Alfabit: l’italiano digitale dagli SMS all’IA

RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

Alfabit è un mix tra la tradizione linguistica dell’alfabeto e il bit (inteso come unità minima dell’informazione digitale): questo, non solo è il titolo del libro (edito da Il Mulino) che viene segnalato ma è anche il riassunto semantico di una storia dell’evoluzione nel modo di comunicare generata dall’introduzione – esponenzialmente pervasiva fino a diventare prevalente – delle tecnologie nella nostra vita quotidiana. L’Autore (Giuseppe Antonelli, Professore ordinario di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Pavia) ricorda come già nel 1963 Umberto Eco preconizzava il passaggio dalla beat generation alla bit generation, prodotta dall’avvento dell’informatica. E in questa mutazione – che rappresenta decenni di studi accademici del Prof. Giuseppe Antonelli – si susseguono date significative: dal primo SMS del 3 dicembre 1992 (dove era scritto Merry Christmas) al primo vocale WhatsApp nel 2013, al sorpasso nel 2014 del telefonino da parte dello smartphone (che rende oggi il primo un cimelio per minimalisti delle semplici telefonate via cellulare e il secondo un prodotto tecnologico sempre più sofisticato e – al momento – insuperabile), al primo apparire di ChatGPT nel 2023, lasciando intendere che la produzione linguistica degli LLM (Large Language Models) è destinata ad una evoluzione inarrestabile e dagli esiti potenziali al momento imprevedibili, fino all’I.A. e alle sue applicazioni fruibili e interattive.

Per dare un’idea comparativa basti pensare a come era fatto il Commodore 64 e come sono i moderni PC.

Ricordando il saggio di Walter Benjamin di quasi un secolo fa sull’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (che nel mio piccolo ho cercato di studiare e approfondire per valorizzarne l’intuizione dirimente tra produrre e ri-produrre) potremmo oggi scriverne uno – aggiornato e certamente attuale – sull’Opera d’arte (e sul linguaggio) nell’epoca della sua producibilità automatica.

La tecnologia inglobata nella comunicazione – come mezzo-fine – ha rivoluzionato le regole del gioco, proponendo stilemi espressivi nuovi e sincopati, svincolati dalle regole grammaticali del passato: non solo nel linguaggio usato ma anche – attraverso le “macchine” – in quello generato dalle nuove applicazioni.

Il trend che l’autore anticipa già nell’introduzione del suo interessante libro riguarda la produzione di neologismi espressivi, l’interazione (fino alla sostituzione) con le immagini, la declinazione nei codici binari alfa-numerici, l’esordio dell’I.A. che diventa un software inglobato negli smartphone e nei tablet di nuova generazione.

Mentre scrivo questa riflessione giunge sul mio cellulare una messaggistica di WhatSapp che invita – ad esempio – a imparare a sostituire le parole con “sticker”, cioè immagini sincretiche: per esprimere emozioni, stati d’animo, contenuti comunicativi. Non dalle parole alla descrizione iconica ma da quest’ultima alla ricerca delle parole adatte che l’applicazione sceglie per me. Per questo uno dei timori che circolano tra chi si occupa di ricadute apprenditive, educative e pedagogiche dell’alfabit è quella che riguarda l’impoverimento linguistico e l’abbandono dei codici e degli stili comunicativi tradizionali, un argomento che l’Autore affronta a viso aperto, senza demonizzarlo, raccogliendo la sfida con grande sagacia e lungimiranza.

Una conseguenza di questa deriva potrebbe ad esempio riguardare l’aspetto generazionale del problema che concerne l’interazione tra cultura classica e cultura tecnologica, ma anche il gap che si determina tra modi diversi di comunicare in relazione alle età della vita: l’abbandono del linguaggio tradizionale per comunicare genera inevitabilmente nuove forme di solitudine.

