“Giochi” di adulti, minacce nucleari e sovraesposizione di bambini e adolescenti

Image by Gerd Altmann from Pixabay

RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

Nel suo periodico magazine “Nota diplomatica” il saggista e politologo James Hansen – citando i dati desunti da “Global Military Forces Database & Intelligence Platform” – esplora lo stato delle dotazioni nucleari dei 9 Paesi che nel 2026 sono in possesso di questa terribile arma di distruzione di massa.

L’ arsenale complessivo di queste potenze mondiali dotate dell’atomica è stimato dunque in circa 12.100 testate nucleari. Va considerato tuttavia che non tutte sono “pronte all’uso”: in particolare in ogni Paese che fa parte di questa sinistra classifica il numero delle testate in dotazione è superiore al numero dei vettori che potrebbero lanciarle, inoltre occorrerebbe approfondire quante di queste armi sono effettivamente pronte all’uso.

James Hansen stesso – sempre attento ai dati e alle informazioni – evidenzia che di queste, all’incirca 9.600 dovrebbero essere in “stoccaggio“, 3.900 pronte all’impiego e circa 2.100 in stato di allerta, cioè pronte al lancio.

 Testate nucleari (2026) :                                                                                      Russia………………………………………………………………………………………………………………5.459 USA…………………………………………………………………………………………………….…………….5.177 Cina……………………………………………………………………………………………………………….600 Francia……………………………………………………………………………………………………………….370
Regno Unito………………………………………………………………………………………………………..225 India…………………………………………………………………………………………………………………..180 Pakistan………………………………………………………………………………………………………….…..170 Israele………………………………………………………………………………………………………………….90
Corea del Nord……………………………………………………………………………………………………..50

Se ricordiamo gli effetti delle due bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945 – che causarono più di 200 mila vittime oltre alle persone sopravvissute ma colpite dalle radiazioni – possiamo immaginare le conseguenze che, a distanza di 80 anni e con mezzi sempre più sofisticati per potenza e gittata, provocherebbero i lanci incrociati di ordigni nucleari dalle rampe di lancio di Paesi in conflitto tra loro. L’autore di questa “agenzia” riferisce peraltro che:

questi numeri non sono particolarmente segreti, visto che il possesso di armi atomiche serve in primo luogo a dissuadere altri paesi dall’attaccare chi le possiede. È dunque opportuno che i governi potenzialmente ostili siano avvertiti della terribile vendetta a cui andrebbero incontro…”.

Il possesso di armi atomiche viene infatti ostentato dai Paesi che ne sono in possesso più per il loro potenziale deterrente che per il possibile, effettivo uso. Le sedi ONU sul disarmo ricordano tuttavia che il rischio nucleare non nasce soltanto dall’intenzione deliberata ma anche da «miscalculation, miscommunication, misperception o accident». UNIDIR richiama inoltre il ruolo che nella storia dei near misses ha avuto il giudizio umano nel fermare false segnalazioni e quasi-escalation.

Tuttavia giocare sulla “minaccia” come strumento di dissuasione reciproca alza di molto il rischio che qualcuno possa dare il via al primo attacco con conseguenze disastrose inimmaginabili: non è questo il mondo che vogliamo e questa prova di forza e muscolarità non fa altro che elevare il numero di armi nucleari in dotazione alle potenze che già ne hanno la disponibilità.

Quando le vie diplomatiche non sono più esperibili e i negoziati falliscono per le tensioni montanti ecco che le minacce prendono il sopravvento: le vittime degli attentati e delle guerre – basti pensare a quelle in atto in Ucraina e in Medio Oriente con un impegno diretto delle superpotenze – sono già in numero spaventoso ma – sottotraccia – il pericolo ad un ricorso alle armi atomiche è sempre incombente perché prevale una visione unilaterale di sopraffazione, potere e dominio.

Non ci si può esimere dall’osservare che l’evidenza emergente comporta il passaggio da una generica denuncia dell’orrore a una critica del paradosso nucleare: si dice di voler conservare la pace mantenendo apparati capaci di distruggere il mondo. Le conseguenze della minaccia nucleare incombente a livello planetario sono state considerate – come paragrafo specifico di trattazione – in una approfondita pubblicazione intitolata Exploring Humanitarian Law (EHL), a cura del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), redatta nel 2021 allo scopo fornire agli insegnanti la possibilità di esaminare con gli studenti i conflitti bellici e le loro conseguenze, alla luce del Diritto internazionale Umanitario (DIU).

