Baby-Bang: disagio giovanile tra precarietà esistenziale, fragilità educative e trasformazioni sociali

RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI

Preceduto da una breve ma intensa prefazione di Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia dell’UNICATT di Milano, il saggio (“Baby-Bang”, edito da Rubbettino) di Vincenzo Abbatantuono e Angelo Palmieri – rispettivamente docente e sociologo progettista sociale, entrambi studiosi dei temi del disagio giovanile, delle dipendenze patologiche e dell’inclusione – esplora la condizione giovanile e le sue peculiarità problematiche, a cominciare dalla precarietà come condizione esistenziale prevalente in un mondo carente di certezze e prospettive nel futuro.

Supportata da una serie di dati statistici desunti da fonti attendibili come ISTAT, Eurostat, OMS, Ministero dell’Istruzione e del merito, l’analisi descrittiva delle evidenze si fa interpretazione delle cause prevalenti fino ad ipotizzare un quadro di strategie possibili per superare l’impasse oggi percepita come prevalente.

Già in esordio gli autori evidenziano un paio di dati statistici eloquenti: i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) – ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione – hanno raggiunto, secondo l’ISTAT, il 16,1% della popolazione in questa fascia di età, pari a circa due milioni di soggetti. Contemporaneamente, nel nostro Paese, la situazione dei giovani in cerca di lavoro rimane particolarmente critica: il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si è attestato al 21,0% nel novembre 2023, secondo gli ultimi dati ISTAT pubblicati a gennaio 2024…

È un valore in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti ma l’Italia continua a registrare uno dei tassi più alti nell’Unione europea, segno di una persistente difficolta nell’inserimento lavorativo delle giovani generazioni. Si registra anzi un incremento tendenziale dei flussi di emigrazione all’estero di giovani in cerca di una occupazione adeguata al titolo di studio e meglio remunerata: è il cosiddetto fenomeno del brain drain, un esodo spiegato in larga parte come ‘fuga dei cervelli’ perché interessa in prevalenza i giovani laureati o coloro che completano il corso di studi in altri Paesi…

Un’ulteriore notazione degna di menzione, che apre al tema del disagio giovanile al quale vengono dedicati i sei capitoli del libro, riguarda la molteplicità delle cause che si frappongono all’inclusione sociale degli adolescenti: il declino della famiglia – istituzione primaria alla quale sarebbe utile dedicare più di una riflessione nel tentativo di recuperarne la funzione formativa e il ruolo sociale – gli sforzi della scuola che cerca di adeguarsi all’innovazione tecnologica che crea nuovi standard culturali, la “società della prestazione“, commisurata al raggiungimento di traguardi sul piano personale e professionale, che finisce per innescare processi di abbandono precoce, frustrazione emotiva, rifugio in altre nicchie senza sbocchi (a volte pericolose e declinanti verso la marginalizzazione, le ludopatie, l’uso di sostanze); e poi le solitudini incomprese, persino gli atteggiamenti di ribellione e violenza o specularmente le aggregazioni nei gruppi dei coetanei e dei pari in condizione di isolamento o di conflitto con la società, ai margini di una integrazione spesso pregiudizialmente scartata come fonte di riscatto.

Secondo una brillante definizione degli autori, il disagio giovanile viene configurandosi come “indicatore di una crisi sistemica che investe strutture e relazioni sociali interconnesse”: esso coinvolge famiglia, sistema formativo e contesto sociale e si rappresenta in “forma multidimensionale e complessa”. Se ne ricava una dimensione generalizzata e generazionale, di non facile approccio e di incerta soluzione, che si sviluppa su almeno quattro livelli di percezione: il microsistema, le interconnessioni tra diversi microsistemi denominate ‘mesosistema’, poi l’esosistema e il macrosistema.

In sostanza coinvolge – semplificando concettualmente questa mappa ricognitiva – i processi di vita dalla famiglia alla scuola, ai gruppi amicali, nelle loro interconnessioni, strutturazioni, modificazioni, correlazioni funzionali aggiungendo un quinto livello di considerazione: il cronosistema, al quale attribuiamo il senso sequenziale di sviluppo temporale di queste relazioni primarie nell’età adolescenziale.

Significativo nell’incedere delle argomentazioni il riferimento ad autori come Pierre Bourdieu e Karl Mannheim che hanno fornito un tentativo di interpretazione epistemologica del fenomeno del disagio nella sua rappresentazione esistenziale e simbolica

Particolarmente interessanti sono gli approfondimenti del legame tra stili di vita dei ragazzi e utilizzo pervasivo delle tecnologie, l’invadenza delle quali produce non solo ricadute nella comunicazione agìta attraverso smartphone e tablet: gli autori esplorano una dimensione finora sottovalutata nelle analisi sugli effetti di queste incidenze.

Il ritrarsi in nicchie di solitudine a contatto con i propri marchingegni elettronici esita ricadute sociali e psicologiche rilevanti: l’hikikomori (definizione giapponese), evocato nel libro è una forma di ritrazione sociale estrema, non una scelta di isolamento di breve durata bensì a volte il risultato di fallimenti relazionali, di bullying ed esclusione sociale, di incapacità di gestire l’ansia o la depressione, di paura di sbagliare, di perdita di autostima nel misurarsi con gli altri. I cascami psicologici di questo appartarsi evitando relazioni umane se non attraverso il canale dei social produce effetti rilevanti…

L’incidenza delle tecnologie e del loro uso produce effetti sulla dimensione personologica, sociale, dei comportamenti sessuali delle giovani generazioni, soprattutto attraverso il mondo dilatato e sommerso dei social attraverso cui passano messaggi sbagliati, incontrollati e diseducativi. In particolare la “roulette del sesso” viene vissuta sotto l’aspetto prestazionale e discontinuo, esibizionistico, fino alla socializzazione di comportamenti espliciti o di veri e propri reati (come il cyberbullismo e il revenge porn) mentre viene a mancare la dimensione intimistica e affettiva…

Ebbene, a parere del recensore – che ringraziamo per la condivisione del suo contributo – gli autori hanno elaborato un saggio di grande valore che merita di essere letto da genitori, docenti, attori sociali … e da chi ha responsabilità dirette nel raddrizzare certe derive negative in atto…

Si tratta di un lavoro denso, ricco di contenuti e ben scritto. A cominciare dal titolo: “Baby-Bang” che nasce come gioco fonetico con il più usato ‘baby gang’ ma con uno scarto significativo. Quel “Bang” non è solo richiamo sonoro, esso rimanda all’idea di urto, deflagrazione, impatto improvviso: certe traiettorie giovanili non sono mode o etichette o mostrine da esibire, ma esplosione di vissuti e biografie, accelerazioni di rabbia e fragilità, spesso generate in contesti disattenti ed espulsivi, dove il giudizio sommario prevale sull’ascolto e la comprensione.


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