La dilagante diffusione della messaggistica telefonica fa parte della narrazione letteraria e cinematografica di questi anni, la sua penetrazione nella stratificazione sociale complessa per target e livelli culturali, ceti, generi, gerarchie ha prodotto una sorta di globalizzazione della comunicazione non verbale, tanto che l’autore riferisce di una descritta  neoepistolarità tecnologica, che attraversa tutti i contenuti dai più banali ai semiseri, ai formali ai sentimentali, ai noiosi passatempi riempitivi: digito ergo sum, dunque in ogni contesto e ambiente di vita, con un’anticipazione progressiva dell’età di accesso all’uso degli smartphone e di penetrazione nello “sfogatoiogeneralizzato dei social, spesso vere e proprie gogne mediatiche, fonte molto spesso di repulsione, rancore e di odio collettivo.

Di fatto, una deriva dirompente – che si estende “dappertutto e rasoterra” direbbe De Rita – e che ha cambiato radicalmente modi e forme del comunicare, con punte di iperbole ossessivo-compulsive: ogni momento della giornata viene parcellizzato e comunicato come in una virtuale agenda dei comportamenti da socializzare – che siano domande o risposte – anche in forma breve e sincopata – Cosa fai? Dove sei? Sono qui. Ci vediamo…., quella che gli inglesi chiamano small talk, la chiacchiera spicciola. Comunicazioni riempitive in chiave spazio-temporale e solitamente banali, superflue, inutili: ma lo smanettare compulsivo per comunicare anche il nulla trasforma il formale in sostanziale, non c’è momento della giornata in cui il cellulare non rappresenti un tabernacolo sempre aperto all’interlocuzione e al suo archivio, l’online supera per impegno e intensità le pause e i silenzi. Già: il silenzio. Non è categoria che appartiene neanche mentalmente al mondo degli internauti anche se violato sempre più spesso dal profluvio delle parole e – nelle pause – da faccine, emoticon, immagini, like.

Chattare è la nuova forma di scrittura agìta con uno strumento elettronico che sostituisce i mezzi tradizionali: vince la velocità della comunicazione, la sensazione di compresenza tra chi scrive e chi legge e la contemporaneità delle due azioni induce una più o meno consapevole dipendenza reciproca, a volte anticipatoria che si trasforma in un gioco verbale, mentre il far parte di una comunità che si allarga o restringe nell’interagire genera gruppi occasionali legati da un’interlocuzione temporaneamente identitaria.

L’italiano digitale ha dunque regole implicite che lo caratterizzano in modo connotativo e specifico, producendo una nuova grammatica alla quale si aderisce non solo per scelta ma anche per non essere esclusi dal linguaggio prevalente e dalla sua partecipe e reciproca comprensione. E anche se il richiamo alle negative abitudini che ne potrebbero derivare è autorevole (Vittorino Andreoli) si finisce con l’usare più il cervello che teniamo in tasca che quello che sta dentro la nostra testa.

Antonelli evidenzia, a un certo punto, come nel passaggio dall’audiovisivo al multimediale attraverso le applicazioni delle reti telematiche si assista ad un ritorno, forse ad una rivincita – insieme all’oralità terziaria della comunicazione – della scrittura come forma comunicativa prevalente, una terza fase (dopo l’alfabeto e l’invenzione della stampa) in cui l’intelligenza simultanea (guardare invece che leggere) sostituisce quella sequenziale. “Bisogna ripensare completamente la scrittura” afferma ad un certo punto del suo argomentato, documentato e lucidissimo saggio Antonelli, tanto da parlare di “neografia“: si parla in italiano (sempre più impoverito, per la verità) e si scrive in e-italiano e poi i IA-italiano, dando forma e legittimazione ad una modalità comunicativa scritta che diventa lo specifico espressivo ed interlocutorio di internet e di tutte le sue applicazioni e rappresentazioni.  

Il paradigma digitale che genera “l’italiano digitato” ci porta ad alcune riflessioni sulle nuove modalità di scrittura attraverso le tecnologie.

Ad esempio il tema della manualità (declinata nella digito-pressione di tasti piuttosto che nell’uso del corsivo) pone domande sull’uso della scrittura calligrafica: arriveremo a sostituire in una lettera o in un componimento la firma manuale con quella digitale, come appare nella maggior parte dei documenti ufficiali? Eppure l’OCSE ci rappresenta esempi di rapido ritorno alla letto-scrittura dopo il fallimento della scrittura digitale dei tablet in uso nelle scuole. Questo tema è un derivato implicito del rapporto tra diverse, simultanee compresenze che abitano le aule scolastiche e caratterizzano la didattica come sintesi di insegnamenti e apprendimenti.