“Secondo uno dei più importanti principi del DIU l’unico obiettivo legittimo di una guerra è l’indebolimento delle forze militari del nemico. Il diritto internazionale per molto tempo non ha imposto una proibizione universale e totale dell’uso delle armi nucleari. In un parere consultivo del 1996, la Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto che l’impiego di tali armamenti è generalmente contrario ai principi e alle norme del Diritto Internazionale Umanitario. Dopo lunghi negoziati, tuttavia, nel 2017 è stato approvato un trattato per la proibizione delle armi nucleari entrato in vigore nel 2021”.

In particolare, l’applicazione dei principi universali del DIU secondo il modulo EHL di disamina del problema riguarda tre aspetti:
1) la armi e l’esigenza di limitare la loro disponibilità;
2) gli utenti e la correlata esigenza di evitare l’uso improprio delle armi (specialmente quelle catastrofiche e distruttive);
3) le vittime potenziali e la connessa esigenza di ridurre la loro vulnerabilità.

Questa specifica trattazione delle problematiche che scaturiscono dagli eventi bellici può essere considerata l’applicazione coerente ed estremamente articolata per aree tematiche e FAQ delle solenni enunciazioni di principio sancite dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti del Fanciullo del 1959 e dalla Convenzione ONU applicativa di quest’ultima sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989.

Si tratta di documenti fondamentali ai quali dovrebbero ispirarsi le normative nazionali e le regole del diritto internazionale applicabili alle guerre e ad ogni tipo di conflitto armato.

A maggior ragione dovrebbero essere un deterrente universale dall’utilizzo di armi di distruzione di massa come quelle nucleari: la corsa agli armamenti e alla dotazione di bombe atomiche da parte degli Stati va invece esattamente nella direzione opposta.

Se consideriamo il sopra citato terzo aspetto riguardante l’applicazione dei principi universali del DIU – cioè l’individuazione delle vittime potenziali e la connessa esigenza di ridurre la loro vulnerabilità – non possiamo esimerci dal constatare che esso riguarda le vittime civili e in particolare i bambini e gli adolescenti. A fronte di questa constatazione l’evidenza delle guerre in atto dimostra che le azioni militari aggressive e l’uso di armi improprie non risparmia i minori in alcun angolo del pianeta ove si accenda e perduri un focolaio bellico. Sono proprio i bambini e gli adolescenti i soggetti umani più sovraesposti ai tragici pericoli dell’utilizzo di mezzi militari di ogni tipo.

Allo stato attuale è doloroso constatare come i quotidiani bollettini di guerra riservino una percentuale considerevole di vittime ai soggetti più indifesi: i bambini – anche in tenerissima età – e gli adolescenti. Estirpati alle famiglie, deportati, massacrati dalle bombe, dai missili e dai droni che piovono, deliberatamente indirizzati, su case, scuole e ospedali pediatrici essi rappresentano le conseguenze della volontà del male assoluto, quello che cancella l’umanità dalle sue radici native.

Per questo motivo, il pericolo di un ricorso all’uso del nucleare rappresenta la minaccia più spietata e crudele perpetrata contro l’essere umano: il fatto che le grandi potenze che si vantano di disporre di un potenziale belligerante distruttivo non tengano in alcuna considerazione questa oggettiva ed estremamente vulnerabile sovraesposizione delle giovanissime vittime ci spiega gli orrori del presente e la rimozione generazionale di ogni speranza nel futuro.

I leader mondiali (non sempre) parlano di pace ma praticano l’aggressione e la violenza bellica come strumento di soluzione dei conflitti: “si vis pacem para bellum“.

La personalizzazione radicale delle leadership mondiali non tiene conto delle volontà dei popoli e il fanatismo prevale sulla ragione e perde di vista il bene comune. Il passaggio dalla tirannide al delirio di onnipotenza è sempre incombente e i fattori soggettivi, l’assenza di una visione lungimirante delle scelte e le sfide incrociate a livello planetario evocano la minaccia che nell’immaginario collettivo si adombra: che qualcuno prema il famigerato “pulsante” che darebbe il via all’inizio della fine

Francesco Provinciali