Giornata mondiale contro le droghe e adolescenti: prevenzione e orizzonti di senso

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RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI

Come ogni anno, il 26 giugno si è celebrata la Giornata mondiale CONTRO le droghe, e per l’occasione le istituzioni preposte hanno presentato i loro report sullo stato dei consumi.

Ha iniziato l’Agenzia Europea sulle droghe (Euda), che ha rilevato come nel 2024 nell’Unione europea si siano registrati almeno 7.600 decessi direttamente legati all’uso di droghe, nella stragrande maggioranza dei casi con il coinvolgimento di più sostanze contemporaneamente; gli oppioidi restano il gruppo di sostanze più spesso implicato, quasi sempre in combinazione con altri farmaci o droghe. La cocaina è la seconda sostanza più diffusa in Europa dopo la cannabis, e rappresenta la prima causa di ricoveri per tossicità acuta negli ospedali sentinella europei. Crescono i sequestri di oppioidi sintetici ad alta potenza come nitazeni e orfine, e cresce la diffusione della ketamina.

La Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (FICT), composta da oltre 600 servizi attivi in tutta Italia, ha posto in evidenza invece che tra le 11.208 persone assistite nel 2025 emergono soprattutto tra le sostanze d’abuso cocaina e crack, che riguardano quasi un utente su due, dato comune a quanto evidenziato dall’Osservatorio sulle Dipendenze 2026 di San Patrignano, basato sull’analisi dei nuovi ingressi in Comunità tra maggio 2025 e aprile 2026.  

Il trend è confermato, oltre cha dalla Relazione annuale al Parlamento per l’anno 2025 di cui si dirà tra poco, anche dal nuovo Rapporto Tossicodipendenze 2024, elaborato sui dati del Sistema informativo nazionale dipendenze (SIND): nel 2019 il 65% dell’utenza in trattamento presso i SerD era in carico per uso primario di oppiacei; nel 2024 la quota scende al 59%, mentre la cocaina, che tra i nuovi utenti rappresentava già nel 2019 la prima sostanza d’abuso, con il 37,4% dei casi, nel 2024 arriva al 44,1%. Tutto ciò purtroppo a fronte, evidenzia il rapporto, di una progressiva erosione della capacità di risposta dei SerD medesimi, la cui dotazione complessiva di personale dipendente è diminuita dal 2018 al 2023 di circa il 7,3%.

La Presidente del Consiglio, in occasione della presentazione della citata Relazione annuale al Parlamento, ha rivendicato un’inversione di tendenza: “Stanziati oltre 160 milioni di euro solo nel 2025, fondamentali per sbloccare le assunzioni nei SerD”, ha detto. Per ora, non se ne sono visti ancora gli effetti. Nel 2024 i servizi avevano assistito 126.910 soggetti dipendenti da sostanze, rispetto ai 130.168 del 2019: un calo di 3.258 assistiti, pari a circa il 2,5%.

Nel complesso quindi i Ser.D seguono meno utenti ma con più contatti, hanno meno personale e un mix professionale più spostato verso infermieri, educatori e OSS rispetto a medici e psicologi. Di conseguenza le prestazioni farmacologiche si sono ridotte, mentre sono aumentati gli interventi psicosociali (forse anche perché per la cocaina, e in genere per gli psicostimolanti, non esistono farmaci efficaci specifici come per gli oppiacei).

La Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia nell’anno 2025 (5), presentata il 24 giugno, ha messo in evidenza come i fenomeni di dipendenza, dalla droga al gaming, dai social al gioco d’azzardo e all’alcol, coinvolgano in misura sempre maggiore i più giovani. Un dato di allarme particolare è che quasi 180mila minorenni, pari all’11%, hanno fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione medica nel corso del 2025. Tra le ragazze, la percentuale è quasi doppia rispetto ai coetanei maschi! C’è poi l’allarme per il gioco d’azzardo (e qui lo Stato dovrebbe farsi qualche domanda…): tra i minorenni, ha osservato il sottosegretario Mantovano, continua a crescere, raggiungendo nuovi record: il 64% degli studenti under18 ha riferito di aver giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e il 59% (pari a circa 900mila ragazzi tra i 15 e i 17 anni) lo ha fatto nel corso dell’ultimo anno. E oltre 260mila studenti minorenni (17%) hanno mostrato profili di gioco a rischio.

Il fatto che i pericoli, specie per i più giovani, non vengano solo dalle “droghe”, intese come sostanze stupefacenti illegali, è dimostrato anche dal Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031, approvato in Conferenza Stato-Regioni nel marzo 2026, che tra le altre cose dedica per la prima volta una attenzione analitica al consumo di alcol per singola occasione tra i giovanissimi, inserendolo tra i parametri che misureranno il successo o il fallimento delle politiche sanitarie nei prossimi sei anni. Due indicatori specifici saranno oggetto di monitoraggio annuale: la prevalenza di ragazzi 11-15 anni e 11-17 anni che praticano il binge drinking, ossia l’assunzione in un’unica occasione e in un ristretto arco di tempo (2-3 ore) di quantità di alcol molto elevate, convenzionalmente 5-6 o più bicchieri di bevande alcoliche anche diverse (tenendo conto che un bicchiere corrisponde ad una Unità Alcolica, UA, standard di 12 grammi di alcol puro) fino ad arrivare all’ubriachezza, alla perdita del controllo e, in alcuni casi, all’intossicazione alcolica e al coma etilico, secondo la definizione dell’ISS. Per limitare il fenomeno, le Regioni, attraverso i propri Piani Regionali della Prevenzione, dovranno implementare programmi di prevenzione selettiva e indicata nei contesti extrascolastici – luoghi del divertimento, eventi sportivi, aggregazione notturna.

