Adolescenze – Rivista Transdisciplinare –
Fascicolo 2
Registrazione presso il Tribunale di Milano al n. 52 del 27 aprile 2023.
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9 Febbraio 2026«Cosa, oppure Lucifero»[1]: il dilemma dei figli violenti
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«Quell’indifferenza colpisce al cuore i padri: creature dell’ombra, le vostre creature, erano anime morte, voi dispensavate loro la luce, non si rivolgevano se non a voi, e voi non vi prendevate la briga di rispondere a quegli zombies. I figli vi ignorano: un fuoco li rischiara e li riscalda, che non è il vostro. Voi, a rispettosa distanza, vi sentirete furtivi, notturni, agghiacciati: a ciascuno il suo turno; in quelle tenebre da cui spunterà un'altra aurora, gli zombies, siete voi»
Sartre J.P., Prefazione a Fanon F., I dannati della terra, Einaudi, Milano, 1962
Abstract Italiano
L’articolo analizza la violenza dei figli verso i genitori attraverso tre prospettive: mediale, scientifica e educativa. Lo sguardo dei mass-media tende a descrivere i fatti con un’enfasi su casi estremi, come matricidi e patricidi, offrendo spiegazioni semplicistiche basate su causalità diretta o eventi eccezionali. Tuttavia, l’analisi scientifica fa emergere un fenomeno articolato e complesso che caratterizza una violenza agita quotidianamente dai figli tra le mura domestiche, la quale emerge e si intensifica durante l’adolescenza. Approfondendo come la violenza in questa fase di sviluppo si caratterizzi, a partire dalla prospettiva sartriana, come tentativo paradossale di affermazione della soggettività, si evidenzia la connessione di una violenza siffatta con gli stili educativi genitoriali permissivo e autoritario. Si conclude sottolineando la necessità del recupero della dimensione di mediazione familiare e di traduzione intergenerazionale.
Abstract English
The paper analyzes child violence toward parents through three perspectives: medial, scientific and educational. The media gaze tends to describe facts with an emphasis on extreme cases, such as matricides and patricides, offering simplified explanations based on direct causality or exceptional events. However, scientific analysis points to an articulated and complex phenomenon that characterizes violence acted daily by children within the home, which emerges and intensifies during adolescence. Delving into how violence at this stage of development is characterized, from the Sartrian perspective, as a paradoxical attempt to assert one’s subjectivity, the connection of such violence with permissive and authoritarian parental educational styles is highlighted. It concludes by emphasizing the need for the revitalization of the dimension of family mediation and intergenerational translation.
Abstract Français
Le présent article analyse la violence des mineurs à l’égard de leurs parents sous trois angles: médiatique, scientifique et pédagogique. Le point de vue médiatique tend à décrire les faits en mettant l’accent sur les cas extrêmes, tels que les matricides et les patricides, en proposant des explications simplistes basées sur une causalité directe ou des événements exceptionnels. Cependant, l’analyse scientifique révèle un phénomène articulé et complexe qui caractérise la violence exercée quotidiennement par les mineurs au sein du foyer, qui émerge et s’intensifie au cours de l’adolescence. En approfondissant la manière dont la violence dans cette phase du développement est caractérisée, à partir de la perspective sartrienne, comme une tentative paradoxale d’affirmer sa propre subjectivité, le lien de cette violence avec les styles éducatifs permissifs et autoritaires des parents est mis en évidence. Il conclut en soulignant la nécessité de récupérer la dimension de la médiation familiale et de la traduction intergénérationnelle.
Abstract Español
El artículo analiza la violencia filio-parental hacia a través de tres perspectivas: mediática, científica y educativa. La visión mediática tiende a describir los hechos enfatizando los casos extremos, como matricidios y parricidios, ofreciendo explicaciones simplistas basadas en la causalidad directa o en episodios excepcionales. Sin embargo, el análisis científico revela un fenómeno articulado y complejo que caracteriza la violencia ejercida cotidianamente por los niños en el seno del hogar, que emerge y se intensifica durante la adolescencia. A partir de la perspectiva sartriana, se profundiza en cómo la violencia en esta fase del desarrollo se caracteriza como un intento paradójico de afirmar la propia subjetividad, y se pone de relieve la conexión de dicha violencia con los estilos educativos permisivos y autoritarios de los padres. Se concluye remarcando la necesidad de recuperar la dimensión de la mediación familiar y de la traducción intergeneracional.
[1] Sartre J.P., L’universo della violenza: da Quaderni per una morale, Edizioni Associate, Roma, 1997.
SOMMARIO:
1. Narrazioni mediali e diffuse di violenza filiale: l’estremo del patricidio e del matricidio – 2. Tentativi di definizione: lo sguardo della letteratura scientifica – 2.1. Un fenomeno adolescenziale? – 3. Violenza e stili educativi genitoriali – 3.1. Il paradosso della violenza – 3.2. Stile permissivo e assenza di sguardo: violenza come libertà senza limiti – 3.3. Stile autoritario e oppressione dello sguardo: violenza come libertà al limite – 4. Per una necessaria traduzione intergenerazionale
1. Narrazioni mediali e diffuse di violenza filiale: l’estremo del patricidio e del matricidio
Casi di cronaca nera come quello recentissimo del settembre 2024 in cui un ragazzo diciassettenne residente a Paderno Dugnano (Milano) ha ucciso con un coltello madre, padre e fratello[1], sollevano nelle percezioni diffuse un’ombra legata alla pericolosità di adolescenti “fuori controllo”, agenti forme di violenza apparentemente “insensate” e “immotivate”, in situazioni “normali”, in famiglie “ordinarie”. Ciò – come ben delinea in un’intervista su “vita.it” la psicoterapeuta Suigo (2 settembre 2024) – porta con sé una scia di paura, timore legato al fatto che questo tipo di violenza possa riguardare in termini potenziali ogni famiglia, proprio perché tale situazione si è verificata in un contesto “normale”, in cui non vi erano segnali premonitori, indicazioni, elementi utili a far pensare ad un atto omicidiario.
Davanti a delitti così efferati compiuti dai figli[2] ciò che spesso i media e l’opinione pubblica tentano di fare è scovarne le cause psicopatologiche, legate all’abuso di sostanze oppure rilevabili in una storia familiare superficialmente perfetta ma nascostamente compromessa: evidenziare un “sintomo” ben circoscrivibile che permetta di tracciare una spiegazione nell’ordine di causa-effetto[3], oppure una evidente compromissione dell’ambiente familiare che denoti il crimine nei termini di continuità e riproducibilità di ciò che è stato “già visto” e “già fatto”[4]. Un’altra pista di narrazione diffusa è quella che punta alla costruzione del “mostro” mediatico: il caso è eccezionale, unico, isolato, nella sua efferatezza e crudeltà rappresenta un unicum, qualcosa da considerare dunque lontano ed estraneo dalla quotidianità, circoscrivibile a quell’evento soltanto. Tali spiegazioni sono certamente rassicuranti, in quanto allontanano l’esperienza del delitto dalla propria, mettendo sotto la lente d’ingrandimento la “prova principe”, testimone del seme della violenza, tuttavia, nella realtà risultano estremamente riduttive e trascuranti la complessità fenomenologica di tali avvenimenti.
