La storia della Fondazione

Fin dal momento della sua costituzione, in memoria dello psichiatra Piero Varenna, e ad opera principalmente della vedova e dell’industriale Stefano Pernigotti, la Fondazione identifica come propria mission fondamentale l’obiettivo voluto dai costituenti, che conferivano il capitale originario su cui ancor oggi la “Varenna” si fonda; obiettivo rappresentato dalla prevenzione del suicidio, ed estensivamente dallo studio, dalla prevenzione e dalla cura delle malattie che possono esserne causa. Di conseguenza, quindi, la Fondazione svilupperà il proprio impegno nei decenni successivi verso i disturbi dell’umore e d’ansia.
Negli anni ’60 era vigente in Italia la legge manicomiale approvata nel 1904, che di fatto equiparava il ricovero in ospedale psichiatrico alla detenzione in carcere. Tra i diversi esiti negativi di tale assunto, vi era l’impossibilità, per chi si fosse ammalato, di richiedere volontariamente un aiuto, tanto ambulatoriale (ma non esistevano ambulatori), quanto ospedaliero (ma sarebbe stato come chiedere di entrare volontariamente in carcere: un irrisolvibile paradosso).
L’unica istituzione pubblica aperta ed accessibile era, proprio a Milano, il reparto aperto nel 1939 presso l’Ospedale Niguarda (Guardia I, o, colloquialmente, “Neurodeliri”); struttura per altro occupata da tutti le possibili forme di discontrollo comportamentale acuto, incluso l’alcoolismo, e di fatto porta d’ingresso del manicomio.
In questo contesto normativo ed istituzionale, la Fondazione come prima propria, specifica attività scelse di aprire un ambulatorio, pubblico e gratuito, a disposizione delle persone sofferenti di depressione e/o a rischio di suicidio che avessero chiesto di essere curate. Sede dell’ambulatorio, fino alla sua chiusura dopo circa 15 anni, furono i caselli daziari di Porta Venezia, presso i quali era all’epoca aperto anche un presidio di Guardia medica generale: primo esempio, tra l’altro, di destigmatizzazione della psichiatria; presso la struttura si alternarono diversi professionisti, psichiatri, infermieri ed assistenti sociali, in parte remunerati con le proprie risorse dalla Fondazione, in parte operanti a titolo volontario.
Con il mutare del clima sociale e degli assetti normativi, l’attività dell’ambulatorio, dopo alcuni anni molto intensi, andò gradatamente scemando, finché l’approvazione della L. 180/78, dando l’avvio all’inserimento della psichiatria nel servizio sanitario nazionale, con la conseguente apertura di servizi pubblici e gratuiti, ospedalieri ed ambulatoriali, non ne rese superflua l’esistenza.
Gli anni ’80 e ’90 vedono la Fondazione impegnata prevalentemente in attività di ricerca, approfondimento e supporto scientifico agli operatori della psichiatria riformata, sempre sui temi cruciali della prevenzione del suicidio e del trattamento della malattia depressiva; temi cui si aggiunge, per la specificità di quegli anni, quello della integrazione della psichiatria, prima dipendente dalle Provincie, nel Servizio sanitario nazionale.
Due altissime personalità scientifiche dirigono quell’attività: Dario De Martis, Professore ordinario di psichiatria all’Università di Pavia e Presidente della Società psicoanalitica italiana, e Alberto Giannelli, già Direttore del Manicomio di Bergamo, e Primario psichiatra dell’Ospedale Niguarda di Milano, con il supporto di Claudio Mencacci e Massimo Rabboni per gli studi sulla depressione e sul rapporto tra psichiatria e ospedale generale, e di Jacopo Incisa della Rocchetta per la psicopatologia della fase adolescenziale.
Dei numerosi eventi scientifici di quegli anni sono testimonianza tre volumi e la rivista edita dalla Fondazione, in cui sono raccolti i diversi contributi scientifici, clinici ed organizzativi prodotti.
All’inizio del decennio successivo, la Fondazione si impegna in un progetto forte, dedicato al tema dell’etica della cura in psichiatria. Costituito un Comitato Etico, composto da psichiatri, psicoterapeuti, farmacologi, giuristi, bioeticisti, rappresentanti delle organizzazioni dei pazienti e dei familiari, dopo una lunga riflessione condivisa si giunge alla redazione della Carta di Milano codice etico deontologico per la pratica psichiatrica; il codice verrà fatto poi proprio anche dalla Società italiana di psichiatria.
A partire dal 2005, Stefano Pernigotti, per ragioni private, lascia la presidenza della Fondazione, che aveva mantenuto per moltissimi anni; presidenza che viene assunta da Massimo Rabboni, primo impegno del quale sarà, con l’ausilio del nuovo Consiglio di amministrazione, il radicale rinnovamento della Fondazione, il cui statuto, redatto nel 1959, era ormai divenuto obsoleto nelle parti organizzative. Viene quindi redatto, ed approvato dalle autorità di controllo, un nuovo Statuto; la Fondazione viene iscritta al registro delle ONLUS e inserita tra i potenziali beneficiari del contributo derivante dal 5 per mille delle dichiarazioni dei redditi.
Così rinnovata, la Fondazione riprende a pieno ritmo la propria attività, con iniziative culturali, scientifiche e cliniche. Vengono realizzati due progetti pilota a Bergamo, uno dedicato alla sensibilizzazione dei medici di medicina generale rispetto alle patologie psichiche, ed uno, con tutti gli studenti degli istituti di istruzione secondaria superiore, durato per due anni scolastici, dedicato alla lotta contro lo stigma che grava sulle malattie mentali e sui percorsi di cura.
Da quest’ultimo percorso nasce un nuovo volume, pubblicato congiuntamente dalla Fondazione e dagli Ospedali Riuniti di Bergamo, che documenta i risultati dell’intero percorso, a partire dalle circa 1.400 interviste condotte con gli studenti.
Viene anche ricostituito il Comitato Etico, che rivede e rinnova, adeguandola al mutare dei contesti culturali e delle sensibilità bioetiche, la Carta di Milano.
Contemporaneamente, la Fondazione supporta con un contributo l’attività dell’Ambulatorio “Varenna” presso l’ospedale di Bergamo; ambulatorio dedicato al trattamento, con accesso libero e gratuito, dei disturbi depressivi e d’ansia. Grazie all’impegno congiunto della Fondazione, che dura fino al maggio 2013, e dell’Azienda ospedaliera (ora denominata Papa Giovanni XXIII) l’Ambulatorio si configura come una unità di offerta molto ricca sia sul piano quantitativo, fornendo nel 2013 oltre 6.000 prestazioni dirette ad utenti, sia su quello qualitativo, divenendo una delle strutture pubbliche lombarde maggiormente diversificate sul piano dell’offerta psicoterapeutica e riabilitativa per questo tipo di disturbi.
Con gli inizi del 2011, il CDA si rinnova completamente, inaugurando una stagione di maggiore apertura alla comunità locale, con iniziative legate a EXPO 2015, anche al di fuori degli ambienti professionali più tradizionali.

Dr. Massimo Rabboni- Presidente Fondazione Varenna 2005-2011