Per giovani e meno giovani una nuova frontiera della comunicazione: la “clip economy”

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RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

Le clip hanno smesso di essere la porta d’ingresso verso il contenuto completo e sono diventate esse stesse una vera e propria destinazione, il nuovo contenuto principale, o addirittura il prodotto finale.

OpenAI ha annunciato di aver comprato per circa $200 milioni TBPN, un podcast tech, perché le clip estratte da ogni episodio del podcast raggiungono in media 257mila persone ciascuna. Per la maggior parte del pubblico di TBPN, la clip è l’unico contenuto rilevante. Di fatto, l’episodio completo perde importanza e diventa equiparabile a un “costo di produzione”. E l’abitudine investe anche altri campi, come per esempio lo sport, almeno per quanto riguarda i più giovani: oggi solo il 31% dei tifosi tra i 18 e i 24 anni guarda le partite per intero, contro il 75% degli over 55.

Le piattaforme streaming hanno iniziato a incorporare questa logica: Netflix ha introdotto Moments, che fornisce la possibilità di creare e condividere clip fino a 2 minuti, mentre Amazon ha lanciato Clips, una nuova funzione dell’app mobile di Prime Video che introduce un feed verticale di video brevi personalizzati, progettati per scoprire rapidamente film e serie.

Le clip non sono soltanto l’ennesimo segnale della progressiva erosione della soglia dell’attenzione, ma vanno incontro anche a un problema reale: tempo e attenzione sono difatti risorse sempre più scarse e, di fronte a un’offerta di contenuti che nessuno potrebbe mai consumare integralmente, scegliere il formato più denso sembra una soluzione ragionevole.   

È interessante notare però che, come riportato da NSS Magazine, la maggior parte delle clip che circola online non proviene da account ufficiali (legati a brand o artisti), ma da profili esterni, pagine fan, utenti anonimi e persone comuni.

La clip diventa così ciò che gli altri hanno scelto meritare attenzione e qualcosa a cui noi finiamo per fidarci che lo sia. (Di conseguenza) quello che percepiamo come gusto collettivo è spesso solo il risultato di chi ha investito nel farlo apparire tale”.

Con tanti saluti una volta di più all’esercizio delle nostre ormai già scarse capacità critiche


Alberto Arnaudo