Dobbiamo dunque essere consapevoli degli elementi che compongono le narrazioni mediali documentanti scene con protagonisti gli adolescenti violenti nei confronti dei genitori, in quanto proprio il coagularsi attorno al soggetto dei tre termini relativi all’adolescenza, alla violenza e al matri/patricidio rafforza il rischio di scivolamento verso determinazioni semplicistiche, marginalizzanti, colpevolizzanti: condanne senza ritorno. Nel carattere di minorità relativo all’adolescenza risiede difatti l’accostamento di questa fase della vita a dimensioni relative all’anomalia e alla devianza, alla già citata pericolosità sociale ed alla delinquenza[5]: tali aspetti non possono che esplodere se connessi al portato distruttivo di una violenza che si ascrive nella cornice dei massimi “reati contro natura”[6]. A questo punto, diventare come le Erinni per Oreste diviene la trasformazione quasi inevitabile alla quale viene sottoposto il grande pubblico che assiste alla narrazione di queste tragedie così come effettuata da parte della maggioranza dei quotidiani, delle radio o delle trasmissioni televisive[7].
Davanti ad una prospettiva che si restringe e che tende a sezionare e frammentare, tanto la famiglia quanto il soggetto adolescente che compie questo tipo di violenza, ci è richiesto di fare un passo indietro, fuoriuscire dalle viscere del caso specifico, sforzandoci di andare oltre uno sguardo miope che ci porta ad interiorizzare determinate strutture materiali, sociali, produttive, educative[8] senza metterle in discussione per provare a considerarle nel loro orizzonte di senso[9] . Ciò partendo dal presupposto che qualsiasi manifestazione di violenza è da intendersi in una situazione di interdipendenza rispetto alle strutture sociali e ambientali[10], per cui essa va necessariamente oltre il caso specifico, ergendosi come manifestazione di un fenomeno più ampio e multilivellare[11].
2. Tentativi di definizione: lo sguardo della letteratura scientifica
I casi di patricidio e matricidio rappresentano agiti estremi che costituiscono l’unico volto visibile e, tra l’altro, non necessariamente correlato[12], della violenza filioparentale. Questo tipo di agito violento dei figli nei confronti dei genitori, di cui si ha diffusamente percezione nella forma di atto efferato e istintuale, perlopiù unico agito aggressivo da parte dei figli, è in realtà decisamente più diffuso e capillarmente legato alla quotidianità delle vite di alcune famiglie. In questi casi, i comportamenti messi in atto dai figli nell’ambiente domestico contemplano la violenza fisica, distruzione di proprietà e/o beni, minacce e intimidazioni, abusi psicologici, emotivi e sociali, abusi finanziari e talvolta abusi sessuali[13]. Tali avvenimenti si verificano in genere nell’ombra e nella riservatezza delle mura di casa, trasformando quella che dovrebbe essere l’atmosfera di protezione e calore del focolare domestico in focolaio di atti incendiari e distruttivi agiti dal figlio e che spesso sono invisibili all’esterno, avvolti da un alone di segretezza volta in qualche modo a preservare quel focolare che purtroppo è divampato, nel timore e nella vergogna del giudizio altrui[14], della disgregazione della famiglia e delle possibili conseguenze dannose per lo stesso figlio.
La letteratura scientifica a livello internazionale ha visto un raddoppiamento delle pubblicazioni relative alla violenza filioparentale nell’arco dell’ultimo decennio, con la metà degli studi svolti nel contesto spagnolo, seguito dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dall’Australia[15], la cui netta maggioranza risulta essere di tipo quantitativo (77.2%)[16].
Un altro elemento da portare all’attenzione e di estrema importanza quando si tratta di far emergere e porre come oggetto d’indagine scientifica un fenomeno specifico, è il fatto che la maggioranza dei lavori di literature review in ambito si concentrino sulla concettualizzazione del fenomeno e siano concordi rispetto al fatto che esistano ad oggi molteplici definizioni dello stesso in base a differenti caratteristiche del comportamento/ della situazione (es. abuso, violenza o aggressione; condotta impulsiva o intenzionale; implicazione o meno di questioni legate al potere e al controllo dell’altro; parallelismo presente o meno rispetto alla violenza di coppia o domestica) e dell’autore dello stesso (es. focus su elementi psicopatologici oppure sulle dinamiche familiari; età del figlio/a; presenza o meno di violenza assistita)[17]. Tale eterogeneità se da un lato è indice del fatto che la violenza filioparentale rappresenta un fenomeno recentemente giunto all’attenzione della comunità scientifica e di natura altamente complessa, dall’altro porta con sé un rischio evidente tanto per i ricercatori che per i professionisti e i genitori direttamente interessati da questo tipo di violenza, così come Holt suggerisce: «Come possiamo conoscere qualcosa a cui abbiamo difficoltà a dare un nome? E senza un nome, come possono gli altri identificare le loro esperienze come tali e denunciarle?»[18].
A livello internazionale è da questo punto di vista necessario fare riferimento alla revisione sistematica della letteratura effettuata da Ibabe[19], la quale vede tra gli oggetti d’indagine le concettualizzazioni riguardanti la violenza filioparentale. In questa sede Ibabe propone una propria definizione di tale fenomeno come youth-to-parent aggression (YPA)[20] ossia: «I giovani/figli che consapevolmente rivolgono aggressioni fisiche, psicologiche, emotive, finanziarie o sessuali a un genitore o a chi si prende cura di loro, ripetutamente nel corso del tempo, quando l’autore del reato e la vittima vivono abitualmente insieme». Tale descrizione del fenomeno violento evidenzia alcuni elementi importanti quali: a) con il termine youth l’autrice si riferisce a adolescenti e giovani dai 12 anni in su, mentre consiglia di utilizzare il termine child per riferirsi alle fasce d’età inferiori a quella indicata, non stabilisce un’età massima definita entro cui far rientrare questo comportamento, fissando invece come criterio di inclusione la coabitazione di genitori e figli; b) sottolinea il carattere di consapevolezza e intenzionalità legata all’atto di aggressione; c) include diverse forme di abuso tra quelle citate, tra cui anche quella sessuale, quest’ultima spesso rientrante nella sfera del non-detto relativa agli studi sull’argomento; d) la dimensione ripetuta nel tempo dell’esperienza di aggressione, il che esclude gli atti isolati; e) include sotto la voce di “vittima” sia i genitori che, più in generale, i caregivers, dunque anche i casi di famiglie adottive, dove non sussistono legami biologici tra genitori e figli oppure dove i/le giovani coabitino con una figura familiare (o non) di riferimento diversa dal genitore.
