi al loro interno ma anche a metterli in contatto con gruppi esterni, sia vicini che lontani. Attraverso la comunicazione si realizza la partecipazione tra due o più persone che condividano le regole del gruppo di appartenenza, regole approvate nelle sue diverse declinazioni presenti nel codice sociale, prima, e legislativo dopo.
Abercombie[3] affermava che noi parliamo con gli organi vocali, ma conversiamo con tutto il corpo e Kafka[4] sottolineava che le cose stanno lì, pronte a ricevere il significato che si vuol dare loro e a comunicarci ciò che si vuole che comunichino.
Sotto il profilo pratico il processo della comunicazione, per essere efficiente, necessita della partecipazione attiva del “mittente” e del “destinatario” prevedendo quindi un percorso ben definito: dal punto di origine (mittente) all’intercettazione del messaggio da parte del destinatario che deve essere in grado di decodificare l’informazione possedendo egli il codice di “lettura”. Naturalmente si tratta di un processo reversibile, dinamico potendo il destinatario divenire a sua volta mittente e quest’ultimo il destinatario.
La comunicazione ha utilizzato ed utilizza modi diversi per realizzarsi e sono proprio questi modi che hanno subìto, nel tempo, una graduale evoluzione passando, ad esempio, dalla tecnica elementare della pittografia[5]al fonetismo[6], allo sviluppo dei primi sistemi di scrittura alfabetica[7], originatisi nell’area mediterranea dominata dalla civiltà fenicia per giungere alla più alta tecnologia utilizzata nel XXI secolo.
Tuttavia, come già premesso, per la finalità di queste riflessioni non ritengo necessario entrare nel dettaglio dell’evoluzione della comunicazione che una volta divenuta prevalentemente verbale e diretta ha di pari passo esplorato e quindi utilizzato altre modalità permettendo al “comunicatore” di esprimere se stesso (anche con una comunicazione non verbale) e trasmettere idee od opinioni all’interlocutore ed ai gruppi sociali che con lui interagiscono.
La comunicazione utilizza canali diversi i quali si rifanno anche ai nostri sensi (audiovisivi, digitali, stampati, telefonici ed altri ancora). Pensiamo così alla comunicazione verbale che si caratterizza per l’uso di parole che possono essere pronunciate ed in cui l’interazione tra il mittente e il destinatario si basa sull’espressione orale (tono della voce, pause più o meno lunghe tra le frasi, postura del corpo, movimenti delle mani, ecc.) Ma pensiamo anche alla comunicazione scritta che utilizza segni o codici di scrittura modificatisi nel tempo ed appresi soprattutto all’interno del gruppo sociale di appartenenza degli interlocutori. Senza dimenticare la comunicazione non verbale che attiene agli aspetti che si radicano nell’inconscio ̶ del mittente e del destinatario ̶ ed esprime, forse, l’interazione più corretta, non essendo mediata da un filtro razionale[8] ed è probabilmente la tipologia di comunicazione più complessa poiché ogni soggetto impara a interpretare questi messaggi in modo automatico e involontario.
«Il linguaggio del corpo è una delle più importanti modalità con cui la comunicazione non verbale si realizza. Questa discende da ogni tratto del comportamento umano che si realizza al di fuori del linguaggio, inteso come una codificazione convenzionale di fonemi e di segnali che implica, sempre nel suo attuarsi, un certo grado di intenzionalità informativa. […] Il nostro corpo dunque parla e comunica e per lanciare messaggi si serve di ogni sua parte singolarmente o nella sua globalità; e così la postura che varia con lo stato emotivo, lungo il suo asse teso-rilassato, l’espressione del volto, area di comunicazione specializzata in cui le emozioni tendono a realizzare certe frequenze motorie che, per analogia, ci informano dello stato d’animo di cui sono indizio […]»”[9].
Soprattutto questo importante aspetto della comunicazione è stato quasi “brutalmente” bypassato dall’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, divenuti ̶ in un tempo relativamente breve ̶ di massa, facendo sparire dall’approccio dialogico, tra due o più persone, quanto la verbalizzazione sonora (fonetica potremmo dire) non sia in grado di comunicare se non attraverso un meccanismo di filtri razionali talora inibitori del pensiero più profondo dei dialoganti.
