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Abstract Italiano

Generalizzare non è mai una cosa buona. Non è buona nel senso che per generalizzare si deve fare violenza a tante differenze, piccole e grandi, che connotano parti incluse nella generalizzazione.
Non c’è tuttavia dubbio che, rispetto a un periodo di tempo non lontano, si sono create situazioni talmente nuove da implicare un cambiamento dei linguaggi, delle culture e degli stili di vita.
I comportamenti, gli stili esistenziali e le organizzazioni di personalità sono fortemente influenzati dai contesti. Fare diagnosi prescindendo dai contesti e dalla loro storia è come scrivere sulla sabbia: modificati gli ambienti, le diagnosi evaporano.
Un pregiudizio atavico tende a vedere gli adolescenti come un mondo a sé, pieno di speranze e di disperazioni. È ben vero che l’adolescenza ha caratteristiche psicobiologiche specifiche; ma esse, il patrimonio di base dell’adolescenza interagisce e si sviluppa nelle interazioni.
Parlare di adolescenza e violenza obbliga a riflettere sulla presenza e sull’uso della violenza nella collettività in generale. Realtà impregnata di velocità, connessione, reattività, molteplicità. In due parole vertiginosa caoticità.
Tutto questo favorisce le polarizzazioni e i passaggi all’atto.
Mentalizzare è prendersi il tempo per approfondire, riflettere, considerare le “cose” da diversi punti di vista. Ma se si deve correre nel vortice del narcisismo globalizzato, reagire, anche impetuosamente, diventa sempre più semplice.
La violenza degli adolescenti si alimenta nel grande contenitore della violenza planetaria, geo-politica, finanziaria, etnica, religiosa, sociale e di classe.
Leggerne le caratteristiche non solo ci avvicina agli adolescenti, ma ci fa capire i problemi delle nostre collettività; in una parola, di tutti noi.

Abstract English

Generalising is never a good thing. It is not good in the sense that to generalise one has to do violence to so many differences, both small and large, that characterise parts included in the generalisation.
However, there is no doubt that, compared to a time not so long ago, situations have arisen that are so new that they imply a change in languages, cultures and lifestyles.
Behaviour, existential styles and personality organisations are strongly influenced by contexts. Making diagnoses irrespective of contexts and their history is like writing in the sand: when environments change, diagnoses evaporate
An atavistic prejudice tends to see adolescents as a world apart, full of hope and despair. It is very true that adolescence has specific psychobiological characteristics; but they, the basic heritage of adolescence interacts and develops in interactions.
Talking about adolescence and violence forces us to reflect on the presence and use of violence in the community at large. Reality imbued with speed, connection, reactivity, multiplicity. In two words, dizzying chaos.
All this favours polarisations and transitions to the act.
To mentalise is to take the time to deepen, to reflect, to consider ‘things’ from different points of view. But if one has to run in the vortex of globalised narcissism, reacting, even impetuously, becomes easier.
Adolescent violence feeds into the big box of planetary, geo-political, financial, ethnic, religious, social and class violence.
Reading about it not only brings us closer to adolescents, but also makes us understand the problems of our communities; in a word, of all of us.
[Translated with DeepL.com (free version)]

Abstract Français

Généraliser n’est jamais une bonne chose. Ce n’est pas une bonne chose dans le sens où, pour généraliser, il faut faire violence à tant de différences, petites et grandes, qui caractérisent les parties incluses dans la généralisation.
Cependant, il ne fait aucun doute que, par rapport à une époque pas si lointaine, des situations si nouvelles sont apparues qu’elles impliquent un changement dans les langues, les cultures et les modes de vie.
Les comportements, les styles existentiels et les organisations de la personnalité sont fortement influencés par les contextes. Poser des diagnostics sans tenir compte des contextes et de leur histoire revient à écrire dans le sable: lorsque les environnements changent, les diagnostics s’évaporent.
Un préjugé atavique tend à considérer les adolescents comme un monde à part, plein d’espoir et de désespoir. Il est vrai que l’adolescence a des caractéristiques psychobiologiques spécifiques, mais le patrimoine fondamental de l’adolescence interagit et se développe dans les interactions.
Parler de l’adolescence et de la violence nous oblige à réfléchir à la présence et à l’utilisation de la violence dans la communauté au sens large. Une réalité imprégnée de vitesse, de connexion, de réactivité, de multiplicité. En deux mots, un chaos vertigineux.
Tout cela favorise les polarisations et les passages à l’acte.
Mentaliser, c’est prendre le temps d’approfondir, de réfléchir, d’envisager les choses sous différents angles. Mais s’il faut courir dans le tourbillon du narcissisme mondialisé, la réaction, même impétueuse, devient plus facile.
La violence des adolescents alimente la grande boîte de la violence planétaire, géopolitique, financière, ethnique, religieuse, sociale et de classe.
La lire nous rapproche non seulement des adolescents, mais nous fait aussi comprendre les problèmes de nos communautés, en un mot, de nous tous.
[Traduit avec DeepL.com (version gratuite)]

Abstract Español

Generalizar nunca es bueno. No es bueno en el sentido de que para generalizar hay que hacer violencia a tantas diferencias, pequeñas y grandes, que caracterizan a las partes incluidas en la generalización.
Sin embargo, no cabe duda de que, en comparación con una época no tan lejana, han surgido situaciones tan nuevas que implican un cambio en los lenguajes, las culturas y los estilos de vida.
El comportamiento, los estilos existenciales y las organizaciones de la personalidad están fuertemente influidos por los contextos. Hacer diagnósticos sin tener en cuenta los contextos y su historia es como escribir en la arena: cuando los entornos cambian, los diagnósticos se evaporan.
Un prejuicio atávico tiende a ver a los adolescentes como un mundo propio, lleno de esperanza y desesperación. Es muy cierto que la adolescencia tiene características psicobiológicas específicas; pero ellas, el patrimonio básico de la adolescencia interactúa y se desarrolla en interacciones.
Hablar de adolescencia y violencia nos obliga a reflexionar sobre la presencia y el uso de la violencia en la comunidad en general. Realidad impregnada de velocidad, conexión, reactividad, multiplicidad. En dos palabras, un caos vertiginoso.
Todo ello favorece las polarizaciones y las transiciones al acto.
Mentalizarse es tomarse el tiempo de profundizar, de reflexionar, de considerar «las cosas» desde distintos puntos de vista. Pero si hay que correr en la vorágine del narcisismo globalizado, reaccionar, incluso impetuosamente, resulta más fácil.
La violencia adolescente alimenta la gran caja de la violencia planetaria, geopolítica, financiera, étnica, religiosa, social y de clase.
Leer sobre ella no sólo nos acerca a los adolescentes, sino que nos hace comprender los problemas de nuestras comunidades; en una palabra, de todos nosotros.
[Traducción realizada con la versión gratuita del traductor DeepL.com]

SOMMARIO:
1. Intermezzo, puritanesimo – 2. Intermezzo 2: bullismo – 3. Intermezzo 3: fake e pensiero critico – 4. Continuo – 5. Intermezzo 4 – 6. Un mondo di paure – 7. Una nuova cultura – 8. Connessi – 9. Mentalizzare

1. Intermezzo, puritanesimo

Di sicuro qualche lettore pensa che io sia un maschilista; d’altronde uno che fa questa presentazione della paura della famiglia di Vittoria, usa uno stereotipo dell’immaginario collettivo tradizionale, retrò, sul come fosse – sia – un problema solo delle donne quello di essere importunate, desiderate, ghermite.

Niente affatto.

Semplicemente ho utilizzato una situazione concreta che avrei potuto declinare identica al maschile.

Socialmente è più frequente che sia la ragazza ad avere il peperoncino in borsa.

I maschi possono essere aggrediti, desiderati e stuprati né più né meno che le femmine. Succede solo meno spesso, ma a chi succede le conseguenze sono sovrapponibili.

Allora perché Vittoria e non Piero? Semplicemente per evitare quei ridicoli tentennamenti – censure – degli asterischi. Quelli che a fine parola puliscono, per i novelli puritani, il turbamento moraleggiante di chi non vuole prendere parte attiva alla realtà. Di chi vorrebbe trattenersi nel moralmente pulito, asettico, incontaminato. Di chi cioè non si sporca le mani con la realtà.

Io sono un clinico e mi debbo immergere nella realtà senza paure né infingimenti. Per questo evito di mettere l’asterisco in fondo a tutti i sostantivi e agli aggettivi per fasciare la realtà.

Chiaro che il lettore può ripetere la narrazione modificando banalmente il nome della ragazza, Vittoria, che ho utilizzato, in quello di un ragazzo, Piero o chi preferisce.

Posso fare la stessa cosa anche io, caro lettore. Ho riferito il caso di Piero e della sua famiglia quando ha compiuto diciotto anni. Ma perché poi diciotto? Prima, quando? Prima.

La violenza, e la sua paura nasce prima. E i corpi desiderabili pure.