Inoltre, Ibabe distingue tra quattro diverse declinazioni di YPA: offensiva, difensiva, affettiva e situazionale. Ciò che si avvicina maggiormente al tipo di fenomeno che qui tenteremo di esplorare è la YPA offensiva[21]: un comportamento aggressivo di tipo strumentale, manipolatorio, diretto all’ottenimento di potere e controllo sulla vittima in vista del raggiungimento dei propri obiettivi. La YPA offensiva consente di tracciare un collegamento tra la violenza filioparentale e quanto avviene nell’IPV (violenza intima tra partner/ di coppia o violenza domestica)[22] nella forma del terrorismo intimo (o violenza coercitiva controllante)[23], aprendosi così a possibili indagini e interpretazioni dal punto di vista delle prospettive femministe e intersezionali[24].
In Italia sono ancora estremamente limitati gli studi scientifici che si sono occupati di violenza filioparentale, tra cui preme segnalare i lavori di indagine quantitativa effettuati da Bianchetti e Rudelli[25] e da Pietralunga e Salvioli[26], i quali testimoniano la portata e l’ingravescenza del fenomeno. Un altro studio quantitativo degno di nota è quello effettuato da Abazia[27], il quale, seppur evidenziando alcuni limiti derivati dal campionamento, utilizza il questionario CPV-Q, strumento di valutazione psicometrica validato nello studio della violenza filioparentale[28], evidenziando la correlazione tra questo tipo di violenza e stili genitoriali autoritari o permissivi. Infine, di significativa rilevanza è il volume della psicoterapeuta Suigo[29], il quale offre preziosi elementi per inquadrare la violenza filioparentale dal punto di vista terapeutico secondo la prospettiva della psicologia dello sviluppo, evidenziando le caratteristiche dei figli e dei genitori coinvolti, delle famiglie e del contesto sociale, proponendo alcuni modelli d’intervento e casi clinici.
2.1. Un fenomeno adolescenziale?
La questione della fascia d’età credo meriti una propria rilevanza e specifica tematizzazione e problematizzazione in quanto la comunità scientifica internazionale si è spesa nell’identificare specifiche fasce d’età in riferimento al fenomeno, utilizzando termini quali youth, child o adolescent con l’intento, a seconda, di allargare o restringere il campo di rappresentazione e concettualizzazione[30].
Partiamo dal termine child, il quale corrisponde, seguendo le indicazioni dell’UNICEF riportate nella Convenzione sui Diritti dell’Infanzia (1989), al periodo che va dalla nascita ai 18 anni, inglobando tanto l’infanzia, quanto la preadolescenza e l’adolescenza.
L’OMS, invece, considera un periodo adolescenziale che va dai 10 ai 19 anni.
La giovinezza, infine, riprendendo quanto stabilito dalle Nazioni Unite durante l’International Youth Year (1985), si riferisce ad un’età compresa tra i 15 e i 18 anni.
Rispetto alla questione di inclusione o meno della fascia infantile si sono aperte questioni rispetto alla capacità o meno da parte dei bambini di rendersi conto in maniera consapevole di stare esercitando forme di controllo e coercizione sui genitori[31] oppure se la violenza filioparentale sia da considerarsi o meno distinta rispetto al fenomeno dell’aggressività nella prima infanzia[32], senza tuttavia arrivare ad una conclusione definitiva in merito.
È tuttavia evidente che a seconda dell’età presa in considerazione vi siano da parte dei figli differenti compiti evolutivi a cui far fronte, diversi gradi di maturazione psico-biologica e di transazione con l’ambiente fisico e sociale. A fronte di ciò, basti considerare che anche le risposte di intervento professionale, facendo particolare riferimento al contesto italiano, variano considerevolmente in base alla fascia d’età considerata. In primo luogo, difficilmente un genitore penserebbe di denunciare il figlio di 8 anni alle autorità giudiziarie per violenza domestica, prediligendo, invece, interventi di carattere psico-educativo. Raggiunta l’età adolescenziale la denuncia è invece qualcosa che inizia ad essere contemplata – seppur solo in alcuni casi-limite –, legittimando dunque l’intervento giuridico e delle forze dell’ordine, così come misure quali l’allontanamento dal nucleo familiare e l’istituzionalizzazione del soggetto violento. Toccata, infine, la maggiore età tutti gli iter giuridici di tutela che si applicano nel caso di minori e che spesso attivano anche la rete di sostegno educativa (educativa scolastica e domiciliare, comunità educative e terapeutiche), sociale (Servizi Sociali) e medica (UONPIA), assumono forme differenti e più difficilmente applicabili. Innanzitutto, queste misure iniziano ad essere vincolate alla volontà o meno del figlio di aderire ai percorsi proposti; inoltre, se i genitori effettuano una denuncia di violenza domestica in Codice Rosso (L. 69/2019), il giudice può disporre l’allontanamento dalla casa familiare o l’incarcerazione o l’obbligo di non avvicinamento. Queste ultime procedure – seppur riconoscendone le necessità nella prospettiva di protezione della vittima – nel caso in cui coinvolgano un figlio, sollevano inevitabilmente alcune criticità in merito alla possibilità di iniziative che coinvolgano la famiglia nella sua interezza e non i suoi membri presi singolarmente e in maniera separata, frammentando ulteriormente i percorsi di intervento.
Riprendendo, inoltre, quanto affermato dalla psicoterapeuta Suigo[33] risulta particolarmente interessante una lettura del fenomeno alla luce delle mutazioni che avvengono in particolare durante la fase adolescenziale dello sviluppo di un soggetto.
Rispetto al limite stabilito per quest’ultima fase all’età di 19 anni, risulta ulteriormente necessario aprire un pensiero in merito all’interessamento o meno dell’età giovanile rispetto alla violenza filioparentale, considerando che il periodo adolescenziale si sta sempre più dilatando così come l’ingresso nell’età adulta[34]. In tal senso, Simmons et. al.[35] sconsigliano di limitare i campioni delle ricerche riguardanti l’abuso dei genitori da parte dei figli ad un’età inferiore ai 18 anni.
Seppur non trovando un accordo né sulla descrizione del fenomeno in merito all’età dell’autore dei comportamenti violenti, né in merito all’età stessa da considerare, un elemento certamente degno di nota è il fatto che la letteratura scientifica internazionale evidenzi il presentarsi delle prime manifestazioni del comportamento violento da parte dei figli tra i 10 e i 15 anni, per raggiungere il picco tra i 14 e i 16 anni[36], evidenziando dunque l’adolescenza come un periodo se non altro incisivo o “critico” in riferimento agli elementi e alle condizioni che determinano la comparsa del fenomeno.
3. Violenza e stili educativi genitoriali
3.1. Il paradosso della violenza
Il termine “violenza”[37] ha in sé la radice della parola latina vis, forza, ossia, in greco, bia, vita. Secondo Sartre[38] la violenza è libertà pura, intesa in tal senso come estremo tentativo di affermazione soggettiva, il quale però, proprio perché estremo, finisce con il negare la libertà dell’altro. La violenza nasce in questo senso da un’affermazione paradossale della soggettività, ossia dal diritto di distruggere questo mondo e le alterità in esso presenti. Lo sguardo dell’Altro risulta così insopportabile perché oggettifica, obbliga ad incarnarsi in un’immagine e impedisce di essere pura libertà, ossia di essere al di là e dentro ogni immagine possibile.