Quel tempo breve è stato occupato dal passaggio dalla semplice comunicazione, sintetica e scritta o solo parlata, mediante il meccanismo delle chat[10] alla dimensione, o meglio alla realtà, dei cosiddetti social.
3. I social media
Ciò su cui punterà la mia riflessione è la comunicazione di massa che si identifica per lo più con l’utilizzo di canali di trasmissione-dati che impiegano le più recenti tecnologie modificandosi, queste ultime, molto spesso ed in breve tempo con tecniche a mano a mano più sofisticate; in altre parole i cosiddetti media audiovisivi e digitali che possono definirsi con il termine generico di social media. Ma ritengo anche importante analizzare, in termini abbastanza discorsivi e non già esclusivamente scientifici, il legame invisibile che essi hanno sulla violenza espressa dal e nel mondo adolescenziale.
Infatti i social media sono strumenti potenti, e il loro impatto sugli adolescenti è innegabile. Per evitare che diventino terreno fertile per l’estrinsecazione della violenza o di altre manifestazioni a valenza negativa rispetto ai canoni sociali, è essenziale un impegno collettivo che unisca tutte le agenzie che esercitano un’azione nella strutturazione della personalità adolescenziale (la famiglia, gli educatori culturali, ed anche le stesse aziende tecnologiche). Solo con un corretto modo di operare si possono trasformare questi “spazi digitali” in opportunità e luoghi dove i giovani possano crescere, connettersi ed imparare a vivere l’esperienza sociale, senza paura di essere inghiottiti dalla spirale della violenza.
Avvicinandoci con maggiore attenzione alla comprensione di questi strumenti tecnologici si può affermare che con il termine social media si connotano tutti quei mezzi di comunicazione che rendono possibile la creazione, la condivisione e lo scambio di contenuti (informazioni o argomenti generici o specifici) generati dagli utenti utilizzando le cosiddette piattaforme informatiche. Peraltro, non si tratta di piattaforme mediante le quali si possono condividere solo dei cosiddetti post o seguire ciò che suggerisce l’influencer di turno o il personaggio più noto del momento; sono anche delle comunità che si contattano per discutere di costumi e stili di vita, sono luoghi di incontro virtuali e forum per scambiarsi idee e, in forma più ristretta, progetti esistenziali ma sono altresì (e forse a mio avviso in prevalenza) strumenti da utilizzare all’interno di una ampia strategia di marketing e di pubblicità.
La caratteristica principale è la loro orizzontalità nella creazione e diffusione dei contenuti (tuttii fruitori/soggetti, almeno intenzionalmente, sono allo stesso livello senza categorizzazioni di ruoli), e si contrappone alla verticalità dei classici mass media (i giornali, la radio o la televisione) dove la comunicazione avviene principalmente con un meccanismo che prevede un solo interlocutore e molti ascoltatori senza dirette interlocuzioni, ovvero uno parla a molti[11].
Con l’avvento dei social sono cambiati non solo i classici ruoli della comunicazione, ma anche le modalità di essa: non si parla più di un messaggio unilaterale ed unidirezionale ma multidirezionale del tipo “tra molti” o “tra pari”. Il “monologo” dei giornali, ad esempio, diventa nel social un “dialogo” tra utenti: media ed aziende, emittente e ricevente, si alternano in un flusso continuo di ruoli senza creare, almeno nell’apparenza, delle gerarchie.
L’altro punto che mi interessa affrontare è la modalità di approccio ai social, essendo questo un argomento ineludibile nella valutazione degli aspetti positivi e negativi di questa tipologia di comunicazione. Di certo la generazione 2.0, ovvero quella dei “nativi digitali” (come solitamente sono indicati coloro che praticamente l’era digitale la vivono sin dalla nascita) ha una grande facilità di approccio per moltissimi motivi: comunicare con amici e coetanei o chiedere di comunicare con persone che abbiano gli stessi interessi; esprimere la propria identità (attraverso foto, video e post); intrattenersi e scambiarsi informazioni; e così via. Ma ciò che più attrae l’utente, vieppiù quello adolescente, è la possibilità di utilizzare il mezzo prescelto in una dimensione di estrema libertà temporale: il proprio pensiero, il proprio progetto, la propria immagine, le domande più varie possono essere comunicati senza un filtro esterno, che sia temporale o di aperta censura. In altre parole l’utente del social è il produttore del proprio pensiero che egli affida alla tecnologia perché possa essere comunicato al destinatario prescelto, sia esso realmente noto che, ahimè, perfettamente sconosciuto o addirittura virtuale.