È implicito, spero, il mio dissenso rispetto alla violenza della cultura Woke che vorrebbe annullare tutti i tratti di realtà che possono creare identificazioni troppo precise e conseguentemente potenzialmente denigratorie. Un eccesso di moralismo che vorrebbe pedagogizzare la collettività modificandone il linguaggio e i costumi, togliendole la capacità che ha naturalmente la nostra mente di comparare qualsiasi oggetto le appaia cercando di interpretarlo nel modo più completo possibile.

Dovremmo invece eliminare tutto quello che fa specificità per bonificare l’ambiente sociale e semantico dai micro-traumatismi che si celano nell’aggettivo e nel sostantivo femminile o maschile.

Anche questa pedagogia dirigistica, che nasce dalle classi “illuminate”, che si nutre di bisogno di rispetto verso chiunque e verso qualsiasi cosa, pian piano introduce il tema della violenza: la violenza delle imposizioni comportamentali, la violenza di un linguaggio che descrive le “cose”, la realtà[1]; la violenza della imposizione di una moralità formale; la violenza composta dal censurare le fonti, dal togliere dal detto un gran numero di aggettivi al maschile o al femminile, toglierli dal mercato delle relazioni, dai racconti perché possono sì chiarire l’oggetto percepito, ma nello stesso tempo ferire. La violenza della cancel culture.

Che succederà? Che rimarranno nel non-detto di ognuno? Che cioè il soggetto, noi tutti, esprimendoci impareremo a censurare i nostri sensi e le nostre interpretazioni per non infrangere la pedagogia Woke, ma che dentro di noi quegli aggettivi continueranno a vivere? Succederà come per le paure di Vittoria e dei suoi genitori? Presenti ma non dicibili, scaramanticamente, per paura che si avverino?

O ci sarà un giorno chi porterà la violenza ancor più dentro al pensiero umano estirpandogli la possibilità anche solo di pensare al femminile e al maschile? Sorgerà, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, l’ufficio che scova e corregge i pensieri “sbagliati”?

Non è estraneo ai nostri temi quanto raccontato da Orwell nel romanzo, avveniristico (o di cronaca?), 1984 di cui ti consiglio la lettura[2].

Orwell ipotizza, (spiega?), il potere che legge il pensiero e costruisce modalità espressive che siano compatibili con il suo interesse che, in ultima istanza, è quello del potere solamente. Il fine del potere è il potere; non salvare l’umanità, costruire un domani migliore, aiutare le persone, ecc. Il potere per il potere, sugli uomini, sui loro cervelli. Società di esseri umani annullati e asserviti con una situazione nella quale la libertà è schiavitù e la schiavitù è libertà.

Un libro divertentissimo, grottesco e affascinante. Un libro visionario che immagina una società nella quale la libertà è impedita della costruzione di un sistema di potere che manipola il cervello delle persone

Un richiamo all’attualità in cui il lavoro delle principali compagnie internazionali ̶̶ Microsoft, Apple, Google, Nvidia, Meta, Amazon o SpaceX  ̶ è costruire processi cognitivi; in cui le parole non hanno la possibilità di essere metaforiche e di includere più significati.

Lo sbaglio sta nel credere che la lingua sia un tramite esatto dei processi mentali.

Assistiamo alla concentrazione del potere, alla sua esaltazione, all’estrema diversificazione fra le genti. L’assenza di contro-poteri capaci di contendere la verità ai potenti. L’esaltazione dell’individualismo globalizzato, danno vita a una forma ibrida di democrazia autocratica che Irti ha definito il modernismo (in quanto basato sulle eccellenze tecniche) reazionario (in quanto il potere si dissocia dalle genti e dalla realtà)[3].

Un lungo elenco di parole che non dovranno più essere usate nei documenti ufficiali e dovranno essere cancellate dai siti pubblici dell’amministrazione US; l’elenco è stato pubblicato dal New York Times, l’11 marzo 2025.

La profondità dell’animo che vorrebbero scotomizzare con la cultura del numero e della statistica; del cosiddetto buon funzionamento sociale, soggetto al controllo dei poteri forti. Di coloro i quali, alcuni studi lo ipotizzano, stanno conducendo una guerra cognitiva: terrorismo per spaventare le popolazioni, per ridurle alla dipendenza, per generare in loro uno stato di insicurezza e di terrore che li spinga a chiedere risposte rassicuranti, possibilmente semplici, anzi semplicissime e immediate. Risposte che arrivano nella forma di ordini. Comandi che diventano sempre più oscuri e militarizzanti. Venti di guerra. Ovunque.

2. Intermezzo 2: bullismo

La spinta quasi maniacale per cercare di correggere, depurare, estirpare qualsiasi riferimento o aggettivazione che possa avere qualche fattispecie di ferita nei confronti di qualcuno o di qualche gruppo sociale, nasce dal desiderio positivo di proteggere le persone con vulnerabilità percepite da individui o gruppi dalla stigmatizzazione che retroattivamente aggraverebbe il loro stato.

Si può pertanto dire che la cultura Woke dei nuovi puritani è l’espressione, e a volte per eccesso, della volontà di tutela nei confronti delle fragilità.

Contiene quindi in sé uno spirito positivo di tipo educativo, assieme alle esigenze del riconoscimento del pieno diritto da parte di tutte le persone, indipendentemente dalle loro condizioni fisiche, psichiche e di orientamento.

Si tratta perciò di un velo che vorrebbe inibire qualsiasi ferita per favorire i processi di inclusione nel momento stesso in cui ne riconosce anche le specificità, quindi le diversità. Ma non come fenomeno di emarginazione, bensì come affermazione di identità specifiche nel loro pieno rispetto.

Quanto questo sia dissonante rispetto al conflitto geopolitico, culturale, religioso che sta dilaniando il mondo attuale è evidente ad ognuno.

Rimane lo spirito positivo per cercare di fare educazione e prevenzione della aggressività fisica e verbale nei confronti di persone affette da qualche forma di, ritenuta da se stessi o obiettiva fragilità o vulnerabilità. 

Possiamo quindi intendere che vi sia un conflitto culturale fra le politiche di equità, diversità e inclusione, quelle che vanno sotto la sigla EDI, e le forme di prevaricazione che hanno nel bullismo verso i più deboli la loro manifestazione.

Non mi riferisco solamente al bullismo di ragazzi o ragazze nei confronti dei pari, ma anche e primariamente alle forme di bullismo politico e sociale che avviene ad opera di più o meno severi narcisisti patologici che vogliono affermare il loro potere nei confronti degli altri: Stati, soggetti, gruppi. Queste osservazioni fanno il paio con quelle del capitolo precedente. Quindi siamo in presenza di una esagerata rappresentazione dell’ambiguità: gli opposti si polarizzano, si scontrano. Lacerazioni catastrofiche?

Mai generalizzare, dice Gabriella Ripa di Meana[4], piuttosto poniamoci una serie di interrogativi per favorire il processo di mentalizzazione che risulta schiacciato dalle polarizzazioni.

3. Intermezzo 3: fake e pensiero critico

È ben vero che il mondo che stiamo vivendo è accelerato dalla comunicazione continua e distratto da una serie di segnali e stimoli che si succedono con tale rapidità da impedirne anche l’accoglienza e la comprensione, figurarsi la attendibilità. È per questo che molte fake-news girano incontrollate. 

C’è chi vi vede un pressapochismo crescente che si accompagna ad un inebetimento delle popolazioni sempre più sprovvedute, lontane dalla cultura; sempre più quindi manipolabili da parte di poteri maligni.

Vi è una grande penuria di spirito critico.

Vi è il desiderio di superare una situazione così ansiogena attraverso la polarizzazione, cioè la costruzione di identità sempre più barricate e che si vorrebbe possiedano la verità.

Eh sì che noi siamo il paese nel quale il grande Bruno De Finetti già nel 1934 scrisse, ironicamente, ma poi non tanto, l’invenzione della verità[5].

Eppure il bisogno di rassicurazione spinge ad assumere identità che possono sembrare molto coartanti ma che finiscono con l’essere come un elmo che custodisce le menti smarrite.

Riempire i social di fake-news calpestando i fatti concreti, fa sì che la realtà percepita differisca dalla realtà. Chi ha il potere di manipolazione può condurre una politica di terrorismo cognitivo. Seminare paura, anche su notizie false o grandemente ingigantite, spinge ad accettare la guida di capi carismatici dittatoriali.

Ci muoviamo in una epoca di forti contrastanti manipolazioni del modo di percepire e di pensare, e ovviamente, di comportarci. L’ambiente della comunicazione è spesso pesantemente violento.

Leggere è riscrivere. L’intenzione di chi scrive non è percepita in maniera identica da chi legge. Che invece ricrea il contenuto. Lo disse primariamente Platone.

Si tratta di attivare i sentimenti, le passioni e le paure del lettore che aggregherà di suo l’interpretazione. Basta “spingerlo”. In positivo, verso la soggettivizzazione, o in negativo, verso la dipendenza.

Questo è il medesimo “canale” quando i clinici consegnano le diagnosi e danno le prescrizioni ai pazienti, che interpreteranno, decodificheranno, quanto e cosa gli è stato detto. In positivo o in negativo.

Perciò, dice Borges, non possiamo fare altro che alludere[6].

In quanto l’atto finale è quello del lettore che immagina e, nella clinica, del paziente che agisce la terapia.

