Adolescenze – Rivista Transdisciplinare –
Fascicolo 2
Registrazione presso il Tribunale di Milano al n. 52 del 27 aprile 2023.
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23 Febbraio 2026Adolescenti e violenza nella società digitale
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Abstract Italiano
L’articolo esplora la complessa relazione tra adolescenza e violenza nell’era digitale, partendo dall’analisi della miniserie Adolescence per evidenziare come i codici comunicativi e interpretativi degli adulti appaiano spesso inadeguati a comprendere i vissuti dei più giovani. In un contesto sociale in cui la violenza è sempre più normalizzata e spettacolarizzata, anche attraverso i social media, gli adolescenti si trovano immersi in ambienti digitali che non solo riflettono, ma amplificano dinamiche aggressive e identitarie. L’algoritmo dei social premia contenuti divisivi e violenti, incentivando l’esposizione e la visibilità attraverso comportamenti estremi. Il fenomeno non si esaurisce nel cyberbullismo, ma coinvolge una galassia di micro e macro aggressioni, spesso interiorizzate, che possono sfociare in disagio psicologico e autolesionismo. Serve quindi una nuova grammatica educativa e relazionale, capace di leggere la complessità dei fenomeni e di promuovere ascolto e responsabilità collettiva.
Abstract English
The article explores the complex relationship between adolescence and violence in the digital age, starting from the analysis of the TV series Adolescence to highlight how the communication and interpretative codes of adults often appear inadequate to understand the experiences of the youngest. In a social context in which violence is increasingly normalized and spectacularized, also through social media, adolescents find themselves immersed in digital environments that not only reflect but amplify aggressive and identity dynamics. The social media algorithm rewards divisive and violent content, encouraging exposure and visibility through extreme behaviours. The phenomenon is not limited to cyberbullying, but involves a galaxy of micro and macro aggressions, often internalized, which can lead to psychological distress and self-harm. We therefore need a new educational and relational grammar, capable of reading the complexity of phenomena and promoting listening and collective responsibility.
Abstract Français
L’article explore la relation complexe entre l’adolescence et la violence à l’ère numérique, en s’appuyant sur l’analyse de la mini-série Adolescence pour souligner comment les codes de communication et d’interprétation des adultes apparaissent souvent inadéquats pour comprendre les vécus des jeunes. Dans un contexte social où la violence est de plus en plus banalisée et spectaculaire, notamment à travers les réseaux sociaux, les adolescents se retrouvent immergés dans des environnements numériques qui non seulement reflètent, mais amplifient des dynamiques agressives et identitaires. Les algorithmes des réseaux sociaux favorisent les contenus divisifs et violents, encourageant l’exposition et la visibilité par des comportements extrêmes. Le phénomène ne se limite pas au cyberharcèlement, mais englobe une galaxie d’agressions micro et macro, souvent intériorisées, pouvant mener à la détresse psychologique et à l’automutilation. Il est donc nécessaire d’élaborer une nouvelle grammaire éducative et relationnelle, capable de saisir la complexité de ces phénomènes et de promouvoir l’écoute ainsi que la responsabilité collective.
Abstract Español
El artículo explora la compleja relación entre la adolescencia y la violencia en la era digital, partiendo del análisis de la miniserie Adolescence para destacar cómo los códigos comunicativos e interpretativos de los adultos suelen ser inadecuados para comprender las vivencias de los jóvenes. En un contexto social donde la violencia está cada vez más normalizada y espectacularizada, también a través de las redes sociales, los adolescentes se encuentran inmersos en entornos digitales que no solo reflejan, sino que amplifican dinámicas agresivas e identitarias. Los algoritmos de las redes sociales premian contenidos divisivos y violentos, incentivando la exposición y visibilidad mediante comportamientos extremos. El fenómeno no se limita al ciberacoso, sino que abarca una galaxia de micro y macro agresiones, a menudo interiorizadas, que pueden derivar en malestar psicológico y autolesiones. Por ello, es necesaria una nueva gramática educativa y relacional, capaz de comprender la complejidad de estos fenómenos y de promover la escucha y la responsabilidad colectiva.
SOMMARIO:
1. Aggiornare i codici – 2. Una società che normalizza la violenza – 3. La violenza come merce: l’algoritmo premia l’odio – 4. Oltre il cyberbullismo, maschilità e trend incel – 5. Ascolto e responsabilità collettiva
Avete visto Adolescence[1], miniserie tv di cui si è molto parlato nei mesi scorsi? Se la risposta è negativa, fatelo appena possibile, è disponibile su Netflix.