Proprio quest’ultima caratteristica stimola la mia riflessione sugli aspetti positivi e su quelli negativi dei social che non possono ormai non far parte della odierna realtà e soprattutto di quella adolescenziale.
Tra gli aspetti positivi non si può non riconoscere che i nuovi strumenti di comunicazione facilitino la socializzazione, rendendo fluido e veloce l’approccio a nuove conoscenze amicali irraggiungibili concretamente, mantenendo nel tempo e rafforzandoli i rapporti relazionali. Essi sono anche strumenti educativi e di sensibilizzazione verso le problematiche esistenziali, di stimolazione della creatività e di rafforzamento dell’autostima. Attraverso l’uso di questa tecnologia si può agire sulla maturazione, facilitandola e rendendola sempre più appetibile, proponendo spazi di crescita e soprattutto di confronto culturale.
Tuttavia, come già ricordato, esistono anche aspetti negativi sui quali è doveroso riflettere, costituendo il focus di questa indagine. Ricordiamo che l’utilizzazione della comunicazione mediante i social ha creato i cosiddetti “leoni da tastiera”, ovvero coloro che fanno dell’anonimato il modo più “comodo” per porre in essere comportamenti aggressivi a valenza psicologica e tali da divenire vere forme di cyberbullismo. Come spesso accade, l’uso eccessivo di tali mezzi può portare ad una vera e propria dipendenza ed ansia sociale sostanziandosi le basi per un isolamento sociale o anche un depauperamento della propria stima, magari per la presenza di commenti negativi alle proposte, ai progetti, al proprio stile di vita; senza dimenticare il pericolo per una distorsione della realtà attraverso comunicazioni con contenuti filtrati e volutamente modificati che possono creare aspettative irrealistiche su se stessi ma anche sullo stile di vita da condurre.
Appare altresì evidente come questi aspetti possano agire con molta più facilità su strutture personologiche in divenire, come sono quelle degli adolescenti, e quindi più facilmente “plasmabili” in senso negativo rispetto alle aspettative di crescita culturale che la comunità sociale si attende da essi.
4. L’adolescente e la sua plasmabilità sociale
Molti sono i ricercatori e gli autori di saggi che si sono soffermati ad analizzare in maniera approfondita il percorso maturativo dell’adolescente e la capacità di poter incidere su tale percorso strutturando una personalità che potremmo immaginare come un supporto plasmabile in senso negativo ma anche, fortunatamente, positivo.
Erikson E. H. ci ha lasciato un classico sulla psicologia dello sviluppo che esplora la formazione dell’identità dell’adolescente, ma anche di altre fasi della vita. In particolare egli afferma che l’identità si forma attraverso un processo di esplorazione ed integrazione delle esperienze di vita e tale processo è, senza alcun dubbio, cruciale, per lo sviluppo della personalità. L’autore sostanzialmente pone l’accento sulle esperienze sociali, culturali ed interpersonali dell’individuo quasi in contrapposizione alla visione freudiana che valorizzava i fattori psicosessuali per lo sviluppo della personalità. Mentre per Freud la personalità di base si forma nel corso dei primi cinque anni di vita, per Erikson «il cambiamento evolutivo avviene lungo tutto l’arco della vita» e si compendia in otto fasi di sviluppo, ciascuna delle quali si caratterizza per la presenza di una crisi da risolvere, se si riesce, utilizzando anche gli strumenti appresi nella fase precedente: il successo o meglio «la soddisfazione esistenziale» determina gratificazione, altrimenti si manifestano insoddisfazione e senso di inutilità. La formazione della personalità dell’adolescente (ovvero dei soggetti tra i 12 ed i 20 anni) egli la colloca nella fase numero 5 precisando che: «il successo in questa fase porta alla capacità di rimanere fedeli a se stessi, mentre il fallimento porta alla confusione dei ruoli e a un debole senso di sé»[12]. Nel 1980 Marcia J. E. riprende la lezione di Erikson ed introduce la teoria delle quattro identità dell’adolescenza:
- lo status di diffusione che caratterizza coloro che non hanno esplorato le varie opzioni esistenziali tra cui scegliere;–
- lo stato di Identità-Preclusione in cui si trovano coloro che hanno preso un impegno verso un’identità senza aver esplorato le opzioni offerte;–
- lo stato di Identità-Moratoria che descrive coloro che stanno esplorando nel tentativo di stabilire un’identità ma non hanno ancora preso alcun impegno;–
- lo stato di Identità-Risultato che si riferisce alla condizione di coloro che, dopo l’esplorazione, hanno preso un impegno[13].