Se intendiamo tenere conto dell’incertezza e dell’imprevisto non possiamo fare affidamento sulla uniformità e sulla continuità del corso della natura e sulla frequenza con cui un determinato evento si è verificato finora proiettando nel futuro le regolarità del passato.

L’unica possibilità concreta di cui disponiamo è affidarci a una concezione soggettivistica fondata sul presupposto che nei casi di alta complessità (possiamo inserire questioni come la personalità umana, il libero arbitrio, la coscienza fra le “alte complessità”? Io penso di sì) dobbiamo ricorrere a una scommessa razionale, a una scelta deliberata dell’osservatore basata sul suo grado di fiducia nel verificarsi di un determinato evento e sulla propensione a scommettere su questa eventualità che ne scaturisce.

I criteri, i linguaggi, le idee dominanti sono largamente influenzate dalle condizioni sociali e in linea generale politiche, lo si è detto molte volte.

Questa fase storica è caratterizzata dalla crescente complessità e dalle esigenze di cercare di esplorare, conoscere, accettare, in qualche modo entrare in relazione, quindi fare dei processi di inclusione per le specificità, le differenze, per le diversità dei gruppi etnici, religiosi, di genere, eccetera.

Ciò avviene in questo mondo che si polarizza e si differenzia radicalmente formando bolle identitarie sempre più scisse e frantumate fra di loro, dove i governanti usano la violenta contrapposizione per affermare i propri poteri, creando una grande confusione che atterra istituzioni e valori di solidarietà, rispetto e legalità, su cui precedentemente si basava la convivenza[7].

La complessità, criterio che utilizziamo per leggere globalmente il fenomeno, deriva e crea una condizione caotica favorita dalla caduta di criteri di lettura condivisi.

Allorché vi erano le forti ideologie che dominavano il mondo, al di là delle conoscenze scientifiche disponibili, succedeva che le differenze, che oggi esplodono, venivano contenute all’interno di processi identitari più profondi e più radicali esattamente come avveniva in una lettura sacrale della vita. Essa creava unione fra le persone appartenenti alle medesime tradizioni o riti religiosi.

La complessità, nonostante si potessero avere gli strumenti scientifici per leggere le differenze, veniva contenuta all’interno di un’identità di grado maggiore che offriva l’appartenenza al credo religioso (o politico). Quindi si può dire che è la caduta dei grandi pacchetti identitari fatti di ideali o di religione che ha favorito l’esplosione delle diversità e conseguentemente la diffusione del linguaggio della complessità.

C’è una qualche buona ragione per cui gli adolescenti siano esenti da questi contesti? I temi che ho toccato negli Intermezzi possono non riguardarli?

4. Continuo

Lei va in palestra tutti i giorni, lei è una ragazza giovane, ha appena fatto 18 anni. Un corpo snello, molto atletico. Fa solo pesi praticamente, lo dice con soddisfazione. Mostra orgogliosa le fasce muscolari.

Ma vai in palestra per fare i muscoli?

No, per un’altra ragione. Vorrei imparare a tirare di boxe.

Nel caso in cui fosse aggredita immagina di sapere come potrebbe difendersi.

Anche lei ha tra le immagini mentali scene di violenza, il timore di essere aggredita.

Un appello sta circolando sui social.

Lo trovi affisso come locandina sui muri di tanti palazzi. O incollato sui paloni stradali della città.

È un allarme lanciato da un comitato di cittadini. Protestano. Non se ne può più; dove è la polizia? Cosa fa il sindaco?

Chiede di attivarsi contro le gang giovanili. Non se ne può più. Queste gang stanno infestando il parcheggio di fronte al grande supermercato. Il nuovo spaccio ha bellissimi prodotti, le guardie giurate fanno i controlli alle entrate. Ma fuori…

Fuori è pericoloso, accadono risse, come davanti alla stazione o nel parco pubblico.

Quei posti li evitano ormai in molti. Hanno paura di incrociare questo tipo di realtà, la banda. Chi si approfitta, chi offende, chi malmena, chi deruba. Potrebbe succedere anche nelle vie della città. Non esca dopo una certa ora, consiglia saggiamente il poliziotto alla signora. E mai da sola. Perché la banda non è stanziale attorno al parcheggio del supermercato. È ovunque. Poi non è una banda, ce ne sono varie. A loro piace fare rissa, si cercano, si sfidano, si picchiano.

Poveretto chi ci si trova in mezzo; anche per caso.

L’elenco dei posti dove sono accaduti episodi di violenza è lungo. Le cronache locali e nazionali lo riferiscono.

Tante differenti angolature per vedere il tema della violenza che circola nelle relazioni sociali di cui sono attori o recettori i giovani.

L’argomento di questo articolo.

5. Intermezzo 4

Cosa è la personalità.

La mia descrizione della personalità è davvero semplice: il tuo sé, l’essenza di quello che sei rispecchia i pattern di interconnessione tra neuroni del tuo cervello[8].

Il tema della personalità è molto dibattuto. Per alcuni aspetti, i tratti, la personalità può essere identificata in modo piuttosto stabile. Ma quel che le persone mostrano ha maggiormente carattere contingente, ecco perché la personalità, il suo stile, si modifica col modificarsi dei contesti.

C’è quindi da distinguere tra tratti di personalità e stato della personalità; quest’ultimo è una forma di adattamento al contesto. 

Le connessioni neurali crescono in dimensione e volume se sollecitate frequentemente, mentre decrescono, diminuiscono, si deprimono quando non lo sono.

Ciò ci dà molte informazioni rispetto sia alle dipendenze sia ai comportamenti ripetitivi sia i processi di apprendimento.

La mente nasce in interazione. Non esiste una corrispondenza tra geni e comportamento. I geni influiscono sulla personalità, ma non la controllano rigidamente, non ci dicono che cosa dobbiamo fare.

Ho davanti ai miei occhi quella coppia di non più così giovani genitori affetti da patologie psichiatriche e neurologiche parlare apertamente delle loro patologie, quasi banalizzandole, lei è schizofrenica, è stata in reparti per acuti, sua zia è schizofrenica, suo cugino si è suicidato mentre lui, il padre raccontava ridendo, per scaramanzia, della sua epilessia e della malattia neurodegenerativa che gli aveva trasmesso l’odiata madre. Ma si trasmette per via materna, insisteva come a proteggere il figlio che, allibito e paralizzato, assisteva allo sciorinamento delle disgrazie che potevano piovergli addosso a causa della genetica. Chissà quante volte questo povero ragazzo avrà sentito la litania delle disgrazie che prima o poi gli sarebbero arrivate. Nel frattempo lo avevano sottoposto a una lunga serie di accertamenti, EEG, Rmn, fMRi, genoma, oltre a varie consultazioni npi e psichiatriche. Alla ricerca della catastrofe. Inevitabile, per le loro paure.

Romeo viveva ritirato, studiava molto ma la performance era scarsa. L’ansia spesso lo assaliva, mi raccontava una delle sue “crisi di panico”, per questo adesso mi era di fronte, seduto schiacciato dai suoi genitori, giganti della patologia, alfieri delle sue maledizioni; non aveva mai avuto una ragazza, Romeo aveva 18 anni.

Gli stavo spiegando che cultura e natura sono entrambi importanti per definire il carattere. Non ha senso cercare di quantificare l’importanza dell’uno o dell’altra in percentuale, è impossibile stabilire la suddivisione: innato e appreso collaborano già nell’utero. I geni sono flessibili: danno le istruzioni per la sintesi delle proteine, i “mattoni” del nostro corpo, solo se si verificano particolari condizioni, seguono la regola del “se… allora” dove il “se”, corrisponde alle condizioni ambientali. Questo significa che uno stesso gene influisce sulla personalità in modo diverso, a seconda dell’ambiente che lo circonda.

Romeo si sentiva un po’ sollevato: non era obbligato a diventare come le previsioni nefaste dei suoi genitori gli avevano fatto credere.

La relazione tra i geni e il comportamento umano è complessa, non esiste un gene che determini l’aggressività o l’intelligenza.

Gli dissi cosa era solito ripetere Donald Hebb alla domanda se è più importante la natura o la cultura, i geni o l’ambiente. Rispondeva ponendo a sua volta una domanda all’interlocutore. In un rettangolo è più importante la base o l’altezza?

Non esiste una corrispondenza tra geni e comportamento. I geni influiscono sulla personalità, ma non la controllano, non ci dicono che cosa dobbiamo fare. Stava riacquistando la speranza.

La speranza è un farmaco, scrive Benedetti[9]. Per aiutare la crescita bisognerebbe che i testimoni ne spargessero. Purtroppo invece vengono sparse enormi quantità di paure.

6. Un mondo di paure

La violenza astratta del nostro tempo nella sua forma più pura vede da un lato la speculazione finanziaria che si svolge nella propria sfera senza legami trasparenti con la realtà delle vite umane. Dall’altro lato questa violenza può improvvisamente rovesciarsi come catastrofe “pseudo-naturale” nella perdita di posti di lavoro che, come fosse uno tsunami, colpisce senza alcuna connessione apparente migliaia di persone.

La violenza dell’epoca attuale funziona come un algoritmo, un giudizio infinito, speculativo, che pone l’identità tra questi due estremi.

