31 maggio, giornata mondiale SENZA tabacco. Quale impiego utile, e quali i rischi per i giovani, dei prodotti “alternativi” al fumo?

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RIFLESSONI E CONSIDERAZIONI

Il 31 maggio si è celebrata, come ogni anno, la Giornata mondiale senza tabacco. Già la locuzione, a leggerla bene, è indicativa: non “contro”, bensì “senza” tabacco, espressione addirittura meno connotante dell’Alcohol Prevention Day, dove almeno compare la parola “prevenzione”, a sottolineare i rischi da abuso. Anche da questi particolari si capisce quanto potere mantengano le multinazionali del tabacco, e quanta attenzione si abbia verso la loro suscettibilità…

Al di là dei numeri sui consumi e sui danni snocciolati nell’occasione (quasi 700mila morti all’anno nell’Unione Europea con 179 milioni di consumatori di tabacco e nicotina a livello continentale, e ben 12,4 milioni in Italia, tra sigarette tradizionali e nuovi prodotti. Secondo il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025“, stilato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica, confermati sostanzialmente dal Rapporto del Ministero della Salute emesso per la circostanza, 1 adulto su 5 tra i 18 e i 69 anni è un fumatore attivo, circa 1/5 di questi consuma più di un pacchetto al giorno. Tra i 14 e i 17 anni poi, la percentuale di chi sperimenta un prodotto a base di tabacco o una e-cig è del 37%), la celebrazione ha costituito motivo per riaccendere il dibattito sul “che fare” per diminuire o almeno controllare i consumi, concentrandosi tra le altre cose sull’ammissibilità o meno dei cosiddetti prodotti alternativi al fumo come presidi più o meno da raccomandare.

In queste settimane, la Commissione Europea sembra orientata per una posizione più intransigente, prefigurando l’equiparazione di sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e bustine di nicotina alle sigarette tradizionali. Molti studiosi accusano tale posizione di ideologismo preconcetto, stante il fatto che i prodotti alternativi sono in grado di ridurre significativamente, se non proprio di abolire, i rischi per la salute derivanti dalla combustione del tabacco, e ciò basterebbe a giustificare il loro impiego almeno in un’ottica di riduzione del danno, anche se non di risoluzione assoluta del problema.

Sullo sfondo rimangono però il persistente consumo di nicotina che questi prodotti comportano e i danni locali ormai acclarati dalle pratiche di svapo. A proposito del primo, uno studio clinico randomizzato pubblicato su JAMA Network Open da Jessica Yingst e Jonathan Foulds del Penn State College of Medicine dimostrerebbe che le e-cigarette con sali di nicotina possono aiutare i fumatori a smettere di fumare sigarette tradizionali riducendo al tempo stesso l’esposizione a sostanze tossiche legate al tabacco. Dopo sei settimane, nell’esperimento i fumatori che utilizzavano sigarette elettroniche con nicotina avevano una probabilità tre volte superiore di smettere rispetto a chi utilizzava dispositivi identici ma privi di nicotina. Secondo gli autori, i dispositivi con sali di nicotina riescono a fornire livelli di nicotina simili a quelli delle sigarette tradizionali, riducendo il desiderio di fumare e i sintomi di astinenza. Ma a parte il fatto, riconosciuto dagli stessi autori, che il lavoro analizza soltanto gli effetti a breve termine, nulla viene osservato a proposito della mancata interruzione del gesto abituale di fumare, oltre che del mantenimento dei livelli ematici di nicotina, tutti fattori favorenti la “sostituzione” della sigaretta normale con prodotti alternativi, ma che non predicono l’efficacia del metodo riguardo all’obiettivo di un abbandono duraturo dell’abitudine al fumo. Riduzione del danno, appunto. Assolutamente giustificabile come obiettivo intermedio, o come salvaguardia di salute in condizioni già particolarmente compromesse (problemi cardiovascolari, oncologici, respiratori, ma anche di patologie mentali, eccetera), dove i pazienti non si dimostrino in grado di rimanere senza la sigaretta; ma decisamente problematica rispetto al conseguimento di una disassuefazione permanente o almeno duratura dal fumo.