Ma anche Steinberg L. ci consegna un testo fondamentale sulla psicologia dell’adolescenza in cui analizza i cambiamenti cognitivi, sociali ed emotivi di coloro che vivono questa fase della vita[14]. E molti altri.
0Appare evidente che l’adolescenza rappresenti una fase cruciale dello sviluppo dell’uomo, caratterizzata da profondi cambiamenti biologici, psicologici e sociali. Uno degli aspetti più rilevanti di questa fase è la plasmabilità sociale, ovvero la capacità dell’adolescente di essere influenzato dall’ambiente, dalle relazioni interpersonali e dalle esperienze che egli vive di volta in volta.
Le neuroscienze hanno dimostrato che il cervello degli adolescenti sia altamente plastico. Durante questa fase si verifica la riorganizzazione delle connessioni neurali con un aumento della velocità di elaborazione delle informazioni; si realizza lo sviluppo della corteccia prefrontale, responsabile della regolazione delle emozioni, del controllo degli impulsi e del processo decisionale; si ha una maggiore sensibilità al sistema della ricompensa che porta l’adolescente a cercare esperienze nuove e stimolanti. Si tratta di un “terreno fertile” per la formazione della personalità del soggetto e quindi deve ritenersi un momento di transizione che va “trattato” in maniera attenta al fine di non creare condizioni personologiche negative che nel seguito caratterizzeranno il soggetto nella sua dimensione sociale ovvero di appartenenza al “gruppo”[15].
Uno degli elementi più incisivi nella plasmabilità sociale dell’adolescente è il bisogno di appartenenza per cui gli amici diventano punti di riferimento primari, spesso più influenti della famiglia. C’è un bisogno, che appartiene alla fase dell’esplorazione e della scelta delle opzioni esistenziali possibili che induce l’adolescente a rivolgere la propria attenzione ai suoi pari, dai quali si attende gratificazione ed anche considerazione. Ma è altrettanto chiaro che tale bisogno possa portare ad esiti completamente diversi: a) uno sviluppo positivo attraverso la stimolazione della creatività e l’apprendimento di nuove abilità sociali, che contribuiranno alla costruzione della propria identità; b) influenze negative con il rischio di arroccarsi nel conformismo, di approcciarsi all’uso di sostanze psicoattive, di manifestazioni aggressive con finalità di vero e proprio bullismo attivo, e, soprattutto, alla grave dipendenza dai social.
5. L’approccio e l’uso dei social media degli adolescenti
Abbiamo visto come la condizione fisiologica dell’adolescente (con una condizione neurologica ancora in evoluzione e quindi favorevole ad una “plasmabilità esogena” facilitata dall’essere parte di un mondo in cui prevale il raffronto tra i pari) immetta il giovane in una dimensione esistenziale ritenuta, almeno all’inizio, affascinante e piena di opportunità comunicative. La presenza dei social stimola la curiosità e le spinte creative, proprie dell’adolescente, e lo induce a prendere in consegna una sorta di chiave sociale, utile per partecipare al gruppo cui già appartiene ma anche per entrare in altre dimensioni amicali sconosciute.
Il suo approccio a questa tecnologia non richiede specificità cognitive, essendo quell’adolescente in grado di comprendere il funzionamento del mezzo e di utilizzarlo a suo piacimento e questo perché appartiene alla generazione zeta.