La violenza astratta con le sue conseguenze psicologiche sono al centro del libro di Catherine Malaboù Les nouveaux blessés[10].

Oggi la nostra stessa realtà socio-politica impone molteplici versioni di intrusioni esterne e traumi che non sono altro che questo: interruzioni brutali e senza senso che distruggono la trama simbolica dell’identità del soggetto.

Innanzitutto c’è la brutale violenza fisica esterna: gli attacchi terroristici, i bombardamenti, le guerre, la violenza di strada, gli stupri, ma anche le catastrofi naturali, i terremoti, gli tsunami, le inondazioni.

Poi c’è la distruzione irrazionale senza senso della base materiale della nostra realtà interiore con lesioni organiche cerebrali che possono trasformare completamente la personalità stessa della vittima: incidenti, uso di droghe.

La violenza è anche nelle case. Spesso si scarica sui più deboli, le donne, i minori, gli anziani.

La violenza lascia segni nel genoma che possono essere ereditati. Non sono soltanto i geni a regolare i meccanismi ereditari ma anche l’ambiente che, in positivo o in negativo, può fare sì che alcuni geni vengano espressi o silenziati: questo meccanismo “epigenetico” può far sì che le conseguenze di un trauma possano manifestarsi nelle generazioni future.

Crescere avviene anche all’interno di condizioni simili. Non solo paure; la mente di chi vi cresce immerso impara a difendersi, o a scaricare violenza su violenza anche identificandosi in chi esprime così tanta forza da violentare i familiari.

La violenza ha una sua storia intergenerazionale[11].

Siccome la mente è sociale e siccome esiste la cultura dei tempi, “Zeitgeist”, è impossibile isolare osservazione sul comportamento giovanile dalle basi culturali e sociali nelle quali quei comportamenti accadono[12]

Non esistono solo grandi eventi che possono causare traumi, ma anche una serie di piccoli traumi o eventi stressanti che si susseguono, possono causare gli stessi sintomi di un evento catastrofico.

Infatti esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona nel corso della vita. Esistono i “piccoli traumi” o “t”, ovvero quelle esperienze soggettivamente disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intesa. Si possono includere in questa categoria eventi come un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia.

La violenza verbale, il più delle volte etichettata anche come abuso verbale, è una varietà comune di violenza, che comprende uno spettro relativamente ampio di comportamenti, tra cui accusare, minare, minacciare verbalmente, ordinare, banalizzare, dimenticare costantemente, mettere a tacere, incolpare, insultare, apertamente criticare.

La violenza verbale è compatibile con altre forme di violenza, inclusa la violenza fisica e psicologica. Ad esempio, nella maggior parte dei comportamenti di bullismo troviamo tutte e tre le varianti di violenza (e la violenza verbale sembra essere la forma più essenziale di violenza contro il bullismo)

Urla e botte tra mamma e papà: entrate nella stanza di Ale e sentite cosa prova un bambino; fu una esperienza lacerante che sento ancora nelle orecchie e nell’intimo. Entrare in quella stanza a palazzo Merulana a Roma nella mostra allestita da Save the Children fu molto istruttivo[13].

Assistere a scene di violenza fa parte a pieno titolo dei casi di abuso e maltrattamento dell’infanzia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato nel 2015 assieme al CDC di Atlanta il piano strategico basato su evidenze scientifiche per contrastare ogni forma di violenza e abuso all’infanzia essendo queste i fattori principali della formazione e del mantenimento di disturbi mentali ed emotivi della popolazione generale[14].

Evidenze scientifiche dimostrano che il cervello dei bambini esposti a situazione di violenza possono risultare danneggiati. Danni che possono riguardare il sistema endocrino, la circolazione, l’apparato muscolo scheletrico, l’apparato riproduttivo, quello respiratorio e anche il sistema immunitario; per cui questi bambini saranno più vulnerabili per il resto della vita.

Il consumo di sostanze e la violenza domestica sono problematiche tra loro strettamente connesse, in un circolo vizioso che si autoalimenta: l’abuso alcolico o di droghe può esitare in comportamenti violenti verso il partner e i figli; d’altra parte, frequentemente le donne ricorrono all’alcol e alle sostanze per sopportare la violenza domestica, ma l’uso di droghe, a sua volta, aumenta la loro vulnerabilità e le espone ad ulteriori violenze[15].

Perché mai questi fenomeni dovrebbero essere estranei alla violenza dei e nei giovani?

Una delle cose che mi affascina in questo periodo è la ripresa di vigore all’attenzione alle determinanti di salute.

Per decenni una visione scientista e deterministica delle malattie le aveva trascurate. Eppure già Ippocrate aveva detto che la malattia nasce nel terreno-campo. Ippocrate stabilisce la correlazione fra le caratteristiche ambientali, climatiche, culturali dei diversi luoghi da un lato e la natura i costumi e lo stato di salute degli abitanti[16].

Claude Bernard (1813-1878) è stato il primo a utilizzare il metodo scientifico in medicina. Introdusse l’analisi del campo in cui si formavano la malattia e la salute.

Pensava che la stabilità dell’ambiente interno è la condizione per una vita libera. Egli ha introdotto il concetto di omeostasi in biologia. L’omeostasi viene oggi considerata come una parte del fenomeno della allostasi perché come il fiume di Eraclito rimaniamo noi stessi solo se cambiamo continuamente.

Il passato è la nostra unica guida per il futuro.

Noi formuliamo previsioni a priori sulla base dell’esperienza precedente; il compito del cervello bayesiano è inferire attivamente cause, affetti, motivazioni e significati.

Il cervello non si limita a rappresentare il mondo, ma ne crea uno proprio.

Noi siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’energia che assorbiamo, i sistemi auto organizzanti, auto evolventi, autocoscienti e auto poietici.

Le moderne neuroscienze descrivono il cervello con un sistema bayesiano, vale a dire come un sistema che formula delle previsioni, delle inferenze rispetto al mondo[17].

Schrodinger, genio multitasking, nel volumetto Che cos’è la vita? del 1944, osservò che i sistemi viventi sono gli unici tra i sistemi naturali che paiono opporsi alla seconda legge della termodinamica, persistendo quali sistemi delimitati auto-organizzati nel tempo[18].

Secondo tale legge in tutti i processi fisici reversibili di un sistema isolato, l’entropia aumenta sempre facendo evolvere spontaneamente il sistema verso le configurazioni a entropia maggiore, cioè con un minore ordine.

Gli organismi viventi viceversa sarebbero caratterizzati da sintropia negentropia, come altrimenti suggerito da Schrodinger cioè da una tendenza all’ordine e alla differenziazione.

In altre parole la vita è un sistema che consuma entropia compensando i processi antropici catabolici all’interno della cellula con un flusso di entropia negativa proveniente dall’esterno. Nella realtà in cui si vive.

Non possono ormai sussistere dubbi che per comprendere un comportamento umano è necessario sapere dove e con chi quel comportamento si è espresso ed è impossibile ridurre la clinica a un puro organo biologico: si tratta sempre di un uomo all’interno di un ambiente, una biologia per dire dentro l’ambiente[19].

Da sempre si scruta il comportamento adolescente per cercare di immaginare il futuro e da sempre gli adulti ottengono un giudizio su quello che hanno realizzato e che può essere considerato istituzionale dal comportamento delle giovani generazioni. Che quindi vengono sempre viste con un misto di curiosità, di sospetto e di invidia.

Ma perché mai i giovani dovrebbero non correlare i loro comportamenti e i loro vissuti esistenziali alle condizioni nelle quali si sviluppano e con cui interagiscono?

Perché mai dovrebbero rappresentare un mondo così diverso e altro da non riflettere quelle che sono le circostanze globali in cui avviene la loro formazione?

È ovvio che tutti gli effetti che abbiamo immaginato attenere alla popolazione generale per quello che riguarda gli adolescenti hanno, solo, se si può utilizzare questo avverbio, la caratteristica di essere più accentuati e quindi saranno effetti più diffusi.

Possiamo collocare i detti effetti su due opposti estremi: la paura, l’evitamento, il ritiro, cioè gli adolescenti saranno più incistati, chiusi nel rifiuto della crescita; ma dall’altro estremo avremo una più manifesta e esplosiva reazione nei confronti del contesto; più esplosiva nella frequenza e nella intensità degli agiti.

Lo sviluppo dell’unità biopsichica dell’essere umano parte dal patrimonio trasmesso dalle generazioni precedenti, il genoma, che si attiva sulla base delle esperienze che derivano dalle relazioni che il soggetto via via intrattiene con la propria unità biologica, con il proprio sistema di relazioni, a partire da quelle familiari e con il suo sistema di memorie che progressivamente si sedimentano. In questo senso si può sostenere che la mente è sociale perché è il prodotto delle relazioni che l’individuo ha intrattenuto o che gli sono state offerte. Per questo ogni individuo è al contempo comunità[20].

Quindi ogni fenomeno va visto sotto il profilo della costruzione della persona e, di converso, sotto il profilo delle opportunità o delle carenze e dei traumi sociali, cioè le determinanti di salute.