Troverete nelle sue quattro puntate di circa un’ora molte idee, spunti di riflessione ed emozioni contrastanti rispetto ai temi trattati in questo articolo. È una serie capace di porre molte domande, di non dare risposte frettolose o scontate e, soprattutto, di immergerci completamente in una prospettiva di sguardo inedita e perturbante, anche grazie alla scelta estetica di girare tutto in piano sequenza, ovvero senza nessuno stacco di montaggio, il che significa anche che l’ora di narrazione di ciascuna puntata corrisponde all’ora di svolgimento della vita dei personaggi nello schermo.
[1] Thorne J., Graham S., Adolescence, Gran Bretagna, 2025
1. Aggiornare i codici
Senza fare spoiler, ammesso che ormai sia possibile non sapere ciò di cui tratta la miniserie, una delle scene chiave di Adolescence si trova nella seconda puntata, ambientata durante le indagini nella scuola frequentata sia dalla vittima che dall’omicida. Anche il figlio del detective che conduce le indagini frequenta quella scuola, e chiede al padre di appartarsi in un’aula vuota, per parlare da soli. In un dialogo di grande intensità, il figlio rivela al padre di essere a sua volta bullizzato, ma soprattutto fa capire che un possibile movente che ha portato il giovane protagonista a uccidere la sua compagna di scuola sia riferibile all’utilizzo da parte della vittima di alcune emoji all’interno degli scambi nei social, che hanno provocato nel coetaneo omicida non solo il senso di essere rifiutato, ma anche quello di essere deriso e di apparire ridicolo all’interno della sua comunità di pari.
Al di là della sua importanza nello sviluppo narrativo e nella logica dell’indagine, la scena ha un profondo valore simbolico, che fotografa in modo semplice e preciso un aspetto chiave del rapporto tra generazioni, oggi: gli adulti non hanno i codici necessari per relazionarsi con i più giovani, anche se pensano di conoscerli molto bene, come nel caso dei figli. Lo stupore del detective è identico a quello del padre dell’omicida, quando alla fine della prima puntata vede in commissariato il video delle telecamere di sorveglianza che registrano suo figlio mentre accoltella ripetutamente per strada la sua compagna di scuola. Ciò che vedono i suoi occhi in quel momento manda in frantumi tutta la percezione che ha sempre avuto del figlio, creano uno shock indicibile, a cui seguirà ovviamente un senso di colpa e di inadeguatezza inconsolabile.
Tra i tanti pregi della serie, credo che la sua capacità di non designare colpevoli e vittime in modo univoco sia inestimabile, soprattutto oggi. Non si tratta di lassismo morale o di superficialità narrativa, ma piuttosto di capacità di ricondurre ogni fenomeno, ogni evento e ogni personaggio a una dimensione più ampia di complessità e di interdipendenza relazionale, che ha a che fare con il contesto sociale e culturale in cui si vive, con lo scarto tra ciò che ciascuno sembra all’esterno e ciò che vive nella sua dimensione profondamente personale, con le pressioni dell’ambiente e dei tempi in cui si vive, dalla scuola alla famiglia, dal lavoro al tempo libero.
Questa non è una recensione di Adolescence, ma la sua precisione e lucidità evoca non tanto un atteggiamento giudicante moralistico, ma una postura compassionevole, in senso etimologico e morale, che identifica in tanti dettagli apparentemente secondari e casuali la complessità del rapporto tra generazioni e, in generale, la contraddizione tipica del nostro tempo, in cui la vera dialettica tra reale e virtuale non va ricercata nella contrapposizione tra ciò che facciamo nella dimensione fisica e ciò che raccontiamo o mostriamo in quella digitale, ma piuttosto tra ciò che accade continuamente nelle nostre vite e non sappiamo, riusciamo, possiamo o vogliamo vedere e percepire. Anche questo può rientrare nella definizione di post-truth, la post-realtà, per cui preferisco credere a ciò che so non essere vero, ma ritengo molto più rassicurante ai miei occhi e convergente con le mie aspettative o speranze, piuttosto che confrontarmi con la realtà effettiva, che però ha il difetto di non essere ciò che io vorrei.
Questa postura morale, che preferisce la complessità di sguardo e sceglie la fatica della profondità di analisi all’immediatezza del giudizio e alla superficialità della percezione, dovrebbe guidarci anche nella trattazione dei temi qui affrontati, ovvero la relazione tra adolescenza e comportamenti violenti nell’epoca digitale. Forse potrebbe essere riduttivo e fuorviante affermare che il digitale abbia causato o comunque stia influendo in modo significativo con la crescita della violenza tra gli e le adolescenti, sia agita che subita, sia fisica che psicologica. È vero che sarebbe rassicurante, come in un libro, film o serie standard e di poche pretese: abbiamo subito il colpevole, il digitale, il gruppo da controllare o proteggere, a seconda dei casi, ovvero gli adolescenti, e probabilmente, anche la strategia necessaria per affrontare questo “problema”, sorvegliare e punire, tanto per citare.