D’altra parte, l’OMS ha lanciato recentemente un forte allarme sulla rapida espansione globale delle nicotine pouch, prodotti che vengono commercializzati in modo aggressivo verso adolescenti e giovani. In molti Paesi la regolamentazione è limitata o assente, alimentando preoccupazioni per la dipendenza da nicotina tra i giovani e per i rischi correlati alla salute. E Ghazi Zaatari, attuale presidente del Gruppo di studio dell’Oms sulla regolamentazione dei prodotti del tabacco, avverte che “negli ultimi 5 anni l’industria ha aumentato la sua dipendenza dalla nicotina sintetizzata in laboratorio e dai suoi analoghi chimici, sostanze diventate economiche quanto la nicotina derivata dalle foglie di tabacco. Ciò significa che l’industria si sta orientando verso una nuova generazione di prodotti che potrebbero contenere poca o nessuna nicotina derivata dal tabacco, pur continuando ad agire sugli stessi recettori cerebrali responsabili della dipendenza da nicotina”. E si sa: come evidenzia l’OMS Europa, “l’industria del tabacco si è sempre basata su un meccanismo fondamentale: mantenere le persone dipendenti”.

Questo è l’altro corno del problema. Sdoganare come “quasi innocui”, e reali alternative al fumo questo tipo di prodotti, oltre che rischiare di trarre in inganno i fumatori che intendono concretamente liberarsi dalla dipendenza, conferisce a quegli stessi prodotti un’aura di salubrità e -quasi- di presìdi farmacologici che attira senza sospetto intere schiere di nuove generazioni, preparandole di fatto all’ingresso trionfale, appena ritardato di qualche anno, nelle fila dei consumatori.

Studi condotti in tutto il mondo hanno dimostrato ormai in modo inequivocabile un fatto che già intuitivamente si poteva ipotizzare, ossia che i giovani che usano sigarette elettroniche hanno maggiori probabilità di fumare in futuro. Inoltre, già anni fa Eric Kandel, premio Nobel per la medicina (*), aveva dimostrato che la nicotina può rendere il cervello più sensibile all’uso di altre sostanze psicotrope, venendo quindi a costituire la vera drug gateway (**). Senza contare che diversi studi sul vaping (l’atto dello svapare) hanno evidenziato un aumento del tono simpatico, della rigidità vascolare e della disfunzione endoteliale, tutti fattori associati ad un aumentato rischio cardiovascolare che, pur essendo largamente inferiore al rischio associato al fumo tradizionale, non è tuttavia uguale a zero. In relazione a questi rischi, di recente l’A.L.I.Ce. Italia Odv, Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale, ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni sanitarie e della comunità medica per promuovere maggiore consapevolezza e informazione, in particolare tra i più giovani. E nuove revisioni scientifiche non escludono il fatto che comunque i dispositivi con nicotina siano probabilmente cancerogeni, potendo contribuire allo sviluppo di tumori del cavo orale e dei polmoni.

Insomma: tirando le fila, se i prodotti alternativi al fumo tradizionale possono costituire utili presìdi in un’ottica di riduzione del danno quando non sia perseguibile il Gold standard della cessazione dal fumo medesimo, occorre molta prudenza nel promuoverne indiscriminatamente l’utilizzo, che non è del tutto innocuo, e non è assolutamente consigliabile nelle fasce più giovani di popolazione, in quanto predispone ad un aumentato rischio di contrarre dipendenze successive, e non da nicotina soltanto.

Le industrie fanno, potentemente, il loro lavoro.

La scienza però non può e non deve abdicare al proprio ruolo obiettivo nell’unico fine della massima tutela della salute di tutti. In maggio si è riunita a Milano la European Conference on Tobacco or Health (ECToH), il principale vertice europeo sul controllo del tabacco, con un mandato politico e scientifico chiarissimo: “Nicotine-Free Spaces for Healthier Cities”, spazi liberi da nicotina per città più sane.

Il messaggio non potrebbe essere più chiaro.

(*) Eric Kandel è un neurologo, psichiatra e neuroscienziato statunitense, professore di biofisica e biochimica alla Columbia University. È stato insignito del premio Nobel per la medicina nel 2000 per gli studi effettuati sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria nei neuroni.

(**) “Porta della droga”: sostanza di iniziazione al consumo successivo di altre droghe.


Alberto Arnaudo