Tutti nasciamo dipendenti ma progressivamente sperimentiamo il mondo sviluppando una ambivalenza fra l’essere legati e protetti dal nucleo da cui proveniamo e, dall’altro lato, l’essere attratti, stimolati e spaventati dal nuovo che ci circonda e ci richiama.

La dinamica fra queste ambivalenze, tra il crescere e l’opporsi alla crescita – e anche il regredire – accompagna intensamente lo sviluppo, ma plasma il modo di vivere degli esseri umani anche in età adulta o senile. L’antagonismo e l’ambivalenza fra crescere e opporvisi ha la sua eruzione in età infantile ma si appalesa come tensione lacerante in adolescenza.

Non è un caso che larga parte dei disturbi mentali emotivi e comportamentali diventino palesi ed emergano in quella fase dello sviluppo, diventando manifestazioni importanti di disagio a partire da precedenti vulnerabilità o addirittura vi si formino.

L’altra polarità della dipendenza, che ha in sé la “quiete” della sicurezza della riproduzione/perpetuazione del noto è la parte mancante, ancora mancante, il desiderato, l’ignoto, il nuovo[21].

Nuovo che ci mette alla prova.

Prove che possono dare il rinforzo dell’autostima coi successi e frustrazione coi fallimenti.

L’apertura al mondo che avviene in epoca adolescenziale è maggiore rispetto alle fasi precedenti e, probabilmente, a tutto il resto della vita. Anche se sotto il profilo quantitativo esistono persone e gruppi che più in là negli anni allargano ancor più il campo delle esperienze, dei “luoghi” del mettersi alla prova, in adolescenza l’impatto col grande circostante avviene per la prima volta. Per questo le prove sono più “dure”, importanti, attraenti, alternative, ma anche insopportabili e umilianti.

C’è bisogno di sperimentarsi se si vuole crescere e imparare. Imparare, come processo di esplorazione del mondo e di crescita personale.

La frustrazione definisce i confini, i limiti per l’individuo. Accettarli o negarli e rifiutarli fa la differenza sul senso di sé, differenza per la coscienza.

Imparare prevede il mettersi alla prova e lo sbagliare, laddove l’errore è il “luogo” cruciale per l’apprendimento. Sempre che si abbia la motivazione alla ricerca, l’apertura alla curiosità e la meraviglia negli occhi.

Radicalmente diverso è l’effetto dello sbagliare su chi non accetta i propri limiti e ha un narcisismo espanso.

Anche su questa posizione verso l’apprendimento e il mondo, di cui è campo di applicazione, influiscono le esperienze e i soggetti con cui si è interagito. Se essi avranno trasmesso l’amore per la conoscenza e lo sguardo ammirato per il palcoscenico divino che ci circonda, la persona si arricchirà nei vari processi di apprendimento.

Se di contro alla persona è stato fatto credere di essere tanto, tanto più di quanto sia e di quanto è nelle facoltà umane, se cioè l’educazione ricevuta gli ha formato un senso di sé inflazionato, l’errore apre il baratro dell’indicibile, dell’insopportabile, dell’ingiusto. Da lì recriminazioni e vendette riparatorie di quel fragile io.

Vi è perciò un filo rosso che accompagna la crescita e che fa condividere esperienze di significato omologo in tutte le età, ma nella fase adolescenziale sono, si può dire sintetizzando, più intense, più grandi, più profonde, per il segno, l’esperienza e la memoria, che lasciano.

Possiamo perciò immaginare una linea gaussiana su cui si depositano gli esiti delle sfide e dei relativi problemi e disagi, se non sofferenze e disturbi mentali emotivi e comportamentali che inizia ad innalzarsi in pre-adolescenza (11-12 anni), proseguire la crescita in esordio dell’adolescenza (13-14 anni) esplodere nell’arco di anni fra i 15 e i 18 mantenersi elevata seppur lievemente calando fino ai 21-22.

Quindi una visione di sottoinsieme dovrebbe produrre una analisi, un pensiero e una proposta per i gruppi suddetti.

Detto in altro modo ci sono cose comuni a tutte queste fasce di età ma andrebbe trovato un adattamento, dei linguaggi, dei modi, dei temi differenti per i vari sottogruppi. Quattro sotto-gruppi per essere ben tailorati o almeno tre se per ragioni operazionali la articolazione apparisse troppo onerosa. In questo secondo caso, cioè nella sub-articolazione in tre gruppi occorre comunque riferirsi agli 11-13enni o ai 14-18enni o ai 18-22enni.

Il percorso alla ricerca di un senso di sé e di una identità avviene con i sottostanti processi di connessione e di pruning neurobiologico.

In altre parole la domanda intrinseca al percorso di crescita è all’insegna del bisogno di identità.

Ma a cosa…?

La risposta alla propria persona in quanto unica e preziosa è, oltre che banale, fuori luogo perché ci siamo detti che la mente è una costruzione che avviene nella socialità, nelle relazioni.

Ecco che rischia di diventare una domanda impossibile o destinata a rimanere tale per la congerie di fenomeni contestuali che si sono addensati in questi ultimi decenni.

Se non ci fossero le mutazioni che sto per richiamare si dovrebbe concludere che i compiti della crescita specifici dell’adolescenza sono i medesimi da sempre e che il modo, a volte impetuoso, con cui i giovani li affrontano replicano, nel lagno dei benpensanti adulti, stili secolari.

L’epoca adolescenziale è da tempo delicata, foriera di disordini comportamentali, di drammi interiori e suscita preoccupazioni da sempre in chi ha nostalgia del tempo che scivola via.

Quindi si potrebbe dire che la fase dell’adolescenza è delicata, foriera di problemi personali, familiari, sociali come però è sempre stata.

La questione che complica la comprensione e, in successione, l’azione per aiutare a superare positivamente le sfide poste dall’adolescenza è che ai bisogni e alle caratteristiche suddette si sono aggiunti i seguenti fattori.

Le trasformazioni sociali e politiche: caduta del muro, globalizzazione finanziaria, connessione continua alla rete, dicotomia fra una dimensione senza confini e una risorgenza dei nazionalismi assieme alla contaminazione delle culture, dei linguaggi e delle credenze ha favorito l’esplosione della complessità. Non che il mondo e la vita non fossero complessi, che anzi lo sono ab origine. È che, caduti i muri dell’ideologia, delle tradizioni e i valori, assieme alle difficoltà della religione di incontrare la modernità, la complessità è diventata il panorama della molteplicità, con le sue appariscenze e le sue “false” equivalenze.

Anziché crescere in un contenitore con le sue regole e i suoi rappresentanti, l’adolescenza oggi è immersa in una foresta dei richiami, delle offerte identitarie smisurate e, falsamente, equivalenti.

Un panorama della molteplicità potenziale. Un grande barnum della possibilità.

Lì si gioca una prima partita, puoi essere tutto, puoi avere tutto o niente. Il consumismo delle identità con l’offerta di una (falsa) libertà di potere essere tutto e il contrario di tutto a piacimento. In uno scorrere fluido fra i panorami della diversità.

È possibile intuire che, scomparsi i muri, ci sia chi trae profitto dall’offerta babelica di identità e anzi ne magnifichi le capacità espressive. Mai si è potuti essere più liberi.

Se però si tiene conto che è intrinseco nell’adolescenza il confrontarsi col potere di chi li ha preceduti, per metterli alla prova, per verificarne la credibilità e nello stesso tempo per esercitarsi a prenderne il posto, per contestarli, provocarli e riformarli, in un panorama in cui le possibilità sono pressoché infinite e i limiti, anche quelli interiori di rispetto, di buona educazione, di colpa sono stati aboliti, il trovarsi nella esplosione delle diversità può disorientare, inceppare la contestazione, inibire la capacità di pensare un modo altro di esprimersi. In una parola può impedire di crescere.

Ecco allora l’adolescente disinteressato, spossato, apatico e disinteressato ai problemi del mondo che lo circonda.

A complicare la sfida del crescere oggi c’è che una mente sana ha bisogno di basi sicure. Se quelle esterne alla famiglia danno vita al bosco delle confuse equivalenze non meglio è lo stato della famiglia.

Genitori oltrepassati dallo sviluppo scientifico non più in grado di trasmettere le conoscenze desunte da una esperienza che non interessa più e impegnati spesso faticosamente ad apprendere i linguaggi, la rete, le app che per i figli sono pane quotidiano, paradossalmente si trovano sorpassati dai figli.

Spesso addirittura li inseguono, non solo perché imparano da loro l’uso delle piattaforme, ma perché essi stessi, rinvigoriti dal prolungamento della vita e stimolati dal frastuono della comunicazione continua e sedotti dal mercato delle opportunità, rincorrono la giovinezza divenendo competitor dei figli. Si ha l’impressione che siano entrati in un enorme e continuo parco-giochi dove la felicità è dietro l’angolo, tanto più che equivale alla “scioglievolezza” di un quadretto di cioccolata.

Par di vivere alla fiera delle emozioni; inseguendo un sempre nuovo balocco si finisce con l’essere anestetizzati.

C’è perciò un enorme problema di svuotamento delle responsabilità, accompagnata dall’insorgenza di processi di ritiro nel “particulare” derivati dalla impossibilità di essere attori del cambiamento.