Noi, gli adulti – genitori, insegnanti, educatori, formatori, professionisti, legislatori, funzionari pubblici, politici e via dicendo – siamo i protagonisti, gli eroi che proteggono, salvano e sanno come intervenire per identificare e neutralizzare i “cattivi”, certi di un lieto fine. Ma Adolescence ci fa venire il dubbio che stiamo usando codici vecchi, che oggi non sono più adatti alla realtà che vivono altre generazioni, intese non solo in senso anagrafico, ma anche in senso sociale e culturale.
2. Una società che normalizza la violenza
Partire subito dagli e dalle adolescenti sarebbe scorretto, senza considerare il contesto in cui loro vivono, imparano, costruiscono relazioni. Non amo generalizzare, ma credo che sia piuttosto evidente che viviamo in un’epoca in cui la violenza non possa essere solo confinata a eventi eccezionali, da “cronaca nera”, ma progressivamente inizi a somigliare a un paesaggio sempre più esteso, non semplice sfondo di ciò che accade in primo piano, ma vera e propria texture che sottende le dinamiche sociali, culturali, economiche e politiche: guerre impensabili fino a un decennio fa, dinamiche economiche che aumentano il divario tra i pochi che hanno troppo e i moltissimi che hanno nulla, ritorno a dimensioni identitarie forti, spesso razziste e maschiliste, polarizzazione politica sempre più marcata, in cui ciò che era considerato estremismo un decennio fa è diventato governo in molti Paesi.
Parlare oggi di violenza non può limitarsi alle evidenze di colpi fisici, di sangue, di urla: le dinamiche violente sono sempre più radicate nel linguaggio, nella saturazione visiva, nei modelli sociali, nelle assenze educative. Si fa forma culturale, estetica, algoritmo. Si dissimula in modo sempre più sottile, si diffonde in modo sempre più rapido.
Non possiamo quindi pensare che gli e le adolescenti non sviluppino comportamenti violenti se il mondo che li circonda fa della violenza uno stile, un metodo, un intrattenimento. I modelli adulti oggi veicolano comportamenti aggressivi in modo regolare, non solo negli schermi televisivi o dei dispositivi mobili, ma anche nella comunicazione istituzionale: basti pensare al linguaggio muscolare sulle dinamiche tra pericolo, controllo e repressione, tipico ad esempio della sicurezza urbana, o alla retorica bellicosa di molta diplomazia, in una dimensione sempre più globale. L’attacco e la sopraffazione appaiono sempre più modalità “efficaci” per ottenere attenzione, rispetto, potere. La violenza, nelle sue differenti forme, è performata, spettacolarizzata, estetizzata. Sarebbe superficiale, se non ipocrita, non considerare questa cornice quando si parla dell’impatto problematico del digitale rispetto ai comportamenti adolescenziali.
In questa prospettiva, nel mondo contemporaneo, la violenza non è un’eccezione: è un linguaggio. È dentro le parole, i gesti, i corpi, le immagini che scorrono nelle relazioni quotidiane tra adulti, nella politica, nella famiglia, e, ovviamente, nelle narrazioni dei media e nei feed dei social network. Una o un adolescente oggi non è solo testimone della violenza: spesso la subisce, talvolta la esercita, quasi sempre la respira.
La relazione tra social media e adolescenza è spesso ridotta a un’etichetta comoda e rassicurante: cyberbullismo. Ma questa dimensione, pur diffusa in molti contesti e da affrontare in modo serio e strutturato nelle pratiche educative, rischia di appiattire la complessità di fenomeni che mettono in gioco profonde questioni psicologiche, culturali, economiche e politiche. Per affrontare seriamente il rapporto tra i e le più giovani e la violenza nei mondi digitali, occorre andare oltre le semplificazioni.
Pur circoscrivendo l’attenzione alle dinamiche che si verificano nel mondo digitale, che è l’oggetto di questo breve articolo, per le e gli adolescenti questa trasformazione è particolarmente cruciale. La loro crescita si intreccia con un mondo digitale che non solo li connette, ma li modella: li guarda, li giudica, li premia, li espone. I social media non sono semplici strumenti, ma ambienti affettivi e cognitivi in cui si plasmano identità, relazioni, desideri, paure. E in questo ambiente, la violenza — in tutte le sue varianti — trova un ecosistema favorevole.