Se, come si è ricordato in precedenza, l’adolescente ha superato il conflitto tipico della fase in cui si trova per la strutturazione della sua personalità, allora avrà gli strumenti perché l’approccio, e successivamente l’uso, diventi in realtà fonte di crescita sociale ed anche cognitiva. Ma se, al contrario, quel conflitto è rimasto insoluto e persiste come sottofondo nel suo percorso formativo, l’approccio ai social ed il loro uso diventeranno problematici e di difficile soluzione nel prosieguo della propria evoluzione personologica. Ed è proprio questo il punto cruciale, o meglio il focus, che va attentamente analizzato nei comportamenti adolescenziali ritenuti, al minimo, come fuori luogo ed ingiustificati.
Quell’adolescente comincerà ad utilizzare la tecnologia per controllare la sua ansia sociale (pur non possedendo gli strumenti psicodinamici opportuni per poterlo fare nella maniera migliore); per investirsi di un ruolo virtuale che non gli appartiene per le reali sue carenze relazionali e di critica; ed ancora per rinforzare ̶ ma in maniera certamente anomala ̶ la propria autostima e sentirsi quindi il protagonista in un confronto tra pari che gli permetta di viversi come il migliore. L’aspetto più grave di tale comportamento è la mancanza di comunicazione oggettiva cui è portato quell’adolescente in quanto egli tende ad isolarsi, a rifiutare ogni proposta di socializzazione, ad usare un linguaggio sempre più ridotto per evitare risposte alle domande degli altri ed in particolare degli adulti più prossimi e ritenute superflue ed inutili. Prevale in tal modo l’illusione di appartenere ad una sorta di elite sociale in grado di affrontare esperienze esistenziali apparentemente sempre più gratificanti, mentre la realtà che quell’adolescente vive è un pericoloso isolamento che non gli permette il confronto reale delle sue scelte con altri coetanei.
Molto spesso se non sempre questo processo, descritto qui nella sua essenzialità, viene quasi sempre bypassato dall’adulto che solitamente dovrebbe essergli accanto (nella famiglia, nella scuola, nei luoghi di socialità) ed in maniera costante e graduale quell’adolescente perde il contatto con la realtà immergendosi in un mondo virtuale in cui il suo protagonismo la fa da padrone. Egli perde la cognizione dei limiti dello strumento mediatico che sta maneggiando e lo utilizza senza alcuna remora per progettare quanto sente più consono al proprio soddisfacimento sia pure del momento.
L’adolescenza proprio per suo statuto è un tempo in evoluzione, dinamico ed in cui, come già ricordato, la plasmabilità è, forse, la caratteristica più rilevante. È evidente allora che si è portati a privilegiare il piacere rispetto alla rinunzia, legandosi il primo ad un apparente benessere ed il secondo ad un sicuro dolore di perdita. La scelta dell’isolamento nel giovane che stiamo osservando rafforza la sua sensazione di libertà, di mancanza di vincoli disciplinati da regole imposte dall’esterno per cui è attraverso i social che egli cerca i contatti che corrispondano e soddisfino i canoni del tipo di esistenza scelto.
Questa “finestra” educativa purtroppo permette di plasmare quell’adolescente anche in modalità negativa in cui egli potrà esprimere quelle che ritiene essere le proprie esigenze esistenziali senza alcun controllo, in assenza di un confronto con l’educatore del momento; ogni imput coniugato al negativo diventa opzionabile ed utile per sentirsi al centro del mondo che egli si è creato. Si apprendono così modalità di “comunicazione” che facilitano comportamenti al limite dell’illecito al fine di primeggiare tra “i pari” attraverso il numero dei like che si ottengono.
La facilità all’imitazione soprattutto in condizione di isolamento sociale porta l’adolescente a fare propri comportamenti violenti, sia quelli agiti virtualmente nei social frequentati (e/o nei video giochi) sia quelli cui direttamente egli abbia assistito, imitazione che deriva dall’incapacità al controllo della propria aggressività. Le immagini di aggressioni, di body shaming[16], di sfide sociali per primeggiare sugli altri, premono nella fantasia di quell’adolescente portandolo a sentire come essenziali per la propria sopravvivenza quei comportamenti e quindi a viversi come parte integrante del gruppo cui egli sente di appartenere. Ma se da un lato queste manifestazioni di violenza si attuano all’interno dei mezzi tecnologici di cui egli dispone (e parlo dei social) può accadere con molta facilità che egli possa “esportare” quei comportamenti e mettersi nelle condizioni di non aggredire virtualmente il “nemico” di turno, ma di farlo fisicamente e realmente di fronte ad un comportamento sentito e vissuto come pericoloso. Il rafforzamento delle proprie capacità ad agire una violenza proviene proprio dal prolungato uso di quella tecnologia che gli offre liberamente e con estrema facilità esempi di “successo” legato all’azione violenta ed al consenso che riesce a conquistare nei propri compagni, spesso, virtuali e “drammaticamente” misurato attraverso il numero dei like ricevuti (ovvero la virtuale approvazione).