La violenza viene in questo modo esercitata dal soggetto per sottrarsi allo sguardo altrui; in quanto rifiuto della costruzione di ogni progetto, essa distrugge ciò che gli sta attorno come testimonianza dell’impossibilità di affermarsialtrimenti[39]e, così facendo, fonda il nulla. L’azione violenta è strumentale perché si prefigge un obiettivo da raggiungere con qualunque mezzo, per cui il mondo e ciò che esso contiene rappresentano solo un ostacolo al perseguimento del proprio specifico obiettivo a breve termine[40]. Una violenza così intesa è, in sintesi, negazione dell’essere-nel-mondo-con-gli-altri[41], della necessaria mediazione con l’Altro: tale discorso aderisce e penetra al cuore delle questioni che stiamo affrontando se pensiamo alla famiglia come primo mediatore tra sé e il mondo, nucleo fondante dei processi di socializzazione. La famiglia è il primo sguardo che incontriamo e che ci oggettifica, ci definisce nel nostro portato di dipendenza e vulnerabilità. In sostanza, potremmo affermare che la violenza è la direzione che un soggetto, nel nostro caso il figlio, sceglie – e qui sta tutto il portato di consapevolezza e intenzionalità – di imboccare nel momento stesso in cui si trova di fronte al dilemma per cui «o si riconosce la volontà dominante della forza o si viene pietrificati dalla Gorgone del potere»[42], senza soluzione di dialogo, mediazione, traduzione fra le due.
Considerando che il fenomeno di cui stiamo parlando si verifica con maggior frequenza in famiglie con genitori che adottano stili educativi permissivi o autoritari[43], risulta particolarmente interessante metterli in dialogo con il discorso sulla violenza che abbiamo fin qui tratteggiato a partire dalla posizione sartriana. Ciò partendo dal presupposto che una rinnovata prospettiva di educazione familiare debba partire «dagli stili educativi messi in atto dai genitori, per discuterli e confrontarli, in maniera da migliorarli e da rispondere sempre più precisamente ai bisogni dei figli»[44].
3.2. Stile permissivo e assenza di sguardo: violenza come libertà senza limiti
Lo stile educativo permissivo secondo Baumrind[45] caratterizza quelle famiglie in cui i genitori aderiscono completamente ai desideri dei figli, tendendo sempre all’evitamento del conflitto e al preservarli dall’eventualità di provare forme di disagio o frustrazione, senza porre limiti e regole chiari e coerenti. Si collega a questo quadro familiare, in alcuni casi, la figura del “genitore elicottero”[46], ovvero quei genitori che tendono all’iperprotezione, volta a smantellare dalla vita dei figli qualunque ostacolo o possibile fonte di malessere. Inoltre, questo stile è tipico delle famiglie affettive[47], ossia focalizzate in via esclusiva e prioritaria sull’amore e sulle “buone” emozioni, in cui però finiscono per rimanere invischiate. Si potrebbe dire che, dopo il crollo della famiglia tradizionale e patriarcale, sia avvenuto una sorta di misunderstanding dell’indicazione “mettere il bambino al centro”, tipica dell’educazione progressista e dell’attivismo pedagogico, trasformando quel centro in un piedistallo o un trono sul quale il figlio-imperatore[48] viene posto sin dalla più tenera età. Quando in adolescenza il figlio venerato si trasforma in tiranno, madri e padri rimangono basiti, sorpresi, attoniti: cos’è andato storto? Cosa si è fatto di sbagliato? Ingammels e Epston[49] intitolano il loro articolo in cui narrano del caso di una madre vittima di violenza da parte della figlia, “Love is not all you need”, definendo i conflitti tra le due come “abrasivi”[50] ed evidenziando come la madre non si spiegasse il comportamento della figlia a partire proprio dal fatto che le aveva sempre donato così «tanto amore»[51]. In tal senso, gli autori descrivono come il motto familiare “love is all you need” si sia tradotto in «una cultura di servilismo nei confronti dei figli che aveva generato in loro abitudini di tale sensibilità verso se stessi e insensibilità verso gli altri che le loro vite [quelle dei genitori] erano diventate “senza vita” e la vita di Becca [la figlia] era in pericolo»[52].
Il genitore in una famiglia siffatta funziona come specchio narcisistico per il figlio e il suo sguardo risulta essere cieco proprio perché l’amorevole sacrificio genitoriale si spinge tanto oltre da immolare la propria storia, la narrazione a partire dal proprio punto di vista, l’importanza della propria esperienza, per appiattirla su quella del figlio, assottigliandola a tal punto da renderla una superficie riflettente. Parliamo in questi termini anche di famiglie adolescenti[53], nelle quali pare non vi sia più una qualche eredità da trasmettere, in cui i genitori sulla scena educativa non assumono più la posizione di protagonisti, ma si limitano ad essere personaggi secondari impegnati a parodiare un copione che non è il proprio ma quello dell’adolescente, di cui si prova ad imitare l’intonazione, ad assumerne costumi e linguaggi, trucchi e taglio dei capelli: “ti capisco perché sono come te”.
E allora, se il figlio può essere qualunque cosa e tutto gli è concesso di fare, istituendosi come unico decisore dei propri valori e guida per i propri comportamenti, entrando in adolescenza inizierà l’esplorazione di tutto ciò che il mondo ha da offrire senza un filtro né una bussola che lo aiutino ad orientarsi. Egli può tutto e dilaterà il campo del possibile all’infinito o, almeno, finché non incontrerà, inevitabilmente, una qualche resistenza: è allora che si scatenerà la violenza. La resistenza è presenza di qualcosa di tangibile, di visibile in un orizzonte senza margini, è una linea su un foglio bianco: mi obbliga a notarla, ad alzare lo sguardo, a riconoscerla, a fermare il mio avanzare, a focalizzarmi su qualcos’altro al di là di me stesso e che mi interroga, mi chiede di essere vista e di considerarla come parte del mio orizzonte. La resistenza così genera frustrazione e disagio nel figlio, perché lo obbliga a considerarsi in prospettiva.
