Crescere connessi: una sfida per genitori e figli

RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

In questo agile libro alla portata di tutti i target di lettori, ma pensato principalmente per i genitori, l’autore Giuseppe Riva, docente di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano, esplora il mondo dell’approccio alle tecnologie da parte dei bambini e degli adolescenti. Lo fa con l’intendimento di non demonizzare questo dilagante e pervasivo mondo degli strumenti digitali di uso ormai comune, nella consapevolezza che occorra posizionarsi in un’ottica di utilizzo consapevole e non di preconcetto rifiuto. Ciò che fa parte della quotidianità di ogni famiglia può essere uno strumento per facilitare conoscenze e apprendimenti se i genitori si identificano nel ruolo di accompagnatori dei propri figli, non come controllori o censori (vietare e demonizzare suscita spesso conseguenze opposte) ma come traduttori e guide nel passaggio dal mondo reale a quello virtuale, una dinamica che tutti ci riguarda ma che nella giovane età necessita di un oculato accompagnamento.

Il pregio di questo saggio consiste nel considerare le peculiarità proprie di ogni età dell’infanzia e dell’adolescenza, poiché diversi sono gli strumenti utilizzati, la manipolazione, il tempo dedicato al loro uso, le dinamiche di fruizione e gli interessi prevalenti, gli impliciti inconsapevoli e la selezione delle scelte sempre più consapevoli con il crescere dell’età. Si tratta di un processo che potremmo anche considerare come intrusione – dall’esterno all’interno – dalle dinamiche dei mezzi di comunicazione-intrattenimento che rinveniamo nel più ampio contenitore sociale al contesto familiare, alla fruizione individuale dell’utilizzatore, ma che di fatto non è possibile respingere considerata la sua peculiare dimensione pervasiva. Meglio allora “crescere connessi” ma consapevoli ed educati all’uso delle tecnologie e dei nuovi stilemi linguistici e comunicativi piuttosto che viaggiare in questo mondo tutto da esplorare, con le sue incognite e i suoi pericoli, dall’assuefazione preponderante, alle dipendenze vere e proprie, alla navigazione nel buco nero del web, fino ai condizionamenti occulti provocati dai social nella sfera delle emozioni e dei sentimenti, con conseguenze a volte dannose e irreversibili, dove si produce un effetto moltiplicatore distorsivo come accade platealmente nel cyberbullismo e nelle manifestazioni di violenza simbolica agita attraverso un uso distorto delle tecnologie, come si verifica nel revenge porn, anche tra i ragazzi.

Del libro piace l’approccio educativo che induce la corresponsabilizzazione dei genitori: non tutto può essere demandato alla scuola a cui giungono sovente alunni – fin dalla tenera età – che hanno acquisito modalità di uso di smartphone e tablet e dei linguaggi connessi che è difficile recuperare ad una dimensione ortodossa di utilizzo, perché oltre la famiglia ci sono il cortile di casa, la cerchia delle amicizie, il solipsismo inconsapevole. Il coinvolgimento dei genitori è determinante: l’autore non se lo chiede per evitare preconcette colpevolizzazioni ma possiamo ancora chiamare famiglia quel nucleo di soggetti che si isolano tra loro per dialogare in solitudine con il proprio strumento tecnologico preferito? Accadeva peraltro già con la TV che bambini e adolescenti fossero vittime inconsapevoli di pessimi esempi formativi (e accade tuttora) ma certamente l’uso individuale di strumenti tecnologici più sofisticati che proiettano in mondi nascosti, senza freni e senza limiti, li pongono di fronte a programmi non adatti, se non raccapriccianti, che inducono alla ripetizione nella realtà di gesti estremi, che istigano al male: più volte ad es. Tik Tok è stato oggetto di critiche e censure perché privo di qualsivoglia filtro di accesso, tanto che negli USA recentemente è stato accusato di propaganda politica anti-trumpiana.