E così siamo immancabilmente arrivati alla violenza appresa, all’uso dell’aggressività non correttamente controllata ma lasciata libera di trasformarsi in violenza.
Mi chiedo allora: il fatto che le statistiche offrano quotidianamente l’immagine di una violenza minorile in un crescendo numerico[17] e la motivino come espressione di un decadimento del controllo della aggressività attraverso strumenti educativi obsoleti o addirittura assenti, può renderci soddisfatti e disponibili a riprendere in mano i codici educativi che abbiamo tralasciato e riproporli, in forma migliorata, alla nuova generazione?
Una domanda legittima ma certamente molto vaga nella sua proposizione cui si può rispondere in maniera quasi automatica con un’affermazione. Ma a mio parere un simile modo di rispondere nasconde, in fondo, una sorta di deresponsabilizzazione sociale: si guarda al fenomeno negativo, si conosce l’autore di quel comportamento, lo si inquadra nella sua dimensione di soggetto ancora in fase evolutiva e lo si rimanda alla supposta azione educatrice di altri, senza tentare l’approfondimento del “perché” quell’atto negativo e che, in ultima analisi, aprirebbe la strada ad una critica nei confronti del gruppo sociale di appartenenza e soprattutto dei suoi componenti cui è demandato il controllo educativo ed il rispetto delle norme su cui quel gruppo si regge.
Non mi sembra pleonastico rimarcare questa carenza nell’approfondimento delle ragioni della reazione aggressiva di qualche membro del gruppo, sia esso adolescente che adulto, anche perché nel momento in cui il gruppo sociale si è dato uno statuto si è reso necessario il controllo del rispetto delle norme emanate.
Ciò che invece non sembra essere stata considerata in passato è la velocità del cambiamento valoriale che si è verificato con l’avvento della tecnologia, soprattutto quella che riguarda l’invenzione dei social. Questa esperienza ha scompaginato la previsione del percorso graduale di crescita e di cambiamento indispensabile al riadattamento dei componenti il gruppo sociale. Al contrario la velocità con cui la tecnologia, soprattutto quella dei media, si è manifestata e si manifesta ha senza dubbio lasciato dei vuoti “educativi” che sono stati colmati a volte in maniera empirica, perché c’era urgenza nel farlo, altre volte in modo più approfondito ma quasi sempre senza un vero processo di analisi fenomenologica, altre volte ancora quei vuoti sono rimasti in attesa di essere colmati. Potrei anche sentirmi legittimato ad affermare che questa incoordinazione ad usare al meglio i canoni educativi adattandoli di volta in volta al minore che abbiamo di fronte dopo che sia stato colto in fallo aleggi all’interno delle strutture istituzionali che prendono in custodia quel minore; incoordinazione che si basa, forse ed anche, su di una sorta di assuefazione dell’educatore al “fai da te” per carenze di preparazione o meglio per l’incapacità a coordinare l’adolescente “mediatico” con l’educatore.
Proprio a questo punto entra in gioco il mondo che si trova attorno all’adolescente ovvero il mondo degli adulti, anch’esso cambiato nel frattempo. Se in passato il compito educativo era prerogativa dell’agenzia famigliare e scolare, oggi ad esse si sono affiancati nuovi soggetti portatori di ulteriori dinamiche comunicative che spesso possono, inavvertitamente (!), sconvolgere quelle dinamiche ormai scontate nel tempo e basate su valori esistenziali che si ritenevano ineludibili per una corretta strutturazione personologica.