Con il termine “disagio” s’intende definire una condizione necessaria e diffusa che caratterizza ogni essere umano in quelle fasi o eventi della sua esistenza che sollecitano la messa in discussione delle forme della propria presenza e del proprio posizionamento nel mondo, promuovendone la trasformazione[54]. L’esperienza che produce questo movimento è quella prettamente educativa: essa introduce all’attraversamento di un campo di instabilità e insicurezza, di disorientamento e dispersione che viene a caratterizzarsi come lo spazio preliminare indispensabile a qualsiasi processo di costruzione di una soggettività rinnovata. Il disagio è proprio della caratteristica vulnerabilità e fragilità del soggetto nel suo farsi e disfarsi a partire da una presenza e una materialità storica contingenti, che ne tracciano i limiti e le possibilità: è questo esser-gettato-nel-mondo-e-con-gli-altri[55] che la violenza vuole negare e che però è esattamente la necessaria condizione di affermazione autentica del soggetto. L’adolescente diviene violento perché comincia a scontrarsi con le resistenze che il mondo gli impone e rispetto a cui i genitori sono impotenti, per cui colpevoli: lanciare il piatto del pranzo perché la pietanza cucinata dal genitore non è quella desiderata, picchiare la madre perché la playstation non si accende, insultare il padre perché il bar in cui si fermano solitamente a fare colazione è chiuso.
Il primo tentativo è quello di sfondare la resistenza: «“Non perdere il tuo tempo, picchia” significa: non lasciarti conquistare dalle sue ragioni, non stare al gioco, non accettare la sua esistenza. Colpisci, riducilo ad una semplice resistenza che sotto i colpi rivela la verità»[56]. Haim Omer[57], quando parla del metodo della resistenza nonviolenta (NVR) mette in conto che la prima reazione del figlio potrebbe essere quella di rimanere spiazzato da genitori che si trasformano dall’essere, per usare sempre termini sartriani, «materie labili, quelle che scivolano, che si sgretolano sotto le dita, che colano oleose»[58] in una presenza consistente. Uno spiazzamento che inizialmente conduce i comportamenti violenti ad aumentare l’intensità anziché diminuirla ma, davanti a un genitore che non si sgretola, che non ha nessun’altra verità da rivelare se non la propria, allora i comportamenti violenti inizieranno a diminuire. Ciò perché quello sguardo che prima era assente ora diviene, prima da parte del genitore e poi del figlio, «uno sguardo non indifferente o distratto sulle persone che si incontrano nel rapporto educativo. Vedere è “accorgersi” dell’altro-persona la cui presenza […] non è insignificante, ma costantemente ci interpella ad un corrispondere che implica assumere responsabilità della relazione»[59]. Lo sguardo dell’altro consente di distanziare il proprio vissuto e l’esperienza attraversata da sé stessi dandogli la possibilità di essere tradotti e ri-significati nello scambio con l’Altro. La propria interpretazione dei fatti ed i movimenti con i quali si narrano i propri vissuti sono, per l’appunto, soggettivi in quanto verità parziali che necessitano di essere de-costruite e ri-costruite nell’intra-azione[60] con gli Altri e il mondo, per dar loro un respiro di libertà autentica e non più assoluta, nella direzione non più dell’annientamento dell’ostacolo ma della costruzione di progettualità possibili.
3.3. Stile autoritario e oppressione dello sguardo: violenza come libertà al limite
Lo stile educativo autoritario[61] si colloca agli antipodi dello stile permissivo, per cui i genitori non considerano le traiettorie esistenziali che i figli vorrebbero esprimere e che vengono soffocate sotto il peso di modelli rigidi e univoci a cui conformarsi, imposti e mai negoziati. Le regole disposte dal genitore appaiono immotivate e volte ad un controllo estremamente rigido, impositivo dei propri valori, posizionamenti, visioni del mondo, per cui qualsiasi tentativo di emancipazione, esplorazione o autonomia da parte del figlio è scoraggiato in quanto interpretato come tentativo di ribellione o mancanza di rispetto. Sottoponendo la vita dei figli ad un pilota automatico al quale non possono sfuggire li si cresce così incapaci di prendere da sé delle scelte, assumendosene la responsabilità. Questo approccio interferisce con lo sviluppo autonomo dell’identità dei figli, impedendo loro di costruire un’immagine indipendente di sé. Tale atteggiamento limita la capacità dell’adolescente di esplorare le proprie possibilità d’azione, pensiero e progettazione, escludendo il rischio e l’errore, in quanto, se commessi, diventano fonte di un’insopportabile angoscia, derivata dall’eccessiva svalutazione e condanna genitoriale del figlio che non ha corrisposto alle aspettative di successo e/o adeguatezza alle richieste imposte.
Ecco lo spettro dell’Altra Madre – del romanzo “Coraline”[62]– in realtà Beldam, la quale offre a Coraline una vita apparentemente perfetta, ma a un costo terribile: per restare, deve accettare di farsi cucire i bottoni sugli occhi. Questo gesto rappresenta il desiderio di Beldam di controllare e consumare l’anima di Coraline, come ha già fatto con altri bambini, che sono diventati fantasmi prigionieri. Una volta cuciti i bottoni, le vittime sono intrappolate per sempre nel mondo dell’Altra Madre, ciò è un modo per sottrarre loro non solo la libertà fisica, ma anche quella mentale ed emotiva. Il genitore autoritario, come Beldam, ha bene in mente l’immagine del “figlio ideale” a cui far tendere il proprio “figlio reale”.
Si passa così dagli specchi narcisistici del genitore permissivo agli specchi deformanti dell’autoritarismo, istitutori di uno sguardo genitoriale che oggettifica il figlio in una forma senza corrispondenza reale, distorta a tal punto da rendere il figlio irriconoscibile a sé stesso. Così quest’ultimo, vedendo così pervertita la propria immagine, in un estremo tentativo di fuga dall’essere racchiuso in quella rappresentazione mostruosa, rompe con violenza lo specchio, ritrovandosi, paradossalmente, ad essere egli stesso il creatore di quel mostro che voleva distruggere. Il comportamento violento del figlio nasce qui come estrema espressione di un senso di frustrazione intollerabile nel sentirsi costantemente rimandata dai genitori un’immagine nella quale non si rivede, finendo tuttavia per ritrovarsi di nuovo a riferirsi proprio a quell’immagine in una dimensione di negazione e distruzione, nella misura di tutto ciò per cui egli non è quell’immagine.
Il figlio istituisce dunque con quest’ultima un legame paradossale, incapace di costruire rappresentazioni e significazioni alternative di sé e dei propri vissuti.
Nel tentativo di liberarsi ed emanciparsi dal dispositivo d’oppressione creato dai genitori, l’adolescente diviene egli stesso un oppressore[63], ciò in quanto l’unico modello di potere a cui fa riferimento è quello del controllo coercitivo e della sottomissione dell’altro. Inoltre, non avendo avuto la possibilità di sviluppare una propria capacità critico-riflessiva nell’effettuare scelte ed assumersi le responsabilità che da esse derivano, il comportamento violento può incarnarsi in forme fuori da qualsiasi schema di senso e significazione consapevole, configurandosi come atto gratuito e insensato. Tale comportamento assume senso solo all’interno di un ciclo violento[64], in cui il continuo reiterarsi della violenza avviene solo in funzione della riproducibilità di sé stessa e non più in vista di un obiettivo.
