Riviste

Fascicolo 4

Con l’approccio transdisciplinare che costituisce il metodo e l’obiettivo di Adolescenze, il prossimo numero della nostra Rivista intende interrogare ed esplorare il complesso arcipelago delle violenze non agite ma subite dai minori: violenze, ovviamente, nelle loro varie declinazioni. In particolare, vogliamo sollecitare i potenziali lettori, ma anche chi vorrà contribuire scrivendone, a stringere il focus sugli orfani speciali, cioè quei bambini ed adolescenti che perdono contemporaneamente un genitore, di solito la madre, vittima di femminicidio, e poi l’altro genitore (di solito il padre), autore del delitto, detenuto o suicida. I protagonisti di queste tremende ed inaccettabili situazioni rappresentano la dimensione più estrema della violenza intra-familiare e, nello specifico, della violenza contro le donne: una violenza che spesso ha radici profonde, maturate negli anni all’interno delle “mura domestiche” e dalle quali escono per la tragicità del gesto ma anche per la forza dirompente dei media. In Italia i femminicidi continuano a rappresentare un fenomeno rilevante e, accanto al dramma della perdita diretta delle vittime, si colloca la tragedia silenziosa dei figli, troppo spesso invisibili nella narrazione pubblica.

Molti di questi minori, inoltre, hanno vissuto a lungo situazioni di violenza assistita, una forma di maltrattamento definita dal Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI) come l’esperienza – diretta o indiretta – di atti di violenza fisica, psicologica, verbale, sessuale o economica su figure di riferimento o persone affettivamente significative. Secondo le stime nazionali, oltre 427.000 minorenni hanno vissuto episodi di violenza domestica nel periodo 2009/2014, sviluppando consapevolezza del maltrattamento attraverso la percezione degli effetti fisici, emotivi e ambientali della violenza sulla madre. La violenza assistita produce quindi conseguenze significative sullo sviluppo dei bambini. Sul piano organico può determinare ritardi del neurosviluppo e della crescita e problematiche psicomotorie a tutti i livelli, anche nelle fasi successive della vita; sul piano cognitivo incide sull’autostima, sull’empatia, sulle capacità intellettive e generare deficit di importanti funzioni psichiche come l’attenzione; dal punto di vista comportamentale può generare ansia, iperattività, impulsività, difficoltà di concentrazione, senso di colpa, depressione, disturbi del sonno e dell’alimentazione. Anche la sfera sociale risulta compromessa, con difficoltà a costruire e mantenere relazioni significative. Quando un minore “assiste” o è reso partecipe dell’omicidio della madre, la violenza pregressa si trasforma in un trauma estremo (”complesso”, secondo la terminologia ICD-11), con esiti devastanti sulla salute mentale.

Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto passi avanti sul piano normativo per contrastare la violenza contro le donne: dalla ratifica della Convenzione di Istanbul all’introduzione del Codice Rosso, fino alla legge n. 4/2018 che prevede misure specifiche a tutela degli orfani di crimini domestici. Tra queste rientrano: il gratuito patrocinio, il sostegno psicologico, la possibilità di cambio del cognome, la sospensione dei diritti successori per l’autore del reato e contributi economici per gli affidatari. Tuttavia, tali strumenti sono ancora poco conosciuti da molti operatori che si occupano quotidianamente dei minori. Accanto alle norme, pertanto, è fondamentale un’azione coordinata di prevenzione e di intervento. In situazioni di violenza domestica è importante dunque mantenere costantemente reti di supporto e potersi rivolgere ai centri antiviolenza o al numero nazionale 1522, attivo 24 ore su 24. I testimoni diretti o indiretti di episodi di violenza dovrebbero attivare le forze dell’ordine o incoraggiare la vittima a chiedere aiuto. Quando emergono segnali di violenza assistita in un minore, è poi sempre necessario coinvolgere figure educative e professionisti di riferimento. Insegnanti, operatori sanitari e servizi sociali hanno l’obbligo di segnalare i casi sospetti alle autorità competenti. In questo quadro complicato e difficile, il ruolo dei pediatri di famiglia e dei professionisti dell’infanzia è centrale: sono spesso i primi a poter riconoscere indicatori di sofferenza, intercettare i segnali di trauma e orientare i bambini e le loro famiglie verso Servizi specializzati. Accompagnare questi minori significa non solo intervenire sul piano clinico, ma anche contribuire alla costruzione di un percorso di cura, protezione e speranza, affinché possano accedere a un futuro possibile, nonostante le profonde ferite del passato. A tal fine è giusto parlarne e noi cercheremo di farlo nel prossimo numero.