3. La violenza come merce: l’algoritmo premia l’odio
Nel contesto attuale, la violenza appare sempre più come un elemento quotidiano, anche nei social. Discorsi d’odio, insulti pubblici, minacce e spettacolarizzazione della rabbia sono frequenti, contribuendo a un clima che legittima comportamenti aggressivi. Questa esposizione influenza inevitabilmente gli adolescenti, che si trovano a navigare in un ambiente digitale permeato da modelli di violenza più o meno esplicita.
Una delle contraddizioni tipiche dei social media, e del digitale in generale, è che la violenza, oltre ad essere tollerata, è premiata. Non da un’entità maligna o perversa, ma da un sistema di incentivi economici e tecnici che favorisce contenuti divisivi, scioccanti, estremi. L’algoritmo non “odia”: semplicemente ottimizza i contenuti per generare coinvolgimento permanente e crescente. E l’odio – o la paura, l’umiliazione, la rabbia – genera più traffico di qualsiasi altro sentimento.
Reputo impensabile o imperdonabile, non considerare oggi che il digitale è in primis un mercato che genera dividendi sontuosi, attraverso modalità di profilazione e di controllo dei nostri comportamenti che si basano su un assunto semplice e brutale: fare in modo che si resti incollati agli schermi più tempo possibile. Tra i più giovani, preadolescenti e adolescenti, ma sempre più spesso anche tra bambini e bambine degli ultimi anni della scuola primaria, i contenuti sessualmente espliciti e con scene di violenza reale e non soltanto rappresentata e stilizzata, generano una grande attrattività, che potremmo definire istintuale, eccitante, dopaminica.
I video di risse tra studenti, le minacce, gli insulti, le sfide pericolose diventano virali con grande facilità. Non importa se il contenuto sia tossico, pericoloso, dannoso: importa che “funzioni”, sia per l’algoritmo, sia per chi produce, guarda e condivide questi contenuti, perché si genera traffico non solo in senso digitale, ma anche in una prospettiva di intensità relazionale e psicologica. Questo modello è altamente diseducativo: trasmette l’idea che più sei aggressivo, più sarai visto. La violenza diventa così una strategia di visibilità, uno strumento per uscire dall’anonimato, una moneta social da scambiare con like, commenti, follower.
Ad essere onesti, è esattamente lo stesso che nei decenni del passato hanno di volta in volta caratterizzato la televisione urlata, i rotocalchi scandalistici, la letteratura pulp, con alcune differenze sostanziali: la facilità di realizzazione, la velocità della diffusione, l’ampiezza progressiva e sterminata delle audience, i ricavi esosi che si generano per chi ospita e veicola questi contenuti, ovvero i nuovi broadcaster che sono ormai diventati i cosiddetti social media, che sempre meno sono considerabili come social network.
4. Oltre il cyberbullismo, maschilità e trend incel
Quando si parla di adolescenti e violenza nei social media, il termine cyberbullismo è onnipresente. Ma questa parola rischia di essere usata come un’etichetta che depotenzia la riflessione. Non ogni disagio vissuto online è bullismo, non ogni conflitto è persecuzione. E, soprattutto, l’abuso digitale non si limita a relazioni “tra pari”. Spesso ci troviamo di fronte a una galassia di micro e macro aggressioni: la sfida non è solo contenerle, ma nominarle, leggerle, capirle. Perché molte sono invisibili, silenziose, interiorizzate. E colpiscono non solo all’interno di relazioni problematiche con gli altri, ma anche dentro di sé.
Gli e le adolescenti possono essere esposti a contenuti traumatici, dinamiche tossiche, influencer dannosi, modelli di corpo e di genere distorti. Possono trovarsi coinvolti in giochi pericolosi, sfide virali autolesive, oppure sentirsi esclusi, invisibili, giudicati. Tutto questo può avere conseguenze più sottili – e più profonde – della violenza esplicita. Serve una nuova grammatica per leggere queste esperienze.
Una delle forme più subdole e diffuse di violenza tra gli adolescenti è quella rivolta contro se stessi. Non si vede, non fa rumore, non lascia lividi visibili, ma può essere devastante. È la voce interiore che, influenzata da algoritmi che selezionano corpi perfetti e vite vincenti, produce progressivamente la vergogna che nasce da un confronto sociale continuo e impari. È il sentimento di inadeguatezza che cresce quando ci si sente ignorati nei luoghi della visibilità digitale.