Per promuovere un’emancipazione concretae non fittizia occorre allora far fuoriuscire l’errore dal circolo giudicante e valutativo della performatività, contemplando lo sbaglio e l’imperfezione come opportunità creative divergenti[65]. Promuovere, con Borghi[66], la sbaglieranza, intesa come sperimentazione dell’atto di creare mondi e decostruire una realtà data, attraverso l’adozione di una costante postura fenomenologica di epochè – ossia di sospensione e messa tra parentesi della propria prospettiva –, diventa un mandato educativo imprescindibile e necessario. L’epochè sostiene e consente l’esercizio di un pensiero critico e riflessivo nei confronti dei pre-concetti, delle pre-cognizioni, dei pre-giudizi, delle rappresentazioni, delle immagini e delle significazioni che esercitiamo nei confronti degli altri e del mondo che ci circonda. Occorre, in tal senso, introdurre una dialettica tra rappresentanza del passato genitoriale e libertà delle variazioni filiali dello stesso[67]. Tale lavoro deve coinvolgere il portato di valori, concetti e rappresentazioni a cui fa riferimento il genitore non più in termini di imposizione ma trasformandoli in tradizione, per cui: «nello stesso modo in cui il vissuto deve essere messo a distanza perché diventi significativo, così la tradizione storica richiede l’allontanamento perché la relazione di appartenenza possa giungere a significazione»[68].
4. Per una necessaria traduzione intergenerazionale
Abbiamo fin qui potuto osservare come gli stili educativi genitoriali incidano sulla costruzione da parte del figlio della propria identità in un momento di significativa ristrutturazione della stessa qual è l’adolescenza. Quel che avviene nelle famiglie in cui i figli diventano violenti nei confronti dei genitori è, sostanzialmente, lo sprofondare in una dimensione di intraducibilità tra generazioni, e dunque di incomunicabilità. Genitori e figli fanno riferimento ad universi esperienziali diversi, per cui sia l’illudersi di poter parlare la stessa lingua che l’imporre unilateralmente un solo idioma risulta ugualmente devastante. In ogni caso, proprio la «rimozione del conflitto», sia perché edulcorato, sia perché estenuato, conduce «all’evaporazione dell’adulto come polo della dialettica esistenziale dell’adolescente»[69], in un quadro di assenza di significazione e di riconoscimento dell’Altro.
Il tema dell’alterità e della significazione sono evocativi dell’esigenza che ciò che deve essere posto al centro della scena educativa familiare è la traduzione di una tradizione generazionale, eredità parentale che nasce da qualcosa che è stato e della quale il genitore deve necessariamente, pena la perdita d’autenticità, portare testimonianza; essa dev’essere rigiocata in un movimento di andata e ritorno, di continua negoziazione, con quella che è la visione del mondo[70] di cui il figlio è portatore. Lo spazio educativo che così si apre, dev’essere costitutivamente ermeneutico e intersoggettivo, in grado di favorire feconde interconnessioni e di alimentare progettualità condivise nell’ottica di una vera e propria fusione degli orizzonti[71]. Questo è lo spazio traduttivo della formazione, è qui che si gioca l’educazione familiare alla riflessività e alla responsabilità[72], prospettando scenari in grado di rendere la famiglia capace di valorizzare il proprio sapere. Occorre istituire lo spazio per una continua dialettica di ri-formazione delle identità di adulti-genitori e di figli-adolescenti, ponendo al centro l’ascolto autentico e la cura delle narrazioni di ciascuno. La famiglia deve tornare ad essere autrice delle proprie storie, le quali, soprattutto quando attraversate dalla lama della violenza, «sono storie che è difficile dire ed è difficile anche ascoltare. Non le si può raccontare in un momento qualsiasi e non si possono raccontare a comando: sono storie che emergono, e in questo emergere, in questo imporsi quasi al di là delle intenzioni stesse del narratore, sta il loro contenuto di verità»[73]. In questo processo, creare spazi di dialogo autentico e di riconoscimento reciproco diventa essenziale per ricucire le fratture, dare voce alle esperienze silenziate e restituire alla famiglia la possibilità di risignificare il proprio vissuto in modo consapevole e condiviso, cogliendone le tracce salienti per trasformarle in ordito.
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Sitografia
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- UNICEF – Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
- Legge nr. 69/2019, “Violenza domestica e di genere. Codice rosso”, a cura della Dott.ssa Elena Corsini.
>>> Per scaricare il fascicolo 2 della Rivista, pubblicato il 21 luglio 2025, clicca qui.
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note
[1] Casi di matricidio e patricidio non mancano sulle scene della cronaca italiana, per citarne alcuni: il noto caso di Novi Ligure (Alessandria) che vide protagonista di pluriomicidio una sedicenne con il fidanzato, nel 2001; il caso del gennaio 2017 nel ferrarese, compiuto da un sedicenne aiutato da un amico; nel 2021 in Treviglio (Bergamo) una quindicenne uccise la madre; sempre del 2021 un diciassettenne in provincia di Napoli accoltellò la madre adottiva; della medesima età la palermitana che nel 2023 strangolò la madre in seguito a un litigio.
[2] Nel testo si userà la parola “figli” e “genitori” per riferirsi a soggetti maschili, femminili o non-binari.
[3] Vedasi l’articolo su Repubblica del 05.03.25 che, riferendosi al caso di Paderno stabilisce una ipotetica correlazione tra l’atto omicida e le simpatie neonaziste del figlio partendo dal fatto che il ragazzo avesse sul comodino una copia del Mein Kampf e disegnasse aquile naziste su un quaderno.
[4] È l’effetto di raddoppiamento che il potere psichiatrico agisce attraverso le perizie psichiatriche descritto da Foucault: si passa dall’atto alla condotta, dal delitto al modo d’essere del soggetto (Foucault M., L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano, 1999).
[5] Barone P., Pedagogia della marginalità̀ e della devianza: modelli teorici e specificità̀ minorile, Guerini, Milano, 2001.
[6] «Onora il padre e la madre» è uno dei dieci comandamenti dati a Mosè nella religione cristiana; il rispetto dei genitori è un riferimento presente nella Surah islamica, nel Manusmṛti induista e nei Discorsi di Buddha; i miti dell’Antica Grecia vedono sulla scena la condanna di alcuni matricidi e patricidi (tra i più famosi quello di Edipo e di Elettra e Oreste).
[7] Basti in questo senso osservare i commenti lasciati dagli utenti di “YouTube” sui video che trattano dei matricidi e patricidi citati precedentemente in nota.
[8] Foucault M., L’archeologia, cit.
[9] Gadamer H.G., Verità e metodo, Bompiani, Milano, 1983.
[10] Butler J., La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, Nottetempo, Milano, 2020.
[11] Rebughini P., La violenza, Carocci, Roma, 2004.
[12] Rogers M.M., Ashworth C., Child-to-Parent Violence and Abuse: A Scoping Review, in Trauma, Violence, & Abuse, 25, 4, 2024, pp. 3285-3298.
[13] Howard J., Rottem N., It all starts at home: Male adolescent violence to mothers: A research report, Inner South Community Health Service Inc. Child Abuse Research, Monash University, Australia, 2008.