«[…] Due nuovi soggetti sono diventati parte attiva del potere aggiungendosi a quello detenuto dalle istituzioni tradizionali: le agenzie non istituzionali che operano su Internet e gli stessi utenti» ci segnala F. Colombo[18]. La facilità di accesso a questo mezzo tecnologico di comunicazione ha trasformato i fruitori di contenuti in veri e propri produttori degli stessi ma con il grave inconveniente che non è possibile avanzare alcuna critica sostanziale a quei contenuti che sono offerti, gratuitamente, ad altri ed altri ed altri ancora in una sorta di “catena di sant’Antonio” creando così le condizioni per il perpetuarsi di immagini positive per il mondo virtuale ma concretamente pericolose per il mondo reale in cui l’adolescente vive e si plasma. La fluenza della comunicazione interattiva facilita anche il propagarsi di dati personali che possono essere utilizzati da altri sia per affascinare l’adolescente facendolo sentire portatore di un potere reale sui suoi pari sia per irretirlo in gruppi asociali proponendogli visioni di un mondo diverso da quello in cui egli vive ma probabilmente più pericoloso, più propenso all’azione negativa, più vicino ad una gestione illecita della sua aggressività.
Il vecchio filo di fumo che richiamava alla lotta i gruppi sociali preistorici, che serviva per facilitare la connessione sociale e per creare spazi per una collettività sempre più coesa oggi si è trasformato in un mezzo digitalizzato che permette a chiunque di sentirsi dominante sugli altri suoi simili immaginandosi forte e padrone di un mondo che pur apparentemente somigliante a quello reale, in realtà è solo finzione perché creata da agenzie di potere (come le multinazionali) le quali sono le reali dominanti ed i veri creatori di mondi pensati per rendere l’accesso ad essi sempre più gradevole senza che siano stati filtrati attraverso una critica autentica. Attraverso questa fascinazione tecnologica è molto facile rendere appetibile ad un soggetto in evoluzione personologica come l’adolescente la violenza per “esserci” per “vivere” per “agirla a piacimento”. Il tam tam suonato dai social è facilmente udibile a qualunque distanza e ad una velocità inimmaginabile, da tutti gli interconnessi per poter assemblarsi ed agire per o contro, per creare o distruggere, per primeggiare o partecipare alla lotta, per proporsi come il migliore, per negare valori sociali ritenuti obsoleti ed abbracciarne altri apparentemente nuovi ma che in realtà e spesso sono rifacimenti di vecchi con una veste più accattivante.
C’è anche chi motiva la tendenza all’isolamento dell’adolescente “internauta” alla costrizione cui egli è stato sottoposto nel corso del confinamento legato alla recente pandemia da COVID -19 e quindi lo trasforma da autonoma scelta comportamentale ad un’imposizione sociale. È possibile considerare questo aspetto nell’eziologia dell’isolamento sociale di quel minore ma occorre anche su questo aspetto pensare in maniera più approfondita, più critica per non trasformare, ancora una volta, un dato oggettivo in un alibi per l’abdicazione educativa da parte delle agenzie che, come ricordato, oggi affiancano il minore.
La violenza, che spesso si esprime come spinta imitativa esportata dai social deve trovare operatori preparati e capaci a trasformare la disponibilità del minore e la sua plasmabilità personologica ad appropriarsi di quel comportamento in qualcosa di realmente positivo. Non una coercizione autoritaria ad interrompere l’uso dello spazio tecnologico di cui l’adolescente molto spesso conosce tutte le potenzialità comunicative, bensì una sorta di alleanza educativa che permetta a quell’operatore di mostrare l’aspetto più negativo e destruente di quel mezzo e nello stesso tempo segnalare la modalità più opportuna per renderlo realmente uno strumento per una crescita cognitiva e sociale corretta.
Bibliografia
- K., Paralanguage, in British Journal of Disorders of Communication, 3, 1, 1968, pp. 55-59.
- Aristotele, La Politica – libro 1, Collana Piccola biblioteca filosofica, Laterza, Roma-Bari,1967.
- Benanti P., Le macchine sapienti. Intelligenze artificiali e decisioni umane, Marietti Editore, Bologna, 2018.
- Bava S., Jacobus J., Mahmood O., Yang T.T., Tapert S.F., Neurocognitive correlates of white matter quality in adolescent substance users, in Brain Cogn., 72, 3, 2010, pp. 347-354.
- Colombo F., Il potere socievole. Storia e critica dei social media, Mondadori, Milano, 2013.
- Erikson H.E., Gioventù e crisi di identità, 7^ Ediz., Armando Editore, Roma, 1992.