La perdita di valore dell’esperienza, segnala la crisi dei “padri”, dei fondatori, addirittura la vergogna per i predecessori,

La deriva della cultura Woke arriva a paralizzare il linguaggio e lo sguardo nel presente depurato da ogni aggettivazione per non offendere chicchessia e sottoponendo passato e tradizioni a una radicale revisione.

Non bastasse, la fluidità dei legami familiari rende scivoloso lo sviluppo di attaccamenti sicuri.

Con le famiglie attuali la precarietà, la rottura dei legami, le perdite, le separazioni, i traumi sono all’evenienza.

Di converso si può percorrere tutta l’esplosione delle diversità suddette (il panorama della molteplicità) riconoscendole come opportunità. Opportunità di sperimentazione, di espressione. Ciò è vero se però la persona è consapevole, calma, tranquilla e sicura di sé. Cioè se sta bene e si sente bene.

Qui si innesta il tema delle diseguaglianze, non solo economiche o di opportunità che già formano una scala di differenze vertiginose, ma di maturità e di salute mentale personale e relazionale.

Stato della mente sempre difficile da realizzare e ancor più all’interno di un contenitore sociale politico culturale economico familiare senza confini, senza limiti. Crescere prevede il misurarsi coi limiti. Crescere in un mondo che potenzialmente è senza limiti è ancor più difficile.

Un grande contributo a questo tipo di sviluppo viene dalla scienza, oggi più che mai veicolo del cambiamento.

Ad essa si devono il cambiamento dei modelli di lettura del mondo; dell’universo così come della realtà sub-atomica; dei processi naturali, biologici e neurobiologici; della tecnologia delle macchine; della comunicazione e, galoppando, dell’intelligenza artificiale.

Come un faro, la scienza si erge ad indicare cosa fare e come farlo. Ovunque, sempre.

L’analisi del cosa sia e del come si faccia scienza meriterebbe un capitolo a sé. Qui interessa solo l’aspetto legato alla fruizione che ne fanno gli adolescenti.

Il mondo è trasmesso in rete: lettura e ancor più i giornali hanno perso attrattiva; d’altronde il fiume di notizie è continuo e la rete lo attualizza. Nel contempo lo trascina via e lascia tracce di memoria friabili. Sai tutto e non ricordi niente. C’è una superficialità conoscitiva che si accompagna a una vastità informativa.

Macchine e AI rendono semplice il conoscere e confondono il sapere con l’avere informazioni. I giovani e la gente in generale, hanno un mare di informazioni mentre la conoscenza, intesa come sapere acquisito, si superficializza.

Nel barnum della comunicazione anche la scienza a volte è strillata. Lasciamo stare i problemi etici, le speculazioni di chi propala tali atteggiamenti, i bias di ricerca che sottendono il sensazionalismo e le altre cose che inquinano l’integrità della scienza. Qui interessa la confusione informativa che ciò può creare con gli esiti di confusione, appunto, e di diffusione di false notizie, di fake news e di vere e proprie deformazioni della conoscenza.

Se per tutti è problematico muoversi nella congerie di fake, l’impresa diventa più ardua per chi ha meno background culturali non foss’altro perché, giovane adolescente, non ha avuto il tempo per una formazione più lunga.

Queste epocali trasformazioni non sono accolte dal largo pubblico solo come la palestra del nuovo linguaggio plasmato dalla rete. La trasformazione antropologica in atto suscita adepti. Molti adepti, conformati.

Molti, tuttavia, resistono, spaventati e incattiviti, radicalizzano le loro identità e rendono non scambiabili certi tratti identitari. Poco importa a costoro che quei tratti il più delle volte siano mal impostati o vere e proprie assurdità. A chi è spaventato dal nuovo che avanza danno ristoro. I suprematisti, i populisti, i nazionalisti sono spesso incolti resistenti al nuovo che avanzando spaventa.

L’unicità delle connessioni e delle informazioni avviene in un teatro di accresciute polarizzazioni. Barriere a difendere identità ormai precarie. Spaventati dal mondo, invitati a chiudersi nei populismi, negli individualismi e nei gruppi di riferimento.

Interessante il fenomeno dei follower. Alcuni partecipano a un mondo artificiale. Ci sono esempi di grande successo con centinaia di migliaia di follower o addirittura milioni che danno la possibilità di sentirsi parte di un mondo a sé, una bolla societaria che offre opportunità identificatorie: “io” sostitutivi acquisiti per partecipazione al “circolo” attorno all’influencer.

Correlato alla connessione informativa continua vi è un altro aspetto. Tutto è accelerato; va fatto subito, altrimenti evapora e subito è sostituito da un altro impulso.

Orbene l’essere umano funziona interagendo con gli stimoli che riceve/percepisce. È il processo di formazione e di funzionamento della sua mente che agisce a quel modo.

In questa congerie gli stimoli sono moltiplicati. Tutto è svelto. Tutto è subito. L’esaltazione del presente che annulla il passato e la tradizione, che non ha il tempo per programmare o ritardare l’esito. L’ accelerazione bio-psico-sociale è progressiva. La vertigine del correre; non si sa bene dove. Correre per correre.

Correre per esserci. La comunicazione continua esibisce i corpi, i volti e le parole. La mente umana non può non emettere un giudizio per ogni stimolo che percepisce; non farlo sviluppa insicurezza, ansia. Farlo in continuazione sviluppa insicurezza.

Inoltre esibendosi, si è perennemente giudicati, così si crede. Il giudizio che percepiamo dagli altri o che crediamo che gli altri diano è il senso dell’esistere sul palcoscenico della vita.

L’esternalizzazione riduce la profondità, l’intimità, il senso di sé. Cittadini del mondo esposti sul palcoscenico del mondo. Condizione di precarietà permanente in cui anche il miglior risultato non dà solidità per le prove successive.

Il desiderio di inseguire, di sperimentare. Il timore di sentirsi indietro, il bisogno di esserci, la paura di esserci.

Funzionare in questo modo toglie il tempo per la riflessione, per la metabolizzazione e di contro spinge all’azione, alla reazione. Reazione agli stimoli come a un pungiball. Mancanza di riflessione è l’agire quasi senza pensare. La carenza di mentalizzazione espone all’acting-out. Una modalità che diventa patologica quando la reazione invade sé o gli altri in modo fisico o verbale, comunque comportamentale.

A completare il quadro dei fattori con cui si interagisce vanno considerate le minacce all’ambiente naturale e il cambiamento climatico. Esso stesso foriero di paure e di insicurezze. Lo stesso futuro può svanire, a tanto propendono le visioni apocalittiche.

Le grandi disparità economiche che lasciano alla finestra della grande fiera della “finta” felicità tante persone e tante famiglie.

Le guerre con il loro carico di paure, di rabbie, di odi e di violenze.

Non sottostimare la forza delle idee forti. Basti guardare cosa sta succedendo in tanti paesi dove i populismi trovano crescente consenso. Pensare che l’identità sia data una volta per tutte, può diventare ragione di odio e di discriminazione.

Insomma il tasso di imprevedibilità che intrinsecamente avvolge l’essere umano trova un terreno per diventare pane quotidiano.

Avere ben chiaro il quadro che circonda il compito del crescere è necessario perché la salute, e di converso il disagio e la vera e propria malattia mentale si sviluppano nei contesti interagendo coi contesti: sono costruzioni sociali. Con questi fattori occorre misurarsi.

C’è chi li accoglie, chi li combatte, chi soccombe e chi impara a trarne soddisfazioni.

Si può ripercorrere l’esposizione dei fattori detta più sopra per rilevare i possibili stimoli della precarietà e del dolore umano.

In secondo luogo si consideri che questi stessi fattori interagiscono anche con gli adolescenti. Semplicemente costoro vi si interrelano con le caratteristiche tipiche della loro fase di sviluppo.

In terzo luogo si consideri che tutto, tutte le reazioni, tutte le forme di adattamento, attive o passive che siano, diventano patologiche se vi è troppa eccitazione o se ve ne è troppo poca e le si rifiuta e ci si chiude.

Per le loro caratteristiche dovute alla fase di sviluppo gli adolescenti hanno solamente – se si può dire solamente – reazioni più intense dell’adulto. In altre parole soffrono per gli stessi fattori, solo in modo più intenso.

Non costruiamo però visioni apocalittiche.

Tra gli adolescenti c’è un sacco di leggerezza, di poesia, di disponibilità, di delicatezza in questo peregrinare dei sentimenti.

Così come ambivalentemente c’è un sacco di fuoriuscita dai legami dell’instabilità, dell’insicurezza, della mancanza, del rispetto delle tradizioni e lo svuotamento della storia, della ricostruzione immaginaria delle storie, della perdita dei valori e delle radici profonde.

Come tanti palloncini che si muovono volteggiando nel cielo alla ricerca di una qualche folata di vento che dia il senso della direzione, formano delle micro appartenenze che danno dell’identità e che rischiano di diventare radicali, sostitutive.

In questo vuoto di senso avviene questa ricerca permanente.