[14] Pereira R., Coletti M., Lernia F. D., Tra segreto e vergogna: La violenza filio-parentale, Bordeaux, Roma, 2019.
[15] Nello specifico, la distribuzione delle pubblicazioni è riferibile alle seguenti percentuali: 52.4% in Spagna, 14.5% Stati Uniti, 11% Regno Unito, 7.6% Australia (Rogers M.M., Ashworth C., Child-to-Parent Violence, cit.)
[16] Rogers M.M., Ashworth C., Child-to-Parent Violence, cit.
[17] Tali dati derivano da una meta-revisione della letteratura internazionale sulla violenza filioparentale effettuata dall’Autrice, realizzata nel periodo tra gennaio e aprile 2024. L’approfondimento specifico e in profondità dei dati emersi da tale review esula tuttavia dall’intento del presente articolo. Per approfondimenti rispetto alle concettualizzazioni del fenomeno si vedano, a titolo esemplificativo: O’Hara K.L., Duchschere J.E., Beck C.J.A., Lawrence E., Adolescent-to-Parent Violence: Translating Research into Effective Practice, in Adolesc. Res. Rev. 2, 2017, pp. 181-198; Ibabe I., A Systematic Review of Youth-to-Parent Aggression: Conceptualization, Typologies and Instruments, in Frontiers in Psychology, 11, 2020, pp. 1-18; Warren A., Blundell B., Chung D., Waters R., Exploring Categories of Family Violence Across the Lifespan: A Scoping Review, in Trauma, Violence, & Abuse, 25, 2023, pp. 965-981.
[18] Holt A., Researching Parent Abuse: A Critical Review of the Methods, in Social Policy and Society, 11, 2012, pp. 289-298.
[19] Ibabe I., A Systematic Review of Youth-to-Parent Aggression, cit.
[20] Il termine “aggressione” utilizzato da Ibabe contempla comportamenti che vanno dalle aggressioni minori fino al maltrattamento grave o severo.
[21] La YPA difensiva si applica ai casi di autodifesa da parte dei figli dalla violenza genitoriale; quella affettiva, o “a sangue caldo”, è più frequentemente associata a psicopatologie e/o abuso di droghe da parte dei figlio ed è caratterizzata da agiti impulsivi, spontanei, di forte rabbia e discontrollo; la YPA situazionale, invece, prevede un escalation a partire da comportamenti violenti a “bassa intensità”, espressione di conflitti circostanziati tra genitori e figli che arrivano a una violenza bidirezionale a causa di incapacità nel gestire le discussioni e nell’ascolto dell’altro, oppure da scarse competenze sociali per cui entrambe le parti perdono facilmente il controllo degenerando in comportamenti aggressivi verbalmente e/o fisicamente.
[22] Snyder H.N., McCurley C., Domestic Assaults by Juvenile Offenders, in OJDP, 219180, 2008, pp. 1-8; Holt A., ‘The terrorist in my home’: teenagers’ violence towards parents – constructions of parent experiences in public online message boards, in Child & Family Social Work, 16, 2011, pp. 454-463; Armstrong G.S., Cain C.M., Wylie L.E., Muftic L.R., Bouffard L.A., Risk factor profile of youth incarcerated for child to parent violence: A nationally representative sample, in Journal of Criminal Justice, 58, 2018, pp. 1-9.
[23] Johnson M. P., A Typology of Domestic Violence: Intimate Terrorism, Violent Resistance, and Situational Couple Violence. Northeastern University Press, Boston, MA, 2008.
[24] Hesse-Biber S.N., Handbook of feminist research: Theory and praxis, SAGE Publications, Inc., Thousand Oaks, CA, 2012.
[25] Bianchetti R., Rudelli A., Esperienze di giustizia minorile nei procedimenti amministrativi con i figli maltrattanti, in Minorigiustizia, 2, 2022, pp. 132-144; Bianchetti R., Rudelli A., Parental abuse ed intervento giuridico: un’indagine presso il Tribunale per i minorenni di Milano, in Cassazione penale, 72, 2022b, pp. 2328-2343.
[26] Pietralunga S., Salvioli C., Il Male nella Relazione. Minori autori di reati violenti contro i genitori, in Rivista Sperimentale di Freniatria, 147, 2023, pp. 69-85.
[27] Abazia L., Stili genitoriali e violenza ‘child-to-parent’ negli adolescenti e giovani adulti italiani, in TOPIC – Temi Di Psicologia dell’Ordine Degli Psicologi Della Campania, 1, 4, 2022. Non cito questa ricerca italiana nel mio precedente articolo sulla violenza filioparentale (Facciocchi M., Rompere il tabù della violenza filioparentale: discorsi di svelamento e pratiche educative di resistenza, in Rivista Italiana di Educazione Familiare, 25, 2, 2024, pp. 93-104) in quanto le stringhe immesse nella piattaforma “Google Scholar” [(“violenza” OR “abuso” AND “genitor*” AND “figl*”) (“violenza” OR “abuso” AND “filio-parentale”) (“violenza” OR “abuso” AND “violenza filioparentale”)] per ricercare le pubblicazioni italiane relative alla violenza filioparentale non aveva prodotto questo risultato e/o lo collocava ad uno stato di avanzamento in cui le pagine reiteravano il riferimento ad altri tipi di violenza non pertinenti a quella in oggetto (motivo per cui si era conclusa la revisione della letteratura per saturazione del campione). Risulta a questo punto necessario evidenziare tale gap nella revisione narrativa della letteratura italiana effettuata dall’Autrice. Dello studio di Abazia si apprende grazie alla recente pubblicazione di Nuzzolese E., Cardanobile M., Sicurella S., Maltrattamento invertito: la violenza filio-parentale, Wip Edizioni, Bari, 2025, che lo cita tra i riferimenti.
[28] Ibabe I., A Systematic Review of Youth-to-Parent Aggression, cit.; Burgos-Benavides L., Cano-Lozano M.C., Ramírez A., Rodríguez-Díaz F.J., Instruments of Child-to-Parent Violence: Systematic Review and Meta-Analysis, in Healthcare, 11, 24, 2023, pp. 1-21.
[29] Suigo V., Figli violenti. Parental abuse in adolescenza: valutazione e intervento, FrancoAngeli, Milano, 2021.
[30] Ibabe I., A Systematic Review of Youth-to-Parent Aggression, cit.
[31] Holt A., Adolescent-to-parent abuse: Current understandings in research, policy and practice, Bristol University Press, Bristol, 2013.
[32] Rutter N., “My [Search Strategies] Keep Missing You”: A Scoping Review to Map Child-to-Parent Violence in Childhood Aggression Literature, in IJERPH, 20, 5, 2023, pp. 1-21.
[33] Suigo V., Figli violenti, cit.
[34] Marescotti E., Adultescenza e dintorni: il valore dell’adultità, il senso dell’educazione, FrancoAngeli, Milano, 2020.
[35] Simmons M., McEwan T.E., Purcell R., Ogloff J.R., Sixty years of child-to-parent abuse research: What we know and where to go, in Aggression and Violent Behavior, 38, 2018, pp. 31-52.