- Kafka F., Le confessioni, Mondadori, Verona, 1970.
- Linneo C., Systema Naturae, 1758 (consultabile sul sito della Biodiversity Heritage Library).
- Manetti G., La nascita e l’evoluzione della scrittura, in Eco U. (a cura di), Storia della civiltà europea, vol. Temi trasversali, EncycloMedia Publishers, Milano, 2014.
- Pierantoni S., Il cervello adolescente: tra fragilità e potenzialità. I fenomeni tipici dell’adolescenza possono essere meglio compresi tenendo conto delle modifiche che avvengono a livello cerebrale, in State of mind di inTHERAPY, 22.6.2020.
- Steinberg L., Adolescenti. L’età delle opportunità, Collana Le Scienze, Codice Edizioni, Torino, 2015.
- Tantalo M., Marchiori C., Marigo M., La comunicazione non verbale nell’approccio criminologico, in Riv. It. di Med. Leg., III, 1981, pp. 101-114.
- Report diffuso dalla Direzione centrale di polizia criminale del Dipartimento di pubblica sicurezza (2015/2024).
Sitografia
- Voce Social Media su Insidemarketing.it
- L’identità adolescenziale secondo James Marcia, in Psiche, 18 ottobre 2024.
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note
[1] Linneo C., Systema Naturae, 1758 (consultabile sul sito della Biodiversity Heritage Library).
[2] Aristotele, La Politica – libro 1, Collana Piccola biblioteca filosofica, Laterza, Roma-Bari, 1967.
[3] Abercombie K., Paralanguage, in British Journal of Disorders of Communication, 3, 1, 1968, pp. 55-59.
[4] Kafka F., Le confessioni, Mondadori, Verona, 1970.
[5] La pittografia è una forma di scrittura in cui il segno grafico (detto pittogramma) rappresenta l’oggetto visto e non il suono usato per identificarlo.
[6] Complesso strutturato di tutti i suoni presenti in un dato sistema linguistico.
[7]«Ogni singolo suono del parlato viene rappresentato da un singolo segno, sganciato da qualunque significato iconico» (Manetti G., La nascita e l’evoluzione della scrittura, in Eco U. (a cura di), Storia della civiltà europea, vol. Temi trasversali, EncycloMedia Publishers, Milano, 2014).
[8] Abercombie K., Paralanguage, cit.
[9]Mi si permetta l’autocitazione: Tantalo M., Marchiori C., Marigo M., La comunicazione non verbale nell’approccio criminologico, in Riv. It. di Med. Leg., III, 1981, pp. 101-114.
[10] Una chat (in italiano letterale “chiacchierata”) è un servizio di telecomunicazione tra due o più persone che può servirsi del telefono ma anche di una piattaforma internet.
[11] Voce Social Media su Insidemarketing.it.
[12] Erikson H.E., Gioventù e crisi di identità, 7^ Ediz., Armando Editore, Roma, 1992.
[13] L’identità adolescenziale secondo James Marcia, in Psiche, 18 ottobre 2024.
[14] Steinberg L., Adolescenti. L’età delle opportunità, Collana Le Scienze, Codice Edizioni, Torino, 2015.
[15] Bava S., Jacobus J., Mahmood O., Yang T.T., Tapert S.F., Neurocognitive correlates of white matter quality in adolescent substance users, in Brain Cogn., Apr, 72, 3, 2010, pp. 347-354; Pierantoni S., Il cervello adolescente: tra fragilità e potenzialità. I fenomeni tipici dell’adolescenza possono essere meglio compresi tenendo conto delle modifiche che avvengono a livello cerebrale, in State of mind inTHERAPY, 22.6.2020.
[16] Critica e derisione di un coetaneo per il suo aspetto fisico con l’uso di commenti e parole spesso offensive.
[17] Dal report diffuso di recente dalla Direzione centrale di polizia criminale del Dipartimento di pubblica sicurezza emerge che nel periodo 2015/2024 a fronte di un calo del 33% degli omicidi volontari, gli omicidi commessi volontariamente da minori, nello stesso periodo ha avuto un brusco aumento: dal 4% si è arrivati all’11%.
[18] Colombo F., Il potere socievole. Storia e critica dei social media, Mondadori, Milano, 2013.
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