Il problema più diffuso è rappresentato dall’ansia. Ansia per la fretta, per il giudizio, per la prova, per l’esporsi, per il non esporsi. Ansia per l’esserci. Può diventare difficile vivere, faticoso. Per alcuni troppo faticoso, insostenibile.

Correlato ad essa è lo stress. Lo stress negativo per l’incertezza, per la fragilità dei legami, stress per il clima, lo stress per il futuro, lo stress per le guerre, lo stress per la violenza, agita o subita, per il bullismo. Lo stress per le notizie strillate. Con l’ansia suscitata dalle fake news.

L’elenco delle forme del dolore comprende tutta la nosografia della psicopatologia. A seconda delle risposte a ognuno dei fattori favorenti ogni circostanza individuale, può diventare fattore precipitante di sofferenza e di malattia.

Ne faccio un elenco (per ognuno di essi è possibile una espansione dell’approfondimento).

Molto comuni sono la paura/e e le fobie tra rifiuti e inclusione; il bullismo. Le idee persecutorie provenienti da un mondo che anziché accogliere, respinge, condanna. Il ritiro, la depressione, l’autolesionismo e crescente è il tentativo di suicidio e il suicidio.

I problemi legati all’immagine corporea. Lo scoprire il corpo come nemico che tradisce le proprie fragilità, anziché abitare il corpo come espressione storica del proprio essere, diventa un tormento il sentirsi stranieri in quel corpo: un corpo nemico. Da mascherare, negare, correggere, cambiare, punire, rifiutare.

Il cibo diventa spesso un terreno di modulazione dello stato dell’umore o un ambito di espressione della volontà del singolo o di condanna e rifiuto della persona o una contestazione mascherata e fallimentare delle vessazioni o degli abusi che si ritiene di avere ricevuto (i vari quadri dei Disturbi della Alimentazione raffigurano una o l’altra traiettoria).

L’uso di droghe lecite o illecite, soli o in gruppo. A volte sono forme di iniziazione per quanto autolesionistiche o di conformismo sociale per essere accettati dai pari.

L’abuso di alcol (e il fumo oggi spesso con sigaretta elettronica) come stile di normalizzazione.

Il vivere nella realtà artificiale, vivere in due mondi contemporaneamente dove il fisico e il virtuale si mescolano; la loro distinzione non è sempre agevole e provoca distonie e disarmonie comportamentali.

La dipendenza dal virtuale, l’iper-connessione, la perdita di valore delle esperienze.

L’alterazione dei ritmi veglia sonno coi danni alla socialità e alla scolarizzazione (molti altri aspetti citati si correlano alla performance scolastica o lavorativa).

Le condotte dell’estremo.

Le nostre società sono produttrici di incredibili occasioni e al contempo favoriscono quindi una grande quantità di sofferenze, specie tra i giovani. Grandi espansioni convivono con drammi umani e collettivi. C’è e ci sarebbe quindi tanto da fare.

Contrastare i fattori negativi che ho elencato è l’obiettivo generale. Ricordando che se il disagio e le patologie nascono nelle relazioni, essenzialmente con e nelle relazioni possono guarire. Quindi occorre offrire spazi qualitativamente accoglienti sotto il profilo delle relazioni. Bisogna creare dei “luoghi” fisici e virtuali in cui si coltiva il pensiero. Insegnare a pensare.

Insegnare ad approfittare delle straordinarie occasioni che offre l’esperienza per realizzare persone più sicure e contente.

Identificare i vari sottogruppi in cui sviluppare iniziative mirate a uno dei fattori e alle sue conseguenze. Quest’ultima è una azione più pertinente per i servizi che però debbono esserci, va rafforzato il sistema di cura, e devono essere efficaci: c’è un grande problema di formazione.

Ma i fenomeni e le sofferenze vanno intercettare precocemente laddove si formano. Ecco che serve un lavoro nei territori attivando reti sociali e sanitarie, collaborative, capaci di integrarsi coi volontari e i caregiver e in grado di contattare le famiglie.

Bisognerebbe ingaggiare gli artefici delle agenzie e dei teatri in cui si realizza lo sviluppo, la scuola, i centri sociali, le palestre, le parrocchie.

Bisognerebbe ingaggiare i caregiver rendendoli protagonisti della rete di prevenzione – intercettazione precoce – accompagnamento.

Per ognuno di questi passi possiamo redigere un piano attuativo. Ma per ognuno di essi vi è il problema della credibilità dei referenti.

Va affrontato il problema di essere genitori, il problema di essere adulti, il problema di essere testimoni. Il problema di essere credibili. Credibili per gli adolescenti (per i sottogruppi di essi con cui si lavora).

C’è quindi un enorme problema della formazione dei formatori.

Senza la cultura sull’adolescenza, sui suoi processi evolutivi, sulla raccolta e analisi delle espressioni e della domanda; senza metodo e senza stile e linguaggio adeguati le buone intenzioni restano sterili e le soluzioni saranno trovate nella inevitabile dinamica fra i fattori che ho citato.

La condizione attuale tende a fare degli adolescenti soggetti sradicati nel mondo. Occorre dare loro benessere personale e relazionale: vanno aiutati a trovare solide basi.

7. Una nuova cultura

Vi è un campo di studi interdisciplinare che combina la neuroscienza cognitiva con l’educazione e si concentra sulla comprensione dei processi neurali e cognitivi coinvolti nell’apprendimento e nello sviluppo del cervello, al fine di informare e migliorare le pratiche educative.

Una grande pedagogia sociale, questo sarebbe il caso di fare.

Una disciplina che si basa sul concetto che per progettare interventi educativi efficaci, è necessario comprendere come il cervello apprende e si sviluppa.

Intanto cosa significa? Significa adattarsi il più in fretta possibile a condizioni imprevedibili. L’apprendimento permette al nostro cervello di cogliere un pezzo di realtà che in precedenza gli era sfuggito.

Il cervello cerca regolarità su scale sempre più grandi, sia nel tempo che nello spazio. Opera in modo bayesiano[22].

Imparare significa scoprire una gerarchia di indici appropriati al problema.

La regola di Hebb: i neuroni si coattivano, cioè si connettono. Il cervello non registra indiscriminatamente tutti gli eventi della nostra vita; solo gli episodi che ritiene più importanti sono impressi nelle nostre sinapsi.

Quando accadono episodi che sono giudicati, percepiti, sufficientemente sorprendenti dai sistemi emotivi, ne deriva il loro immagazzinamento nella memoria. Come vengono registrati i neuroni che a quel punto formano un gruppo fortemente attivato, si modificano e esprimono nuovi geni; modificando la forza delle loro connessioni e a volte formandone di nuove.

Questi cambiamenti costituiscono la base fisica dell’apprendimento; costituiscono il substrato della memoria.

Tutti i bambini vengono al mondo muniti di una ricca conoscenza, un insieme di ipotesi universali. I loro circuiti cerebrali sono ben organizzati, cosa che assicura di avere forti intuizioni in ogni sorta di dominio. Oggetti, persone, tempo, spazio, numeri, sinapsi e connessioni si modificano costantemente ogni volta che apprendiamo nuove conoscenze.

I pilastri dell’apprendimento sono l’attenzione, il coinvolgimento attivo, il ritorno dell’errore e il consolidamento[23].Ci sono milioni di elementi esterni che si presentano nei miei sensi; essi non entreranno mai davvero nella mia esperienza perché non sono interessanti per me. Quello che percepisco è ciò a cui accetto di prestare attenzione. L’esplorazione attiva del mondo è essenziale per il corretto sviluppo della visione. Un organismo passivo impara molto poco. La curiosità non è effetto; è la molla.

La memoria è un sistema rivolto al futuro non al passato. Il suo ruolo non è quello di guardare indietro ma al contrario inviare informazioni al futuro perché riteniamo che ci saranno utili.

La curiosità è presente fin dalla più tenera età ed è parte integrante della nostra biologia di uomo neurale. La curiosità è una forza che incoraggia l’esplorare. La formazione, la scuola innanzitutto, deve favorire la curiosità. Non spegnerla. Una scuola così spegne la voglia di crescere.

L’avidità di conoscenza determina la profondità della memoria.

La scuola dovrebbe premiare la curiosità, non punirla. Dovrebbe spingere a fare esperienze, a fare errori e a imparare dagli errori. Sbagliare è parte integrante dell’apprendimento perché il nostro cervello può regolare i propri modelli solo quando scopre un divario fra ciò che si aspettava e la realtà. Agire nella pratica è imparare dall’esperienza. In un coinvolgimento attivo. Imparare significa ridurre l’imprevedibile. La miglior terapia contro l’ansia del crescere.

La maggiore e più grave difficoltà della scienza umana pare che si incontri proprio là dove si tratta dell’educazione e dell’istruzione dei fanciulli[24].

La scuola dovrebbe dedicare molto più tempo alla formazione dei genitori; è probabilmente l’intervento più efficace perché possono essere i preziosi sostituti e i prolungamenti dell’insegnante e possono essere dei soggetti che osservano le difficoltà dei loro figli.

Vanno ingaggiati nel percorso di formazione come si dovrebbe fare anche nel percorso clinico allorché il genitore è uno strumento a domicilio che aiuta le cure e che informa sulla sintomatologia.