Non sappiamo cosa pensino a questo proposito alcuni esponenti governativi, secondo i quali per esempio solo “eccentrici scienziati o pseudo-tali” osano dire “che il vino restringe il cervello o che fa male”, senza contare le improbabili difese messe in campo da politici finiti fuori strada con tassi alcolemici oltre i limiti, posizioni che provocano il devastante effetto di svalutare con toni sprezzanti e oltraggiosi le posizioni scientifiche (peraltro adottate da atti – come quello surricordato – emessi da quelle medesime istituzioni statali che essi rappresentano), senza curarsi del danno comunicativo causato alla popolazione generale, e a quella giovanile in particolare, in termini di perdita di autorevolezza dei messaggi trasmessi.

Ma il problema della prevenzione di comportamenti a rischio per la salute va oltre le contraddittorie posizioni e comportamenti di questo o quel personaggio pubblico, di questa o quella istituzione coinvolta. La stessa Relazione al Parlamento sulle droghe nota come la prevenzione resti il fronte più critico: le campagne informative faticano a raggiungere i giovanissimi, mentre i social network e il web diventano canali privilegiati per l’approccio alle sostanze, spesso con informazioni fuorvianti sulla loro pericolosità. “L’investimento politico, culturale ed educativo sulla prevenzione è ancora fortemente insufficiente” ha sottolineato don Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele. “Solo costruendo una rete educativa di famiglie, scuole, istituzioni e associazioni sarà possibile intercettare il disagio, prima che si trasformi in dipendenza“. In piena sintonia, Luciano Squillaci, presidente FICT, ha dichiarato che per le dipendenze “serve una risposta capace di unire cura sanitaria, educazione, comunità territoriale e prossimità“.

Come realizzare tali propositi?

Un punto di vista interessante, che scaturisce dalla presa in considerazione di un orizzonte molto più ampio, è quello offerto da Papa Leone XIV durante un incontro dal titolo “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale. Salute mentale, tecnologie digitali ed educazione”, organizzato di recente in Vaticano da Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Pontificia Commissione per l’America Latina e Organizzazione degli Stati iberoamericani per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (OEI).

Nell’occasione, il segretario di Stato Parolin ha tracciato un fil rouge che lega una educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”, la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”, e la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. E il Papa, con il suo linguaggio elegante, ha sottolineato che “l’educazione è chiamata oggi a riscoprirsi non come costruzione di individualismi isolati, né come semplice trasmissione di competenze, ma come arte di tessere comunione”. L’invito è quindi “a costruire una costellazione educativa globale, nella quale ogni istituzione, ogni cultura e ogni popolo possano offrire il proprio contributo originale per illuminare il cammino dell’umanità”.

Parole certamente alte, ma che contengono una verità imprescindibile troppo spesso trascurata, ossia l’imperativo a recuperare il concetto di comunità educante, in cui ognuno sia chiamato a fare la propria parte per il bene di tutti, tanto più in un tempo in cui spesso “l’essere umano si riduce a un rendimento, un consumo o un dato statistico”, dal che “sorge inevitabilmente una profonda sofferenza interiore”.

È a questa sofferenza che bisognerebbe volgere l’attenzione, per far sì che la promozione del benessere tornasse ad attecchire e generare azioni virtuose. E parlando di giovani, il Pontefice osserva come molti di essi “oggi vivono sotto il giogo delle aspettative e delle prestazioni, immersi in una competitività esasperata che genera ansia, paura di non essere all’altezza e disorientamento” (non per niente il crescente ricorso all’uso non medico di psicofarmaci di cui si è parlato prima). Per questo “non possiamo affrontare la questione della salute mentale solo come una questione clinica o tecnica”. Appunto.

E allora dove indirizzare lo sguardo? Secondo il Pontefice, sulla speranza.

La speranza “non è un’illusione ingenua, è una forza spirituale che sostiene la vita, anche nei momenti più difficili”. Ma la speranza rinasce solo quando “una persona scopre che la sua vita ha valore, che è amata, attesa e chiamata a un compito nel mondo”. In altre parole, se si recupera “un orizzonte di senso”. Quando questo orizzonte “si oscura, aumentano il vuoto interiore, l’isolamento e la disperazione”.

Il Papa fornisce con queste parole una cornice di significato entro cui dovrebbero collocarsi, per come possono, tutte le strategie intese a perseguire il benessere, prevenire e contrastare ogni forma di disagio. Parole cui fa da complemento quanto dichiarato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella nel corso della ”Cerimonia in occasione della Giornata mondiale contro le droghe” svoltasi al Quirinale alla presenza di rappresentanti di Comunità terapeutiche, altri operatori, utenti e loro famigliari: “Il pericolo droghe e dipendenze è talmente grande che richiede uno sforzo corale del Paese, pubblico, privato, Istituzioni, nelle sue varie componenti“.

Un vasto programma.  Ma che ora più che mai, mentre siamo minacciati da un mondo che sembra aver perso le proprie direzioni di fondo, sia tecnologiche che di pacifica convivenza, andrebbe perseguito con ostinata e lucida pervicacia.


Alberto Arnaudo