Algoritmi, sigle, acronimi, formule sintetiche convivono peraltro nella stessa scuola odierna, dove i modelli culturali tradizionali di trasmissione del sapere ma anche gli aspetti organizzativi e istituzionali di funzionamento del sistema formativo stanno generando nuovi stili metodologici e didattici, sovente autoreferenziali e criptici, di difficile decodificazione interna e di ardua decifrazione all’esterno.  

Se qualcuno si cimentasse nel compito di raccogliere il glossario degli acronimi, delle sigle, e dei neologismi della scuola 4.0 ne uscirebbe un tomo ponderoso, forse un manuale d’uso (da aggiornare in continuazione): in realtà una babele semantica e simbolica che sopravvive e anzi prolifera nella propria inconcludente autoreferenzialità. Colpisce il tema dell’innovazione attraverso l’introduzione delle tecnologie in ambito scolastico perché la scuola che le utilizza per sostituirle alla tradizione culturale non è quella dell’et-et bensì quella dell’aut-aut: eppure la compresenza di ratio e traditio nel bagaglio metodologico e contenutistico dell’ambito formativo dovrebbe rappresentare l’ubi consistam della mission educativa.

Eppure chi tra i docenti non sa o non parla di BES, DaD, DDI, RAV, GLO, PEI, POF, FO, DOS, DSA, ADHD, FAD, FIS, GLH, GLIP, GOP, IOP; LEA, MOF, LIM, LIS, NAV, GAV, OSA, OF, PAF, PDF, PDP, PECUP, PMOF, PIA, PEP, PNF, POR, PON, PTOF, PSP, ROL, RAV, RE, RSPP, SASI-S, TIC, UdA, USR, UST…. è considerato un analfabeta di ritorno, un arcaico espunto dalla pedagogia post-moderna e dai suoi addentellati professionali. Sembra che anche la scuola, anziché distinguersi come luogo della facilitazione comunicativa e dell’autorevolezza culturale, segua l’onda lunga inaugurata dalla messaggistica degli smartphone (pur vietandone tendenzialmente l’uso in classe). Il sistema scolastico che tutti vogliamo aderente ai tempi e concorrenziale rispetto al grande contenitore globalizzato dell’informazione digitale, finisce per mutuarne gli aspetti più riduttivi e banalizzanti: sullo sfondo la costruzione di una mente critica – che dovrebbe essere la più importante finalità formativa – sembra imprigionata nelle liturgie e nei rituali applicativi delle cosiddette “nuove” tecnologie, spesso non senza forzature. Questa considerazione è una licenza descrittiva imputabile a chi scrive, che sta a latere dello studio analitico e della ricerca epistemologica di Antonelli ma che non bisogna dimenticare, se è vero che alla scuola è chiesto di aggiornarsi per interagire con le nuove derive linguistiche del comunicare a livello formativo e nelle più ampie relazioni sociali, senza tradire la propria missione pedagogica che è altra cosa dai social.

L’irruzione di ChatGPT e le primordiali applicazioni dell’intelligenza artificiale nel linguaggio prodotto dalle tecnologie e dalle relative strumentazioni e la loro graduale estensione nella comunicazione 4.0 saranno indubbiamente le derive evolutive (o involutive, secondo alcuni critici) dell’interlocuzione tra umani e tra essi e le macchine che ne replicano azioni e abilità in modo sempre più evoluto e sofisticato.

Qui ci si può pudicamente fermare a riflettere, ripensando ad esempio alle parole di Geoffrey Hinton, fondatore e guru di Google:

al momento gli uomini sanno governare e dominare i prodotti dell’I.A., le macchine e i robot, ma non è detto che ciò resterà tale in futuro”.

Un avvertimento sinistro e autorevole, considerata la fonte e la posta in gioco: la struttura ontologica dell’essere umano e i suoi imperscrutabili destini.


—–>>> di Francesco Provinciali (contributo parimenti pubblicato su invio dell’Autore su il Domani d’Italia)