[36] Kennair N., Mellor D., Parent Abuse: A Review, in Child Psychiatry Hum Dev, 38, 2007, pp. 203-219; Hong J.S., Kral M.J., Espelage D.L., Allen-Meares P., The Social Ecology of Adolescent-Initiated Parent Abuse: A Review of the Literature, in Child Psychiatry and Human Development, 43, 2011, pp. 431-54; Aroca-Montolío C., Lorenzo-Moledo M., Miró-Pérez C., La violencia filio-parental: un análisis de sus claves, in Anales de Psicología, 30, 2014, pp. 157-170; Peck A., Hutchinson M., Provost S., Young people who engage in child to parent violence: an integrative review of correlates and developmental pathways,in Australian Journal of Psychology,73, 2021, pp. 405-415.
[37] Il termine violenza risulta essere anche il più utilizzato a livello della letteratura internazionale come testimoniano le revisioni della letteratura scientifica in merito alla concettualizzazione della violenza filioparentale effettuate (O’Hara K.L., Duchschere J.E., Beck C.J.A., Lawrence E., Adolescent-to-Parent Violence, cit.; Ibabe I., A Systematic Review of Youth-to-Parent Aggression, cit.).
[38] Sartre J.P., L’universo della violenza, cit.
[39] «Volevo essere immortale, uccidendoli avrei potuto vivere in modo libero» (Redazione, Riccardo Chiaroni sterminò la famiglia, chiesto giudizio immediato: in casa anche il Mein Kampf, in Milano Today, 5 marzo 2025); «Il movente dichiarato era che i due ragazzi volevano vivere una dimensione di libertà assoluta in quella casa» (Ferrari T., Delitto di Novi Ligure, la pm che seguì il caso 20 anni fa: «Erika e Omar forse non si sono mai pentiti», in Vanity Fair, 21 febbraio 2021); «Perché ucciderli?» «Perché mi sgridavano sempre. Litigavamo di continuo per la scuola, volevano che tornassi a casa entro certi orari, mi dicevano che se avessi continuato a non combinare niente nella vita a 18 anni mi avrebbero cacciato di casa…» (Fasano G., Mentre Manuel li colpiva nel letto, loro chiamavano il figlio Riccardo, in Corriere della Sera, 13 gennaio 2017). Sono queste alcune delle motivazioni che hanno dato ai loro gesti i ragazzi che hanno ucciso i propri genitori.
[40] Arendt H., Sulla violenza, U. Guanda, Parma, 1996.
[41] Heidegger M., Essere e tempo, UTET, Torino, 1986.
[42] Federici L., Il prisma della violenza e la gorgone del potere. T. W. Adorno, V. Grossman, E. Canetti, W. Benjamin, in Rivista Internazionale di Filosofia Online Metabasis.it, 13, 26, 2018, pp. 1-21.
[43] Moreno-Ruiz D., Estevez E., Jimenez T.I., Murgui S., Parenting Style and Reactive and Proactive Adolescent Violence: Evidence from Spain, in Int. J. Environ. Res. Public Health, 15, 12, 2018, pp. 1-13; Suárez-Relinque C., Del Moral Arroyo G., León-Moreno C., Callejas Jerónimo J.E., Child-To-Parent Violence: Which Parenting Style Is More Protective? A Study with Spanish Adolescents, in IJERPH, 16, 8, 2019, pp. 1-14; Abazia L., Stili genitoriali e violenza ‘child-to-parent’, cit.
[44] Catarsi E., Realtà e prospettive dell’educazione familiare in Italia, in Rivista Italiana di Educazione Familiare, 4, 1, 2009, pp. 7-16.
[45] Baumrind D., Current patterns of parental authority, in Developmental Psychology, 4, 1971, pp. 1-103.
[46] Bagnato K., ‘Helicopter Parenting’ and Antisocial Behavior: The Role of Family Education, in Rivista Italiana di Educazione Familiare, 21, 2, 2022, pp. 99-115.
[47] Gambini P., Adolescenti e famiglia affettiva: percorsi d’emancipazione, FrancoAngeli, Milano, 2011.
[48] Fongaro E., Picot MC., Aouinti S., Pupier F., Purper-Ouakil D., Franc N., Children and Adolescents with Severe Tyrannical Behaviour: Profile of Youth and Their Parents, in Child Psychiatry Hum Dev, 56, 2025, pp. 661-668.
[49] Ingamells K., Epston D., Love is Not All You Need: A Revolutionary Approach to Parental Abuse, in Australian & New Zealand Journal of Family Therapy, 35, 2014, pp. 364-382.
[50] Idem, p. 364.
[51] Idem, p. 367.
[52] Idem, p. 375.
[53] Barone P., Gli anni stretti: l’adolescenza tra presente e futuro, FrancoAngeli, Milano, 2019.
[54] Palmieri C., Crisi sociale e disagio educativo. Spunti di ricerca pedagogica, FrancoAngeli, Milano, 2012.
[55] Heidegger M., Essere e tempo, cit.
[56] Sartre J.P., L’universo della violenza, cit., p. 35.
[57] Omer H., Piacentini D., La resistenza non violenta. Un approccio innovativo ai problemi comportamentali e psicologici di ragazzi e adolescenti,Alpes, Milano, 2021.
[58] Sartre J.P., L’universo della violenza, cit., p. 35.
[59] Iori V., Nei sentieri dell’esistere: spazio, tempo, corpo nei processi formativi, Erickson, Gardolo, 2006, p. 30.
[60] Barad Karen., Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, Duke University Press, Durham, 2007.
[61] Baumrind D., Current patterns, cit.
[62] Gaiman N., Coraline, Mondadori, Milano, 2022.
[63] Freire P., La pedagogia degli oppressi, Gruppo Abele, Torino, 2018.
[64] Walker L., The Battered Woman Syndrome, Springer, New York, 1979.
[65] Tolomelli A., Il valore pedagogico della divergenza, Guerini Scientifica, Milano, 2022.
[66] Borghi R., Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo, Meltemi, Milano, 2020.
[67] Ricoeur P., Tempo e racconto 3. Il tempo raccontato, Jaca Book, Milano, 1988.
[68] Ricoeur P., Dal testo all’azione: saggi di ermeneutica, Jaca Book, Milano, 1989, p. 356.
[69] Barone P., Gli anni stretti: l’adolescenza tra presente e futuro, FrancoAngeli, Milano, p. 52.
[70] Bertolini P., Caronia L., Ragazzi difficili: pedagogia interpretativa e linee di intervento, FrancoAngeli, Milano, 2015.
[71] Gadamer H.G., Verità e metodo, cit.
[72] Gigli A., Quale pedagogia per le famiglie contemporanee?, in Rivista Italiana Di Educazione Familiare, 2, 2, 2009, pp. 7-17.
[73] Jedlowski P., Storie comuni: la narrazione della vita quotidiana, Mondadori, Milano, 2000, p. 172.
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