Purtroppo spesso c’è un muro di diffidenza, e di aggressività, che separa la famiglia dalla scuola: è una grande jattura che favorisce l’innesco dell’aggressività e fa perdere una occasione di crescita.

8. Connessi

È esperienza comune vedere persone fianco a fianco ripiegate a scrutare lo smartphone. Specie dopo la pandemia. E quante ore passano a giocare soli o in gruppi di ignoti online?[25]

Da una ricerca di Amnesty International (2025) il 25% dei contenuti sui social sono offensivi. Violenza che si sparge.

Una predisposizione alla scelta rapida rispetto a una scelta maturata attraverso la riflessione, porta ad avere una intelligenza più di tipo intuitivo che logico. 

Sul web si cerca di leggere il meno possibile come strategia di sopravvivenza necessaria in una rete troppo affollata di informazioni. 

L’oblio, non il ricordo sorregge l’impalcatura della mente che è diventata ancor di più multitasking come giustapposizione di paragrafi di testo video. 

Si forma così un’intelligenza adattiva che non richiede né strategia né memoria. Un pericoloso impoverimento delle capacità di critica e di mentalizzazione[26].

Viviamo un presente così presente che il futuro è pressoché sparito
nelle storie individuali. Salvo ripresentarsi prepotentemente nei riti delle tradizioni, più o meno farlocche. Le istituzioni o sono troppo assenti o sono troppo rigide. Difendono la loro impotenza con l’irrigidimento in procedure burocratiche. Scompongono il soggetto come si faceva negli ospedali psichiatrici. Individui lasciati soli. Individualismo globalizzato. Velocità e polarizzazioni incentivano il passaggio all’atto. Con la scarsa mentalizzazione ne risulta favorita la violenza che spesso avviene come esibizioni di un narcisismo intollerante.

Non è quindi strana la violenza tra i giovani. In molti contesti è un humus di base[27].

La pioggia di droghe che riempie i mercati ha del paradossale. La dipendenza da sostanze o da comportamenti è molto diffusa. Per spiegarla si osserva che la gratificazione ottenuta nell’esperienza vissuta e il cosiddetto marcatore somatico, è stata significativa. Più la prospettiva di viverne una simile sarà promettente e più la spinta ad attivare la mappa corrispondente sarà forte. Così spiega una lettura neurobiologica delle dipendenze.

Ma perché negli esseri umani ci sono desideri di autodistruggersi di farsi del male o addirittura di suicidarsi se si cerca solo il godimento?

Invito il lettore a riprendere i passaggi in cui cito Malabou e Zizek. In ogni caso le droghe non spingono una persona ad assumere comportamenti contrari alla sua volontà. A farlo diventare violento o comunque discontrollato. Le droghe lo portano solamente a sentirsi capace di azioni che normalmente non oserebbe compiere: in altre parole lo disinibiscono.

A formare la personalità umana e a guidare le esperienze sono i risultati ottenuti che spingono a privilegiare certi comportamenti e ad abbandonarne altri[28].

C’è purtroppo “bisogno di violenza” per sentirsi qualcuno.

9. Mentalizzare

Ebbene mai generalizzare[29]. Il nostro inconscio, quello di tutti, giovani compresi, quello che vorrebbe essere asfaltato dalla infodemia, quello che vorrebbe essere annullato dal comportamentismo “behavioristico” contiene il rimosso. Lo scisso. L’indicibile. Il vergognoso. Il pauroso. L’elemento considerato improprio[30].

Ma là dove regna il buio occorre portare la luce per fare della persona un soggetto liberato. Nell’intelligenza, nella mente, dal tormento. Un pensiero libero senza più fardelli. È possibile questa struttura illuministica o è utopia?

Occorre prendere consapevolezza e assumersi la responsabilità per i “luoghi” in cui si depositano gli indicibili, gli inconfessabili, gli elementi più difficili da gestire ma che pure si trasferiscono ed erompono in azioni che diventano bellicose se non sono mentalizzate.

Rendersi conto della impotenza mascherata con il delirio di potenza, con l’invidia e la gelosia, col tradimento, con il desiderio di rivalsa.

C’è bisogno di una grande riforma dei processi di formazione e dei linguaggi, in modo da dar voce a quella parte di umanità che è intrinseca ad ognuno e che va conosciuta per poter essere armonizzata con lo sviluppo delle risorse soggettive e con l’interesse delle comunità.

Occorre favorire la mentalizzazione, ovvero la capacità di comprendere i comportamenti nostri e degli altri in termini di stati mentali intenzionali. Vero antidoto alla formazione dei così frequenti disturbi di personalità[31].

La mentalizzazione offre l’opportunità di prendere le distanze da sé stessi e osservare i propri processi di inferenza attiva così come ai livelli inferiori l’errore di previsione è minimizzato grazie al miglioramento del contatto col sensoriale.

Una cultura fatta di pazienza, di ascolto, di empatia, calma e sicura. Questo è l’aiuto da dare agli adolescenti per sentirsi bene con sé stessi. Senza violenza verso sé o verso gli altri.

Riusciremo?


Bibliografia

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  • Zizek S., Descartes e il soggetto post-traumatico, in Malabou C., Zizek S. Il trauma, ripetizione o distruzione?, Galaad ed., Giulianova (TE), 2022.

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~~~~~~~

note

[1] Agamben G., La lingua che resta, Einaudi, Torino, 2024.

[2] Orwell G., 1984, Mondadori, Milano, 2023.

[3] Irti M., L’epoca del modernismo reazionario, ne il Domenicale, 16 febbraio 2025.

[4] Ripa di Meana G., Tempi di guerra; un altro ascolto, Astrolabio, Roma, 2024.

[5] De Finetti B., L’invenzione della verità, 1934, Raffaello Cortina, Milano, 2006.

[6] Borges J.L., Il mestiere della poesia, Luiss University Press, Roma, 2024.

[7] Rubin E.J., Order out of Chaos, in The NEJM, 392, 12, 2025, pp. 1229-1230.

[8] LeDoux J., Il Sé sinaptico. Come il nostro cervello ci fa diventare quello che siamo, Raffaello Cortina editore, Milano, 2002.

[9] Benedetti F., La speranza è un farmaco, Mondadori, Milano, 2018.

[10] Malaboù C., Les nouveaux blessés, Bayard, Paris 2007.

[11] Mulligan C.J., Quinn E.B., Hamadmad D. et al., Epigenetic signatures of intergenerational exposure to violence in three generations of Syrian refugees, in Sci Rep 15, 5945, 2025, pp. 1-13.

[12] Piazza M., Pavani F., Le neuroscienze cognitive come il cervello generalmente, Carocci editore, Roma, 2022.

[13] Nizzoli U., Cosa succede ai bambini che vedono la violenza in casa loro?, in Umbertonizzoli.it.

[14] Id., INSPIRE, Strategie per porre fine alla violenza ai minori, in Umbertonizzoli.it.

[15] Ibidem.

[16] Ippocrate, Le arie le acque e i luoghi, in Id., L’arte della medicina, a cura di Carena C., Einaudi, Torino, 2020.

[17] Badcock P.B., Friston K.J., Ramstead M.J.D., The hierachically mechanistic mind: a free-energy formation of the human psyche, in Physics of Life Review 31, 2019, pp. 104-121.

[18] Schrodinger E., Che cosa è la vita? La cellula vivente dal punto di vista fisico, Sansoni, Firenze, 1947, poi Adelphi, Milano, 1995.

[19] Andreoli A., Follia e santità, Rizzoli, Milano, 2010.

[20] Winnicott D.W, Il contributo dell’osservazione diretta del bambino alla psicoanalisi, in Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 1970.

[21] Prigogine I., La fine delle certezze. Il tempo, il caos e le leggi della natura, Bollati Boringhieri, Torino, 2014.

[22] Holmes J., Il cervello ha una propria mente, Raffaello Cortina, Milano, 2022.

[23] Dehane S., Imparare; il talento del cervello; la sfida delle macchine, Raffaello Cortina, Milano, 2019.

[24] De Montaigne M., Saggi, 1580.

[25] Scognamiglio R.M., Russo S.M., Adolescenti digitalmente modificati, ADM Mimesis ed., Milano-Udine, 2018.

[26] Shychuk M., Social Media Use in Children and Adolescents, in JAMA Pediatrics, 176, 7, 2022, p. 730.

[27] Nizzoli U., Violenza di Studenti, in Umbertonizzoli.it.

[28] Margaron H., La droga in testa; una nuova narrazione, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2021.

[29] Ripa di Meana G., Tempi di guerra, cit.

[30] Zizek S., Descartes e il soggetto post-traumatico, in Malabou C., Zizek S. Il trauma, ripetizione o distruzione?, Galaad ed., Giulianova (TE), 2022.

[31] Ferrero A., Gagliardini G., Simonelli B. F., Fassina S., Lerda S., Gullo S., Colli A., Changes in mentalization in patients with personality disorders during sequential brief—Adlerian psychodynamic psychotherapy: The role of therapists’ technique and countertransference, inPersonality Disorders: Theory, Research, and Treatment, 15, 4, 2024, pp. 226-240.

Adolescenze – Rivista Transdisciplinare
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