L’Autore di “Crescere connessi. Una sfida per genitori e figli“, con un approccio che segue lo sviluppo cognitivo del bambino fin dalla primissima età, imposta una sorta di parallelo manuale d’uso delle tecnologie, in modo epistemologicamente corretto, evidenziando sovraesposizioni, distorsioni, eccessi, disattenzioni da parte degli adulti che producono danni invisibili dal punto di vista neurologico e apprenditivo.

Possiamo immaginare che non tutti i genitori siano culturalmente e strutturalmente in grado di svolgere la funzione di accompagnamento-guida-controllo per monitorare l’uso di hardware e software da parte dei figli: non basta la buona volontà, servono competenze che sovente i minori possiedono in modo preponderante rispetto agli adulti. L’utilizzo quotidiano di tecnologie nell’infanzia e poi nell’adolescenza costruisce un pensiero simbolico digitale che a sua volta è la premessa di una vera e propria alfabetizzazione digitale. Quando arriva a sedersi nei banchi di scuola come alunno il bambino ha già costruito meccanismi di manipolazione e codici simbolici digitali: qui comincia l’opera degli insegnanti che devono contemperare questa deriva con gli apprendimenti tradizionali. Purtroppo sovente la scuola, per come va strutturandosi, asseconda questi processi rimuovendo la cultura sedimentata: ci sono state ad esempio sperimentazioni di abolizione dell’uso del corsivo scritto sostituito dai tablet con risultati disastrosi, perché la cultura e la formazione non sono aut-aut ma et-et. Nell’adolescente – come rileva il Prof. Riva – il mondo digitale pur offrendo straordinarie opportunità di connessione, conoscenza ed espressione, presenta insidie che reclamano attenzioni e precauzioni. La natura pervasiva e immersiva dei social media, l’uso patologico delle tecnologie si unisce alle vulnerabilità tipiche dello sviluppo adolescenziale.

Va infine evidenziato come l’educazione, il sostegno, l’indirizzo ad un utilizzo corretto delle tecnologie ricevuti in famiglia, finiscono varcando la soglia della porta di casa.

Si apre per il bambino-ragazzo-adolescente un universo di virtualità incontrollabili, non è raro il caso di quattordicenni (se non più giovani) che possiedono un proprio profilo social attraverso il quale entrano in contatto – in entrata e in uscita – con un mondo irreversibilmente globalizzato.

Alcuni genitori se ne rendono conto, altri gettano la spugna, altri si affidano alla scuola che sta prendendo coscienza della necessità di porre un limite all’uso degli smartphone in classe.

Se non si pongono regole non ci sono limiti se non quelli dati dalla casualità: un po’ troppo poco per giovani menti e cuori in formazione.

Personalmente insisto da tempo sulla necessità di riappropriarsi di una sana educazione sentimentale, che abitui al rispetto delle regole, degli alfabeti emotivi e della dignità che merita ogni individuo, a partire dalla minore età.

L’autore di questo utilissimo libro è perfettamente consapevole delle difficoltà che si incontrano nell’educazione all’uso consapevole delle tecnologie.

Gli strumenti sono neutri, o meglio lo erano perché il loro utilizzo parossistico produce non solo assuefazione ma vera e propria dipendenza: non sono rari i casi di autolesionismo e di devianze comportamentali se non di vere e proprie ribellioni, quando i limiti sono posti troppo tardi.

Mentre scrivo questa breve, modesta recensione giunge dalla cronaca una notizia che fa pensare.

Succede in India: “tre sorelle di 12, 14, e 16 anni – dipendenti da programmi di cultura coreana – alle quali i genitori avevano confiscato i loro telefoni cellulari, si sono lanciate dal balcone del loro appartamento al nono piano, a Ghaziabad, un sobborgo di Nuova Delhi”. Risulta peraltro che avessero abbandonato da tempo la scuola e seguissero compulsivamente programmi “drama” coreani. Si tratta di un fenomeno che è parte di una globalizzazione emulativa dei comportamenti, che grazie ai social si replicano e si diffondono ovunque. Non è dunque allarmismo ma consapevolezza dei rischi che corrono i nostri ragazzi, il parlarne e l’attrezzarsi per fermare queste derive distruttive.


—–>>> di Francesco Provinciali