Questa violenza psicologica quotidiana si traduce spesso in ansia sociale, depressione, isolamento, disturbi del comportamento alimentare. E, nei casi più estremi, può condurre all’autolesionismo o al suicidio. Il digitale non ne è la causa unica, ma è certamente un acceleratore potente. L’adolescente che subisce violenza nel digitale non è quindi necessariamente una vittima del cyberbullismo, ma molto più spesso è un soggetto in lotta con l’immagine di sé riflessa, e spesso deformata, dallo specchio distorto dei social e della mentalità iper performativa che sottende e struttura la società contemporanea.
Un’area particolarmente critica riguarda la relazione tra maschilità, fragilità adolescenziale e culture violente online. Negli ultimi anni, la diffusione del fenomeno incel (involuntary celibate), ha caratterizzato molte comunità o trend online che promuovono misoginia, vittimismo maschile e odio verso le donne, trovando terreno fertile tra adolescenti maschi in crisi identitaria. In Adolescence, il tema è affrontato esplicitamente, con riferimenti diretti al fascino che hanno influencer come i fratelli Tate, incriminati per traffico di esseri umani e per violenze sessuali, ma ora liberi e molto presenti nei social per promuovere il diritto maschile di avere a loro disposizione donne compiacenti e sottomesse.
La frustrazione per un’ipotetica perdita di potere rispetto ai coetanei o alle ragazze, combinata con contenuti fortemente polarizzati, rischia di spingere alcuni giovani verso narrazioni e relazioni tossiche. In questi contesti si coltiva un’idea distorta di virilità, che confonde la forza con la sopraffazione e la seduzione con il dominio. E la violenza, verbale, simbolica, ma talvolta anche fisica, diventa una risposta identitaria a un senso di smarrimento e impotenza.
5. Ascolto e responsabilità collettiva
Di fronte alla complessità e alla delicatezza di questi fenomeni, non può esistere una soluzione semplice, immediata e univoca. Non avrebbe però senso farsi sopraffare dal pessimismo o dalla tentazione di limitarsi a scorciatoie solamente sanzionatorie, poiché ci sono differenti strade percorribili. Serve una nuova educazione digitale, non solo per gli adolescenti, ma anche per gli adulti, che non si limiti a proibire o a moralizzare, ma che favorisca la capacità di ricodificare e leggere criticamente ciò che accade online, comprendendo le logiche di funzionamento dell’algoritmo, riconoscendo la differenza tra i contenuti costruttivi e formati tossici, soprattutto laddove a prima vista non si colgono certe caratterizzazioni. Penso a tutto l’universo che spesso passa come scherzoso o ironico, ma di fatto è molto violento e non prevede il consenso di chi lo subisce, oppure a tutte le aree ancora fortemente permeate da sessismo e razzismo.
Serve anche il coinvolgimento diretto degli adolescenti, attraverso il confronto e l’ascolto autentico non solo delle loro paure e dei loro silenzi, ma anche dei loro desideri e delle loro forme espressive, oltre ogni etichetta giudicante e sprezzante. Penso alle banalità spesso condivise tra adulti rispetto alla musica trap o dance, alle mode estetiche, al mondo dei videogiochi, ai consumi sociali e culturali dei più giovani, che regolarmente sembrano di minore qualità rispetto a “quando eravamo giovani noi”, nella più classica manifestazione della cosiddetta retrotopia, che idealizza il passato per la sua stabilità e affidabilità mentre le novità del presente sono percepite come rischiose o problematiche, rispetto a ciò che già si conosce da tempo ed è radicato in un altro tempo, a cui si guarda con rimpianto. Per superare questa distanza, appare necessario far esprimere in prima persona gli e le adolescenti, sia nei contesti formali che informali, anche attraverso strategie di peer&media education, che facilitano la creazione di contenuti comunicativi che esprimono sguardi personali e alternativi e praticano logiche di diffusione partecipative e proattive verso i pari.
Noi adulti dovremmo dismettere la maschera dei “tuttologi” digitali e tornare a imparare insieme ai ragazzi. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva da parte di genitori, educatori, piattaforme, media e politica. Perché se è vero che gli adolescenti oggi spesso si ritrovano a contatto con la violenza digitale, è altrettanto vero che non l’hanno creata loro. Gliel’abbiamo consegnata noi, e tocca a noi adulti collaborare per educare, prevenire e trasformare.
Il compito non è semplice. Ma la posta in gioco è alta. Non basta combattere il cyberbullismo: bisogna costruire un nuovo immaginario digitale, in cui le emozioni abbiano diritto di cittadinanza, in cui la vulnerabilità non sia vergogna, e in cui la violenza non sia né intrattenimento né scorciatoia. Solo così i social media potranno diventare, per gli adolescenti, uno spazio non di minaccia, ma di crescita, incontro, espressione autentica.
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